i bambini del padiglione 90

3 Aprile 2017 1 Di Alessandro Livi

“Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose per sé o  per gli altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorchè nei manicomi”.

Casa de locos – Francisco Goya – 1815.

Così si esprimeva la cosiddetta Legge Giolitti del 1904 affrontando il problema del ricovero nei manicomi degli alienati di mente; non erano previsti limiti di età, infatti molti bambini verranno ricoverati spesso solo per il semplice fatto di essere orfani. Si può ben immaginare quindi come durante il secolo scorso il manicomio rappresentasse uno snodo importante della rete istituzionale tesa a raccogliere i minori che in mancanza di un adeguato sostegno famigliare dovevano essere nutriti, educati, custoditi, corretti, puniti o curati. Quando un bambino, spesso ospitato in un brefotrofio o presso uno dei tanti istituti per l’infanzia abbandonata e bisognosa, costituiva un problema a causa delle sue esigenze assistenziali o del disturbo arrecato dal suo comportamento, una delle possibili soluzioni era il ricovero in manicomio. Quando un bambino presentava un deficit mentale, l’allontanamento dalla famiglia ed il ricovero presso un istituto facevano parte dei consigli che anche il pediatra suggeriva ai genitori. Un trattato di Pediatria del 1920 conclude con queste osservazioni la descrizione della sindrome di Down: l’allontanamento dei bambini affetti da idiozia mongoloide dalla casa paterna ed il ricovero in istituti per deficienti, dove a seconda delle condizioni dell’ammalato, si può ottenere o meno la guarigione, è, secondo me, da raccomandarsi perché la presenza di questi ammalati in famiglia porta con sé molti inconvenienti, specialmente per gli adulti uno stato di oppressione e di angoscia, per i fratelli sani il pericolo di un certo contagio psichico”.

La storia del reparto pediatrico del Manicomio della Provincia di Roma del S. Maria della Pietà  rappresenta  un esempio  che può contribuire  ad una riflessione sul problema del ricovero in manicomio dei minori. Il periodo preso in considerazione  è il sessantennio (1913-1974) di attività del reparto pediatrico durante il quale furono ricoverati 3758 bambini con età inferiore ai 15 anni.

Visione d’insieme del S. Maria della Pietà dell’epoca

I reparti pediatrici inizialmente erano due , uno per bambini “tranquilli” di 50 posti e l’altro per bambini “sudici” di 40 posti. Lo stesso bando di concorso relativo alla costruzione del comprensorio di S. Maria della Pietà prevedeva che il 9% dei 1000 posti letto ipotizzati ( diventeranno poi 1300  a completamento dei lavori) fosse destinato ai fanciulli (66 maschi e 24 femmine) per i quali veniva calcolato che il “personale di custodia” (infermieri) fosse costituito da 9 unità. Per questi infermieri non era prevista una formazione diversa da quella degli infermieri per gli adulti. Un medico del manicomio soleva dire :” tutto quello che vi dissi per epilettici, idioti e scemi vale anche per i fanciulli. Quasi tutti i fanciulli ricoverati in manicomio dai 5 ai 12 anni sono idioti, scemi o epilettici”.

Le “Sorelle dei Poveri” era l’ordine di suore, con casa madre a Siena, a cui erano affidate cura e gestione dei padiglioni nei quali dimoravano.

Suore e malate nei momenti di attività “ricreativa” (foto presa da un articolo di Giovanna D’Annibale)

Il padiglione XIII era destinato ai fanciulli tranquilli (altrimenti definiti “recuperabili”) ed il padiglione XIX ai fanciulli “sudici” (altrimenti definiti “non recuperabili”). Successivamente nel 1933 viene inaugurato il padiglione XC (90) dove verranno trasferiti i fanciulli tranquilli.

Interno di un padiglione del S. Maria della Pietà

Lunedì 28 Luglio 1913 Caterina 4 anni, viene ricoverata al nuovo Santa Maria della Pietà con diagnosi di idiozia ed epilessia; morirà per attacco epilettico dopo 828 giorni senza mai essere uscita dall’istituto. Caterina è la prima dei 3758 bambini che fino al 1974 verranno ospitati al Manicomio Provinciale di Roma.

Nei registri di ricovero venivano riportati il cognome , nome, età, luogo di nascita, provenienza, diagnosi, data di dimissione con esito (decesso, trasferimento, miglioramento, modalità di dimissione). Il registro prevedeva anche l’indicazione dl grado di istruzione (talora vengono indicati come analfabeti bambini di età inferiore a quella scolare!!) e del tipo di lavoro svolto. Quest’ultima informazione viene registrata solo sei volte per bambini di età dai 13 ai 14 anni (un girovago, una girovaga, un tipografo, una stiratrice, un carrettiere e un apprendista sarto).
La durata di degenza era variabile. Ma la grande maggioranza dei ricoveri aveva una durata compresa tra i sei mesi ed i due anni. Molti ricoveri tuttavia superavano i 15 anni di durata.
I ragazzi una volta compiuti i 15 anni venivano inseriti nei reparti degli adulti. Frequentemente accadeva che il passaggio avvenisse anche al compimento dei 13 anni.
I 3758 ricoveri totali in realtà sono relativi a 2761 bambini, infatti il 20% di questi minori viene ricoverato più di una volta prima di raggiungere l’età adulta.
La percentuale di decessi risulta di una certa entità soprattutto nei bambini fino a 4 anni di età nei quali rappresenta il 29% del totale dei bambini ricoverati di questa fascia di età.
I minori nei manicomi seguono la sorte degli adulti, sottoposti ad uno stile di vita e ad un isolamento analogo, rischiano di subire gli effetti negativi di terapie sperimentali compresa la lobectomia prefrontale o lo stesso elettroshock a proposito del quale un autore di una ricerca, dopo aver sottoposto ad elettroshock 15 bambini, afferma che  i risultati ottenuti, pur essendo stati modesti, incoraggiano ad effettuare ulteriori tentativi in quanto “ l’elettroshock sembra essere sopportato benissimo dai bambini”.
Le fonti documentali della vita quotidiana all’interno dei padiglioni pediatrici sono scarne e disperse.

Rimangono testimonianze sporadiche di persone che hanno lavorato all’interno dei padiglioni, come quella della Sig.ra Elsa:” Si entrava alle sette e si cominciava a lavare tutti i bambini. Difficilmente si trovava la biancheria perché i bambini strappavano tutto. Molte di noi che avevano bambini piccoli, portavano magliette e cose da casa perché dopo 2 ore bisognava buttare via tutto e ricominciare da capo. Al reparto non c’erano regole per il vestiario, l’unica regola era riuscire a vestirli. Rubavamo: quando sentivamo che passava il camion della biancheria pulita c’era sempre una infermiera di guardia per rubare i fagotti dei panni puliti. Bisognava cucirli in continuazione, cucire le lenzuola al materasso in modo da immobilizzarli, così che si sporcassero il meno possibile. Quasi tutti erano da imboccare….   Più del 70% dei bambini erano figli di nessuno. C’erano comunque genitori che venivano e portavano roba da mangiare e vestiti. Tra questi mi ricordo una mamma che un giorno venne a trovare suo figlio e seppe che nel frattempo era morto. Senza mostrare particolari sentimenti di dispiacere lasciò sul letto del vestiario che aveva portato e se ne andò dicendo “è morto a voi.. pensateci voi”.

Oppure racconti di chi ha avuto contatti con uno dei reparti infantili, come questo:
Spesso figli della sifilide, della tubercolosi, dell’alcolismo, stavano in un reparto, dai pavimenti a piccole mattonelle rosse. Quasi tutti dagli occhi bellissimi, straordinariamente grandi e limpidi e dalle mostruose degenerazioni: bambini dagli organi genitali enormi, con le manine sempre legate dietro la schiena, bambini scimmieschi dalle braccia lunghissime e la testa piccola come una noce di cocco, sulla quale il cuoio capelluto, normalmente cresciuto, si pigia in pliche e la testa prende le curiose ondulazioni di un grosso bruco bruno; bambini affetti da orribili tic e movimenti continui, ossessionanti, del capo o da nistagmi inguardabili, per i quali i loro occhi oscillano continuamente da destra a sinistra, sopra la bocca sempre aperta e bavosa. Qualche volta la sifilide, la tubercolosi, l’alcolismo non c’entrano; è bastata la miseria; la guerra è stata di sopravanzo col suo corteggio di spaventi, di fame, di incubi, di dolori, a rendere impossibile la normale vita prenatale del bambino e provocare nascite di esserini psichicamente anormali, affetti da malformazioni congenite, predestinati alla infelicità per sempre”.

Toccante a tal proposito è la storia dei 42 anni di ricovero al S. Maria della Pietà di Alberto Paolini, 82 anni, che lui stesso descrive nel suo libro di memorie “Avevo solo le mie tasche”.
Alberto racconta la sua infanzia da orfano, i 42 anni trascorsi in manicomio senza che su di lui sia mai stata emessa una sola diagnosi che giustificasse il ricovero, sino alla lettera scritta ad un assessore romano quando, a 65 anni, gli si prospettò di essere chiuso di nuovo, ma questa volta in un pensionato.
“Ero un bambino senza nessuno nel momento in cui Roma si stava organizzando per il Giubileo del 1950. Era un evento importante per la riconciliazione dopo la guerra. E quindi dovevano liberare le strade da bambini orfani, come me, dai mendicanti, dai poveracci che c’erano in giro, che avrebbero fatto fare brutta figura alla capitale. I collegi erano ormai tutti pieni e quindi molti furono messi nei manicomi”.
Affronta anche il problema dell’elettroshock praticato in modo del tutto indiscriminato   ad adulti e bambini soprattutto negli anni ‘40.
Nel 1948, racconta, c’era tra gli psichiatri una grande euforia: era stato praticato da poco tempo, ad opera del professor Cerletti, un nuovo metodo di cura per le malattie mentali, basato sull’applicazione di una serie di scariche elettriche in rapida successione, sulla testa del paziente. Si otteneva cosi un effetto simile ad un attacco di epilessia. A questo metodo rivoluzionario era stato dato il nome di elettroshock-terapia. Insomma, tutti i medici erano convinti che si trattasse di una specie di toccasana per ogni forma di disturbo mentale. Per questo veniva applicato con disinvoltura sulla maggioranza delle persone ricoverate negli ospedali psichiatrici di allora. Erano esclusi solo gli epilettici, che gli attacchi li avevano già per conto loro, le persone anziane e dal cuore in condizioni precarie… in quel periodo, dire “Padiglione VI”, equivaleva a dire “elettroshock”.

Tra il 1950 ed il 1951 Il padiglione 90  non farà più parte  del manicomio, diventando reparto “aperto”.

A partire dalla fine degli anni ’70 ha invece ospitato  l’asilo nido per i figli dei dipendenti del Santa Maria della Pietà, gli uffici amministrativi dell’ospedale psichiatrico e la seconda cattedra di clinica psichiatrica  dell’Università  degli  studi di  Roma  “La Sapienza”.

Attualmente è  sede  di uffici  dell’Ospedale San Filippo Neri.

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