alle origini del taglio cesareo

18 Novembre 2018 0 Di Alessandro Livi

La storia dell’ostetricia è inestricabilmente legata al  taglio cesareo uno dei più antichi interventi chirurgici noti all’umanità. Etimologicamente il termine “cesareo” deriva dalla crasi tra il termine latino “caesum” (tagliare) ed il nome “Cesare” dal momento che, secondo  Plinio il Vecchio, Giulio Cesare sarebbe nato  da parto cesareo.

Test ginecologici su una donna morta  dopo aver dato alla luce il figlio con parto cesareo. Incisione del 1420 circa.

I nati in questo modo venivano chiamati nell’antica Roma “cesoni”  ad indicare la nascita in aeso matris uterus cioè dal grembo materno tagliato.

Di questo intervento non si ha traccia nelle opere dei grandi medici della Gecia antica come   Ippocrate di Samo (460-377 a.C.), Sorano di Efeso (98-138 d.C.), o Claudio Galeno (131-201 d.C.).

Per quanto riguarda Roma abbiamo un riferimento nel libro 28 del Digestorum del giurista romano Marcellus (II sec. d.C.) sulla esistenza di una  Lex Regia attribuita a Numa Pompilio (700 a.C.), secondo re di Roma, conosciuta come De inferendo mortuo che vietava che una donna morta venisse  sepolta prima che il feto le fosse estratto dal ventre: Negat lex regia mulierem, quae praegnans mortua sit, humari, antequam partus ei excidatur: qui contra fecerit spem animantis cum gravidas peremise videtur ( Lex regia nega che una donna morta incinta possa esser sepolta prima che il figlio non sia da lei tratto fuori: chi abbia fatto il contrario, sembra aver ucciso assieme alla gravida la speranza dell’essere animato).

Fino al 1700 il taglio cesareo, salvo pochi casi riportati in letteratura da considerare per lo più aneddotici,  veniva praticato  su donna morta dal momento che il tentativo di effettuarlo su donna vivente era invariabilmente seguito dalla sua morte  come conseguenza delle complicazioni emorragiche o settiche che caratterizzavano il decorso post operatorio. Le complicazioni emorragiche erano quasi una conseguenza logica dal momento che non veniva effettuato alcun tentativo di chiusura della breccia operatoria ritenuta inutile perchè si pensava che le contrazioni dell’organo ne avrebbero determinato la riapertura. Quindi le speranze si riponevano nella possibilità di una rimarginazione spontanea del taglio che però raramente avveniva. L’operazione su donna morta  era quindi subordinata ad un fine prettamente morale e politico nell’era romana, mentre aveva uno scopo religioso nell’era cristiana: la salvezza spirituale del neonato estratto vivo dal ventre materno  tramite la somministrazione del battesimo. Il problema della salvezza dell’anima del bambino si connette cioè alla pratica della sectio in mortua, cioè dell’apertura del ventre materno per estrarre il bambino nel caso in cui la madre fosse deceduta prima del parto. Si tratta di un atto chirurgico descritto nelle fonti ecclesiastiche prima ancora che in quelle mediche.

Un  aspetto che sfavoriva questa  procedura chirurgica anche nella donna morta erano, nei paesi cattolici, le leggi funerarie che contenevano una norma per la quale il nato morto veniva seppellito in terra sconsacrata; mentre se restava nel ventre della madre morta, veniva seppellito insieme con la madre, potendo così godere dell’onore di una sepoltura cristiana.

A Guy de Chauliac  (1298-1368) si deve la prima descrizione della tecnica del parto cesareo in donna morta. Egli prediligeva  operare incidendo il ventre lungo il fianco sinistro, per evitare il fegato e si raccomandava   di tener aperta la bocca e la vagina della donna durante l’intervento per consentire all’aria di raggiungere il bambino: un suggerimento coerente con la concezione ippocratica, secondo la quale il feto respirava appunto attraverso la bocca materna.

Nella Repubblica di Venezia nel 1608 fu emanata una legge con la quale si punivano severamente  gli esercenti la professione di medico i quali non avessero eseguito il taglio cesareo su una donna morta adottando le medesime precauzione che venivano messe in atto come se la donna fosse viva. 

La Chiesa cattolica dopo aver manifestato per secoli un atteggiamento di netto rifiuto nei confronti del taglio cesareo su donna in vita e di tolleranza nei confronti dell’embriotomia (Intervento chirurgico per ridurre un feto morto con lo scopo di poterlo estrarre più facilmente dall’utero materno) aveva cominciato, già nel corso del XVII secolo, a rivedere le proprie posizioni. Nel riaffermare il valore imprescindibile del sacramento del battesimo per la salvezza eterna, in opposizione alla religione protestante, la Chiesa, con il Concilio di Trento iniziato nel 1545 impone sia la pratica del battesimo precoce (nei primi giorni di vita), sia la necessità del taglio cesareo in caso di morte della partoriente.

Già durante la metà del 1500 il Cardinale Carlo Borromeo  a Milano, nella sua  opera legislativa Acta Ecclesiae Mediolanensis, afferma che “se una donna incinta sarà morta durante il parto, egli ordinerà che questo sia fatto: che l’utero sia aperto e che, tratto fuori di lì il feto, sia al più presto battezzato, se vivo”.
Nel 1624 papa Paolo V inserisce questo obbligo nel Rituale Romanorum, in cui sono raccolte tutte le disposizioni che regolamentavano la somministrazione dei sacramenti: Si mater praegnans mortua fuerit foetus quamprimum caute extraetur, ac, si vivus fuerit, baptizetur (se una donna incinta muore, il feto sia estratto al più presto con grande cautela e, se vivo, sia battezzato).
Di notevole spessore appare lo scritto L’Embriologia Sacra, ovvero dell’uffizio de’ sacerdoti, medici e superiori, circa l’eterna salute de’ bambini racchiusi nell’utero dell’arciprete palermitano Francesco Emanuele Cangiamila pubblicato nel 1745 Suddivisa in quattro libri, l’opera del Cangiamila cominciava con l’analizzare le cause di morte dei nascituri (distinguendone tre categorie principali: l’aborto volontario e involontario, il decesso della madre e gli incidenti che sopraggiungevano durante i parti), e individuava nella pratica del parto cesareo post mortem il metodo più adatto per assicurare la salvezza eterna a tutti i feti e, in quello su donna viva, una grande opportunità di salvezza per madre e figlio. Nel caso di morte della madre durante il parto, egli sosteneva che si dovesse supplire “alla nascita naturale del bambino con una pratica artificiale  e chirurgica, volgarmente detta taglio cesareo”. Si addentrava, poi, nei particolari tecnici della operazione, descritta con una accuratezza da manuale ostetrico, sottolineando come i parroci dovessero padroneggiare questi argomenti pratici, non solo per poterli insegnare a chirurghi e levatrici, ma per poter praticare loro stessi l’intervento in caso di necessità ..che in mancanza de’ chirurghi, barbieri, mammane, ed altri periti, la carità obbliga ogni altro, eziando sacerdote, massime parroco, a fare il taglio cesareo. L’Embriologia sacra nonostante la scabrosità della materia trattata, ottenne un successo straordinario e venne approvata dalle autorità ecclesiastiche e da larga parte del mondo laico e scientifico e nel 1749 Carlo III, Re delle Due Sicilie e futuro Re di Spagna fece propri gli insegnamenti del Cangiamila con la promulgazione della legge Pragmatica unica, De Usu Partus caesarei, normativa   diretta ad impedire la perdita dei feti. Nel corso degli anni successivi alla Sicilia si unirono altri Stati tra cui l’impero di Austria, la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano, la Spagna etc.
Caspar Bahuin nel suo Anatomica corporis virilis et muliebris historia del 1597 attribuisce il primo caso di taglio cesareo su donna vivente andato a buon fine  a Giacomo Nufer, castratore di porci di Siegershausen nella Turgovia (Svizzera) che nel 1500 effettuò questa operazione sulla propria moglie che.. dato che soffriva per dolori di parto da alcuni giorni, chiamò 13 ostetriche e alcuni litotomi, i quali però non potettero né estrarre il feto né mitigare il dolore. Per la qualcosa disperando ormai di salvarla, il marito comunicò alla moglie il suo consiglio: se consentiva esperimentare un modo, a Dio piacendo, di estrarre il feto. Annuendo essa chiese il consenso del giudice … che annuì … il marito allora, dopo aver implorato il divino aiuto e chiusa diligentemente la porta, collocò la moglie su un tavolo, e le spaccò l’addome così come si fa ai porci. E lo seppe così bene aprire, che già al primo taglio venne estratto il bambino senza riportare lesione alcuna. Undici levatrici che stavano aldilà della porta, udirono il vagito dell’infante e cercarono in tutti i modi di entrare: tuttavia non furono fatte entrare prima che il feto fosse pulito, e la ferita addominale suturata secondo il costume veterinario … dopodichè la donna ebbe naturalmente due gemelli e 4 altri figli … e morì a settanta anni.
Il termine “Taglio Cesareo” appare per la prima volta nel 1581 nel Traitté nouveau de l’ hystérotomotokie ou enfantement caesarien di Francois Rousset, medico francese del duca di Savoia, che propugnò il parto cesareo su donna vivente come unico mezzo di salvezza della donna e del bambino in casi di viziature pelviche e di altri gravi impedimenti all’espletamento del parto. L’ opera si divide in sei parti. L’operazione viene consigliata in una serie piuttosto ampia di casi: ristrettezza delle vie naturali, bacini poco “cedevoli”, mostruosità o eccessiva grossezza del feto, calcoli vescicali, presentazioni anomale. Si descrive la tecnica operatoria dell’intervento che, salvo poche varianti, sarà seguita da tutti i chirurghi fino alla seconda metà dell’Ottocento. All’epoca non mancarono feroci critiche sia di ordine ostetrico che, soprattutto morale. Vigeva la convinzione della supremazia della madre sul “non nato” come quindi il rispetto delle leggi della natura ed il permanere di una tradizione che voleva il parto legato alla presenza  delle ostetriche e non del chirurgo.
Si partiva dall’assunto che prima del parto non c’è bambino ma feto (come negli aborti) e per procedere occorre aver completamente perduto le speranze sulla sopravvivenza della madre in conformità alla dottrina cattolica per la quale un parto cesareo su donna in vita equivaleva a sopprimere consapevolmente la vita della partoriente dal momento che la medicina non era in grado di salvarla dalle inevitabili complicazioni post partum mortali.
Non mancano ovviamente critiche nei confronti di questa operazione. Celebre è l’intervento del francese Francesco Mauriceau che così sentenziava nel suo trattato Des maladies des femmes grosses et accouch é es ( 1668): Quando la donna gravida è effettivamente in travaglio, raramente accade che il chirurgo non possa far l’estrazione del fanciullo, morto o vivo, intero o a pezzi, ed in una parola, che non perfezioni l’opera; … senza che sia necessario che per l’eccesso di inumanità, di crudeltà e di barbarie si venga all’operazione cesarea sulla madre che ancor vive, come alcuni autori temerariamente hanno comandato, e alle volte anche praticato; il che molti ignoranti anche fanno in campagna, per un pernicioso abuso che ogni magistrato dovrebbe impedire …, e rispondendo alla pressione di teologi e sacerdoti sul problema di effettuare il cesareo per poter battezzare il feto, sosteneva che con facilità si possono rompere le membrane e così con una siringa si può facilmente toccare il corpo del feto….potendo dunque in ogni caso darsi la vita spirituale al feto con il battezzarlo nel ventre della madre; resta solo ad esaminarsi se la vita spirituale del figlio deve preferirsi alla corporale della madre. È certo che non potendo salvare la vita di ambedue deve sempre preferirsi la vita della madre a quella del figlio … Concludiamo quindi che non si deve mai intraprendere il taglio cesareo perché sarebbe senza alcun dubbio causa di morte per la madre … .
Un dato costantemente presente nella letteratura medica   è che il dibattito medico è essenzialmente teorico in quanto solo pochi tra i medici del tempo, hanno praticato o visto un cesareo su donna viva, sia tra i contrari che tra i favorevoli. Realisticamente i casi di interventi eseguiti durante il XVII  secolo sono quindi, come accennato, estremamente rari e solo in pochi casi si ha la documentazione certa come, per esempio, per quello eseguito a Wittemberg da Jeremias Trautman il 21 aprile del 1610 (la madre morì dopo 25 giorni per febbre puerperale) e quello praticato in Francia dal chirurgo di Saites, Jean Ruleau, descritto nell’opuscolo: ”Traité de l’opération cesarienne et des accouchemens difficiles et laborieux (1704).
E’ solo dopo, quindi,  il 1700 che l’operazione comincia a perdere il suo carattere religioso e diventa essenzialmente ostetrica e si tenta di operare anche donne vive con lo scopo di salvare madre e figlio, quando il parto naturale è impossibile, sebbene con tecnica deficiente e con esito quasi sempre letale soprattutto per la madre.
Nel suo lavoro   Researches sur l’operation cesarienne  M. Simon riporta un numero di 70 parti cesarei eseguiti fino al 1742, di cui si ha notizia, con 38 guarigioni materne e conclude che non solo il taglio cesareo è possibile ma anche che costituisce un mezzo valido per salvare madre e figlio e che può essere eseguito più volte sulla stessa donna.

bisturi che venivano usati durante l’800

Abbiamo accennato prima come Nufer eseguì l’intervento sulla propria moglie utilizzando un rasoio da barbiere per cui molti ostetrici, come Vollter nel 1679, consigliavano  di utilizzare strumenti simili. Nel corso del 1700 si passò ad utilizzare strumenti più consoni come bisturi dalle forme più simili a quelle moderne (v. foto). L’anestesia comincia a comparire intorno alla metà del XIX allorchè si cominciò ad utilizzare dapprima l’etere e quindi il cloroformio. Prima di questo periodo gli interventi chirurgici venivano eseguiti a paziente sveglio e non anestetizzato costretto a sopportare indicibili dolori. Anche le  tecniche dell’operazione nel corso dei secoli sono state le più varie. C’era chi prediligeva effettuare un taglio a croce, ad arco oppure retto sopra la parte laterale sinistra del ventre, chi optava per un taglio trasverso tra il muscolo retto e la colonna vertebrale  e chi, come Lawveryat, si affidava ad una incisione obliqua o diagonale partendo dal pube da un lato e terminando all’altezza dell’ultima costa dall’altro lato. Diverse sono state anche le indicazioni relative alla lunghezza del taglio; si va dai 36 cm consigliati da Rousset ai 9 di Ungarelli nel 1846.

Relativamente ai metodi che si adottarono fino alla metà del XIX secolo si rammentano quello più utilizzato denominato “gastroisterotomia” altrimenti detto “intraperitoneale” perchè si doveva incidere il peritoneo per arrivare a tagliare l’utero ed il metodo  della “gastroelitrotomia” in cui, una volta incisa la parete addominale e la vagina, si arrivava alla cervice uterina attraverso la quale si estraeva il feto; veniva denominata anche “extraperitoneale” per il fatto che non veniva tagliato il peritoneo.

L’area nera contrassegnata da un “5” è la sinfisi pubica, che viene divisa durante la procedura (sezione Sigaultiana dal nome dello scopritore)

Accanto a questi interventi merita di essere ricordata anche l’operazione che va sotto il nome di “sinfisiotomia” considerata un tentativo estremo di far nascere il bambino in situazioni in cui non era possibile un parto spontaneo ed allo stesso tempo si voleva evitare di procedere con  un taglio cesareo. E’ una procedura chirurgica in cui la cartilagine della sinfisi pubica viene divisa per allargare il bacino permettendo così il parto quando c’è un problema meccanico tipo una ristrettezza del bacino. Di tale operazione se ne ha notizia già nel corso del XVI secolo allorchè nel 1590 viene nominata da Severino Pineau. Nel 1655  De la Courcèe, medico francese che operava a Varsavia, la eseguì su una donna di 48 anni deceduta per le complicazioni del parto. Viene proposta ufficialmente dal chirurgo G. Sigault nel 1768 al Congresso della Accademia di Chirurgia a Parigi e, come riporta Francesco Macari nel suo Trattato di Ostetricia, Ginecologia e Pediatria, eseguita a Napoli per la prima volta da Domenico Ferrara. Tre anni dopo, nel 1774,  fu effettuata anche da Sigault. Altri chirurghi seguirono l’esempio di Ferrara e di Sigault ma di fronti alle eccessive morti che si verificarono fu in breve tempo quasi del tutto abbandonata.

Altro aspetto da affrontare era quello di impedire al sangue ed al liquido amniotico di riversarsi in cavità addominale in quanto ritenuti causa di irritazione e di  peritonite. Per ovviare a questa possibilità c’era chi operava tenendo la donna in posizione quasi verticale  per favorire lo scolo dei liquidi all’esterno (Potocki); altri consigliavano di pungere la borsa amniotica dalla via della vagina prima di praticare il taglio addominale oppure di ricorrere all’uso dei caustici per aprire il ventre, sperando di provocare tra l’utero e le pareti addominali delle aderenze sufficientemente protettrici (Depaul). Altri ancora si contentarono di fare applicare fortemente dagli aiutanti, a ciò destinati, le labbra della ferita addominale contro la parete uterina.

Come già accennato la sutura dell’utero fino alla seconda metà del XIX secolo non veniva presa in considerazione. Allo scopo di favorire una veloce cicatrizzazione della ferita uterina Ruleau consigliava di bagnarne i margini con una infusione di piante ad azione cicatrizzante  e successivamente di applicarvi un miscuglio di balsamo di Arceo e di olio di iperico. Il primo tentativo di sutura si deve a Lebas chirurgo di Mouilleron che nel 1769 suturò la ferita con tre punti ottenendo la guarigione della donna. Vi furono nonostante tutto molte critiche tra cui quella di Baudeloque per il quale le ferite dell’utero dovevano guarire con i soli sforzi della natura e quella di Levret che la sutura  risulta del tutto inutile a causa delle forti contrazioni dell’utero che si generano subito dopo l’estrazione del feto. Altri invece temevano che il materiale usato per la sutura “irritasse” la ferita causando una infezione. Nei successivi anni e fino alla metà dell’800 vi furono numerosi altri tentativi ma l’esito quasi sempre infausto dell’operazione portò la maggior parte degli ostetrici ad intervenire senza ricorrere a tale tecnica. Dalla seconda metà del secolo si assiste invece ad una intensificazione della pratica della isteroraffia (sutura dell’utero) con miglioramento anche degli esiti finali. Simon Thomas ne rimane  il più strenuo difensore essendo convinto che per ottenere la guarigione della ferita è imprescindibile operarne la sutura.

Anche il materiale usato per la sutura ha subito modifiche nel corso degli anni. Inizialmente e fino al 1850 veniva utilizzato il filo di canapa. Successivamente soprattutto per merito di Simon Thomas sopra ricordato fu adoperato il filo di argento. Pochi sono invece i casi riportati in letteratura in cui fu utilizzato filo di ferro. Tutte le donne morirono dopo l’operazione.  A Olindo Grandesso Silvestri si deve l’introduzione nel 1862 del filo elastico (caucciù rivestito o meno di seta), che aveva il vantaggio di adattarsi alle contrazioni dell’utero. Così si esprime Valentinotti nel suo articolo del 1873 relativamente all’uso del filo elastico: Il filo elastico seguendo le contrazioni dell’utero tiene costantemente a contatto i bordi della ferita, ne favorisce cioè l’unione e, quello che è più, evita il travaso delle materie e il gemizio sanguigno nella cavità addominale. Sempre in questo periodo compare il filo di seta che veniva ritenuto il meno irritante ed al contempo il più resistente.  Il filo di catgut (ottenuto da budella di piccoli mammiferi ridotte in sottilissime strisce), che ha il vantaggio di riassorbirsi, fu utilizzato per primo dal tedesco Veit nel 1872 che riferì del buon esito dei suoi 2 interventi. Non manca infine chi si servì del crine di cavallo come riportato da Lungren nel 1880.  Per la sua particolare ingegnosità si rammenta un meccanismo di sutura inventato dall’italiano Sabelli nel 1867 e descritto nel suo Nuovo istrumento per la sutura dell’utero nel parto cesareo. Tale marchingegno, denominato “stasirafistero“, aveva lo scopo di fissare la sutura e successivamente di permetterne la rimozione dei punti. Il congegno doveva rimanere nella cavità addominale fino alla completa cicatrizzazione della ferita. Rimase allo stato di semplice proposta.

Contro la peritonite, altra grave complicazione del taglio cesareo, vennero di volta in volta utilizzati il freddo mediante impacchi di ghiaccio sulla ferita, gli oppiacei, le sanguisughe, le docciature di etere sul ventre, i purganti, i sudoriferi, i mercuriali.

In assenza comunque di reali progressi medico-chirurgici, le conseguenze della pratica sono ben visibili nelle statistiche europee che Alfonso Corradi raccoglie nella sua importante opera Dell’ostetricia in Italia dalla metà del secolo scorso fino al presente (1874-77): una mortalità materna superiore al 60% nei dati pubblicati, che egli stesso ritiene poco attendibile per difetto, soprattutto se confrontata con le cifre impressionanti delle cliniche ostetriche (con mortalità superiore al 90%); il che lo porta a ritenere la morte della madre quasi certa.

Il 1874 è l’anno in cui un intraprendente ostetrico italiano, Edoardo Porro, inizia a sperimentare il taglio cesareo su 3 coniglie Gli animali operati guarirono, i coniglietti invece non sopravvissero perché l’intervento fu eseguito con troppo anticipo, per paura che il parto avvenisse in modo spontaneo. Con questi esperimenti il medico ebbe la conferma che la rimozione dell’utero poteva essere un’ipotesi terapeutica plausibile. Nel 1876 è ordinario ostetrico all’Università di Pavia quando si presenta il caso di una giovane partoriente (Giulia Cavallini foto a lato dopo il parto),  affetta da una grave forma di rachitismo che aveva deformato gravemente il suo bacino. Durante la visita, Porro constatò che, fortunatamente, il feto era vitale ma si trovava come «intrappolato in una prigione», perché la malattia della donna aveva causato malformazioni del bacino così gravi da rendere impossibile il parto per vie naturali. Si presentava un’unica possibilità: operare la donna con taglio cesareo.

Lapide che testimonia il luogo dove avvenne il parto con taglio cesareo di Giulia Cavallini

Dal momento che in quei giorni la clinica ostetrica era invasa da una epidemia di febbre puerperale Porro decise di operare la donna nell’ aula dove si svolgeva l’insegnamento per le ostetriche. L’intervento, in anestesia con cloroformio, cominciò alle ore 16.40 del 21 maggio con l’apertura dell’addome e dell’utero e l’estrazione del feto che fu eseguita rapidamente e con successo: si trattava di una femmina ben sviluppata, sana, che emise subito il primo vagito. La ferita dell’utero però sanguinava copiosamente e Porro capì subito che era necessario rimuoverlo per salvare la vita anche alla madre. Pose l’utero fuori dalla ferita, in posizione perpendicolare all’addome, e fece passare un robusto fil di ferro montato su un “attorcigliatore” di Cintrat attorno alla cervice uterina. Strinse l’ansa del filo e il sangue cessò di defluire permettendo così al chirurgo di tagliare di netto l’utero.  Suturò le pareti addominali abboccando il moncone uterino all’esterno, in basso, sulla zona sovrapubica dopo aver inserito nella cavità addominale un tubicino per il drenaggio dei liquidi che si sarebbero formati nel post-operatorio. Da questo coraggioso intervento che Porro espose nel suo articolo Dell’amputazione utero-ovarica come complemento di taglio cesareo  nacque una bambina che sopravvisse insieme alla madre.   

Il nuovo metodo costituì un punto di svolta fondamentale  nella storia dell’ostetricia mondiale;  finalmente si poteva aspirare alla salvezza sia della madre che del figlio in tutte quelle situazioni in cui un parto si presentava problematico.

Ai giorni nostri Il taglio cesareo con isterotomia trasversale sul segmento uterino inferiore è la tecnica più diffusa. Si ricorre, di solito, all’incisione secondo Pfannenstiel (dal suo ideatore) . Essa viene eseguita trasversalmente , a 2,5 -3 cm al di sopra del margine superiore della sinfisi pubica per una lunghezza di 10 -12 cm. Può essere rettilinea , o leggermente arcuata , a concavità verso l’ alto, ( secondo Cherney). In alcuni casi (eccessivo volume del feto, presentazione podalica incompleta, situazione trasversa del feto, shock materno, placenta previa, apoplessia utero-placentare) taluni preferiscono l’ incisione ombelico–pubica.

Tra le partorienti è ormai talmente consolidata la percezione di una maggior sicurezza del parto cesareo rispetto a quello spontaneo che i dati che ci vengono restituiti dal Certificato di assistenza al parto (CeDAP) redatto a cura del Ministero della Salute relativo all’anno  2015 (ultimo dato ufficiale) evidenziano come in Italia il 34,2% dei parti è avvenuto con taglio cesareo, con notevoli differenze regionali che comunque mostrano come in Italia vi è un ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica.

Le Linee Guida elaborate nel 2004 dal Centro Nazionale collaborativo per la salute materno-infantile (National collaborating centre for women’s and children’s health – NCC-WCH) del Regno Unito ha effettuato  una revisione  sistematica di 12 studi osservazionali (13.285 donne) ed altri sette studi osservazionali pubblicati successivamente. Nei due studi con il campione più numeroso, condotti nel Regno Unito, Australia e Svezia, la proporzione di donne che nel corso della gravidanza hanno manifestato una preferenza per il taglio cesareo programmato è compresa fra 6% e 8%. Le principali motivazioni di questa scelta materna sono rappresentate dalla percezione di una maggiore sicurezza per il neonato offerta dal taglio cesareo  e dalla riduzione del dolore. In questi studi inoltre, la scelta materna  è risultata fortemente correlata con un precedente taglio cesareo, una precedente esperienza negativa del parto, una complicazione nella gravidanza in corso o la paura del parto.

Nel 2006 il National Institutes of Health degli USA in una riunione sul “Taglio Cesareo su richiesta Materna” concluse che i dati della letteratura scientifica disponibili sugli esiti materni e neonatali facevano ritenere che tale richiesta era ingiustificata.

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