i carusi: gli schiavi delle zolfare siciliane

15 Giugno 2017 0 Di Alessandro Livi

Dal XVIII secolo lo sviluppo chimico-industriale determinò un aumento   della domanda di zolfo  a cui contribuì la scoperta nel 1736 di un nuovo metodo per la preparazione dell’acido solforico (qui una breve storia sull’acido solforico) si faceva  ampio uso nell’industria tessile e farmaceutica, a partire dallo zolfo.

Ragazzi al lavoro in una miniera di zolfo in un dipinto del 1905 di Onofrio Tomaselli. Il dipinto raffigura i “carusi”, ragazzi impiegati nel duro lavoro nelle zolfare  siciliane, all’uscita del pozzo minerario. Sono curvi sotto il peso schiacciante dei sacchi di zolfo sulle spalle. Sono emersi dal buio infernale della miniera e camminano in fila accecati da una luce intensa. Il ragazzo sulla sinistra è accasciato per terra, vinto dalla fatica.

Ma è  dalla metà dell’800 che questa attività ebbe la sua massima espansione. I solfatari nel 1860 costituivano il 61,8% della popolazione mineraria italiana e concorrevano con il 71,2% al valore dell’intera produzione nazionale. In quel periodo la Sicilia rappresentava  la regione italiana con il maggior numero di miniere di zolfo grazie anche ad una legge borbonica del 1826 che consentiva al proprietario del suolo lo sfruttamento del sottosuolo, dopo il pagamento di una piccola  «regalia» che dava diritto alla “aperietur“.

L’intera produzione di zolfo veniva  destinata all’esportazione; i principali acquirenti erano la Gran Bretagna e la Francia mentre la restante quantità di zolfo siciliano  veniva inviata  negli  Stati Uniti ed in una decina di altri paesi europei.

Nel periodo di massimo sviluppo le  miniere in attività in Sicilia erano 300 ed occupavano 16.000 minatori. Soltanto 4 miniere erano munite di macchine a vapore per l’estrazione del minerale e delle acque, mentre altre 10 miniere disponevano di maneggio a cavalli, sicché in  ben 286 miniere, la cui profondità media era di circa 60 metri (con punte anche di 300-400 metri), l’estrazione veniva praticata col trasporto a spalla effettuato da circa 10.000 operai, di cui 3.500 di età inferiore ai 14 anni.

Nelle miniere di quegli anni il metodo prevalente di estrazione dello zolfo puro consisteva nella fusione del minerale grezzo  nella “calcarella” (altrimenti detta “carcaruna”) un  rudimentale forno di fusione. Per separare lo zolfo dal resto del minerale estratto  si bruciavano dei piccoli cumuli di minerale, adagiati in un fosso costruito a piano inclinato e dal diametro di 1 – 2 metri (la calcarella). Lo zolfo fuso, che rappresentava una piccola parte di quello contenuto nel cumulo iniziale, colava lungo il piano e fuoriusciva da un’apertura chiamata “foro della morte” (v. foto a lato).  Il resto dello zolfo si volatilizzava sotto forma di anidride solforosa i cui vapori causavano gravi danni agli operai.  Il rendimento generale medio per operaio, secondo una stima del carico di lavoro e in rapporto alla giornata lavorativa dall’alba al tramonto, era di circa 188 chili di zolfo puro; se il peso di una gerla era in media non inferiore a 30 chili di grezzo, si può facilmente dedurre quante volte bisognava andare su e giù per le discenderie durante una giornata di lavoro di durata non inferiore a dieci ore.

Naturalmente i soggetti più a rischio erano gli zolfatari  che si dividevano in due categorie: interni ed esterni. Questi ultimi erano i carcarunara  che  si occupavano del riempimento e dello svuota­mento delle fornaci (carcaruna) e gli orditura, addetti alla fusione del minerale e alla raccolta dello zolfo fuso (v. foto sopra). Tra gli zolfatari interni vi erano i  picconieri  che estraevano il materiale, gli spisalora, addetti alla ricerca di nuovi filoni e alla manutenzione della zolfara, gli acqualora  il cui lavoro consisteva nell’eliminare le acque d’infiltrazio­ne, i ciarrittera, i quali trasportavano lo zolfo su vagoncini fino ai piedi della discenderia, ed i carusi che, caricati come somari, portavano lo zolfo fuori dalla miniera.

Era l’epoca in cui mancavano i beni sanitari e non esistevano ancora servizi strutturati sia sanitari che di previdenza, ma solo l’assistenza comunale nei casi di documentata ed estrema indigenza, ma più in forma di concessione a discrezione  dell’autorità che non di diritto. Erano pochissime le miniere fornite di materiale di medicazioni e provviste di qualche pacchetto di cotone o di qualche fascia, la cui applicazione in caso di necessità era per lo più affidata a un fabbro o a un falegname.

Sicuramente il lavoro più difficile lo svolgevano i “carusi”, ragazzini che in giovanissima età venivano assunti in miniera per scendere nei cantieri a diverse centinaia di metri sotto terra completamenti nudi per il forte caldo, per caricare, sulle loro spalle, le sacche piene di zolfo; quindi, schiacciati dal peso, risalivano verso l’esterno attraverso gli stretti cunicoli. Quella dei carusi è una vicenda che inizia nel 1700 e che si sviluppa per oltre due secoli fino alla metà del ‘900.  Inizia con i Borboni ai quali sopravvive, e continuerà in seguito anche dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie alla corona dei Savoia e alla proclamazione a primo re d’Italia di Vittorio Emanuele II.

I carusi erano bambini dai 6 ai 12 anni che venivano ceduti dai genitori con un sistema detto “a soccorso morto”, consistente nell’anticipare una somma esigua alla famiglia  in cambio dell’uso del bambino. A causa del debito il caruso avrebbe ricevuto solo acconti e spesso in natura (farina, grano, olio, pane). Il lavoro segnava il caruso per tutta la vita; subiva violenze, andava incontro a malattie oculari a rachitismo, gravi patologie dello colonna.  Significativo il riscontro che tutti i bambini che lavoravano nelle zolfatare risultavano inabili alla visita di leva. Il termine siciliano “caruso” deriva dalla espressione latina “carens usu” letteralmente “mancante d’esperienza” . Nel dialetto siciliano  significa anche “tosato”  pare per la consuetudine di rasare  completamente la testa di questi giovanissimi lavoratori, probabilmente per i motivi igienici conseguenti alle condizioni di estrema sporcizia esistenti nelle miniere: tale taglio di capelli veniva di fatto definito nel dialetto tipico dell’epoca della zona di Caltanissetta come tagghiu carusu.

Nelle  gallerie la temperatura arrivava anche a  50° c. Mancava l’aria. Completamente nudi, grondando sudore e contratti sotto i gravosissimi pesi che portavano, una volta usciti all’aria aperta, spesso gelida, i carusi scaricavano il materiale nei carrelli che altri ragazzi spingevano fino alla bocca dei calcaroni, sempre correndo, incitati, spintonati, spesso frustati e bastonati come bestie con bastoni e tubi di gomma, in condizioni incredibili di crudele sfruttamento.

Essi possono essere considerati come gli schiavi dell’industria mineraria. Secondo lo scrittore siciliano Giuseppe Pitrè nel suo “Usi e costumi del popolo siciliano” furono impiegate in questo lavoro anche ragazze giovanissime che per lo più erano addette al riempimento dei forni.

L’orario di lavoro poteva tranquillamente sfiorare   anche le 16 ore.

Il loro diretto superiore era il picconiere; dopo che questi aveva preparato il carico, i carusi lo mettevano  dentro un cesto di vimini poggiandolo sulla spalla dopo aver posizionato su di essa una specie di cuscino riempito di paglia; quindi disponendosi in fila indiana cominciavano l’ascesa attraverso le scale ed i cuniculi senza fine.

Nelle zolfare, molto distanti dall’abitato, esistevano gruppi di alloggi senza forma, né grazia, né ordine architettonico, anneriti dal fumo e dal sudiciume. All’interno non vi erano arredi, ma letti di tavole ricoperti da frasche e  pagliericci. A questo proposito   S. Talamo  riporta nel  suo articolo “Le zolfare e i zolfatari di Sicilia” pubblicato nel 1903 sulla Rivista Internazionale di Scienze Sociali come “entrando in queste abitazioni si prova un senso di profondo ribrezzo e di commiserazione,   mentre un odore greve e nauseabondo soffoca e arresta il visitatore…i zolfatari sono costretti a mantenersi in continuo contatto col terriccio e con la melma e a lavorare ignudi per il caldo continuo, non usano mai far bagni nè mai rinnovano gli abiti giornalieri  e i miseri cenci con i quali si coprono i lombi“. In piccoli spazi di metri  abitavano intere famiglie o gruppi di operai, spesso a contatto con la  stalla degli animali con cui contraevano promiscua convivenza. I carusi riposavano su tavolati con su sparsa paglia e frasche raccolte nelle campagne prossime alla miniera; dormivano su giacigli privi di cuscini e lenzuola, con il capo poggiato sulla mano e i piedi di uno  a lambire la testa di un altro, coperti dei loro stessi abiti da lavoro.

In prossimità delle miniere mancavano fontane e lavatoi per l’igiene personale e degli indumenti.  l’acqua scorreva in abbeveratoi dove liberamente potevano accedere animali di ogni genere, selvatici, domestici e randagi. Gli alimenti erano custoditi in luridi cenci di stoffa e non sufficientemente protetti da polvere e insetti. I carusi consumavano il pasto lungo i cuniculi, con le mani sporche di terriccio ed escrementi, senza orario e comodità.

Tutto ciò  costituiva la condizione ideale per lo sviluppo delle malattie trasmissibili come le parassitosi intestinali tra cui soprattutto “l’anchilostomiasi”, caratteristica malattia  dei minatori causata da un piccolo verme che si annida nell’acqua infetta e nel fango. La propagazione della malattia avviene per via orale o cutanea e porta alla comparsa di vesciche sulla pelle, di lombalgie, stanchezza , di nausea, vomito e diarrea.

Le scarse  conoscenze in campo microbiologico e parassitologico contribuirono anche a mantenere la credenza che nelle zolfare i fumi di anidride solforosa risultassero  essere sufficienti a bonificare aria, luoghi e suppellettili da ogni tipo di infezione. Era un tempo in cui la zolfara preoccupava più per i rischi causati dagli incidenti e disastri piuttosto che per le malattie infettive.

Gli incidenti erano infatti all’ordine del giorno; le cause più frequenti di incidente che si verificavano nelle miniere erano:

  •  Distacco di roccia. Costituiva l’incidente più frequente e sofferto.
  •  Scoppio di grisou. È un gas molto leggero rispetto all’aria, composto in prevalenza da metano e contenuto in alcune rocce, specie le solfifere, si accumulava nelle cupole dei camminamenti. Nelle zolfare il grisou non era costantemente presente e gli incidenti erano saltuari, ma con danni personali rilevanti, dato che i minatori lavoravano nudi per l’elevato tasso di umidità. La sua fiammata, rapida ad accendersi ed esaurirsi, bruciava la superficie di contatto. Sarebbe bastato un sottilissimo indumento di protezione per prevenire ustioni che avrebbero imposto alla vittima la ricerca tormentosa di un improbabile refrigerio e impedire una morte tra atroci dolori.
  • Inalazione di acido solfidrico. Si tratta di un gas dal caratteristico odore di uova fradice, più pesante dell’aria, con accumulo nel suolo e nelle zone inferiori delle discenderie. Velenosissimo, determinava stato confusionale e stordimento prima ancora di avvertirsi l’odore: la vittima cadendo a terra moriva  rapidamente.
  • Intossicazione da anidride solforosa. Dovuta a un gas sviluppato per combustione dello zolfo è dannosa a tutti gli esseri viventi, compreso flora e fauna. Solubile in acqua si può resistere ad essa per un tempo limitato respirando attraverso un panno inumidito. Volgarmente detta fumo, si sprigionava con il brillamento delle mine e l’incendio della sottile polvere di zolfo. Le correnti d’aria potevano spostare l’esalazione investendo più o meno massicciamente gli operai alla ricerca delle difficili vie di fuga. La broncopatia  cronica di tipo asmatico si instaurava di solito in coloro che erano  esposti alle continue esalazioni mentre il danno acuto della mucosa bronchiale conduceva a morte in breve tempo.
  • Asfissia da anidride carbonica. Dovuta alla respirazione di un gas inodore e più pesante dell’aria, si accumulava nelle zone prive di ventilazione; in sua presenza la concentrazione di ossigeno si riduceva a livelli non compatibili con la vita, tanto che neanche la fiamma poteva bruciare.
  •  Malattie professionali. Hanno rappresentato causa di invalidità temporanea o permanente.

In conseguenza di questa attività lavorativa l’apparato scheletrico dei carusi era per ovvi motivi l’organo maggiormente interessato e venivano colpiti soprattutto:

  • il cingolo scapolare con conseguente asimmetria delle spalle:
  • la colonna vertebrale  con  cifosi dorsale o gobba indietro e il petto a forma di carena o gobba in avanti. La prima per l’incurvamento in avanti delle spalle e della colonna vertebrale, la seconda per verosimile disvitaminosi da carenza dei precursori della vitamina D a causa del deficit alimentare di latte e latticini e della lunga permanenza negli ambienti privi di irradiazione solare.

Accanto all’alterato sviluppo scheletrico   si evidenziava  nei carusi adolescenti anche il ritardo puberale da attribuire alla denutrizione.

A proposito della mortalità dei zolfatari Alfonso Giordano medico siciliano che ha dedicato la sua vita professionale  alla prevenzione, alla cura ed alla rivendicazione dei diritti dei zolfatari annota nel suo libro sulla fisiopatologia e l’igiene dei minatori del 1913: «… è agevole il dedurre come il tasso della mortalità sia considerevole, non solo per le malattie dell’apparato respiratorio (24.04 per cento), ma altresì per gli infortuni (31.04 per cento) e per gli omicidi (4.13 per cento), per cui in quelle miniere in onta alle leggi ed ai regolamenti, tuttavia si consuma una vera ecatombe umana tanto che discutendosi nel giorno 2 maggio u.s. 1910 il bilancio di agricoltura, l’on. Vaccaro richiama l’attenzione della Camera e del Governo sull’aumento impressionante della mortalità fra i solfari in Sicilia e segnatamente nei fanciulli, che risentono maggiormente le conseguenze della miseria».

Nel suo articolo pubblicato nel 1911  sul British Medical Journal  Sir Thomas Oliver medico igienista inglese descrive l’ambiente delle miniere siciliane da lui stesso visitate. Nel suo reportage riferendosi agli incidenti che più frequentemente occorrevano ai minatori tra l’altro riporta  “I principali esiti di infortuni riguardano fratture  di braccia e gambe a causa della caduta di pietre dal tetto, fratture di ossa dei piedi e traumi cranici per la stessa causa.
Al di fuori della congiuntivite, causata dalla irritazione alle palpebre  da acido solforoso e idrogeno solforato, le malattie degli occhi non sono frequenti. Talvolta ci si imbatte nel tracoma.
Occasionalmente, gli uomini vengono soffocati dall’improvvisa inalazione di idrogeno solforato e di anidride carbonica rilasciati dall’argilla bituminosa e dalle lampade a fiamma libera che gli uomini e i ragazzi usano nella miniera. I carusi frequentemente rotolano sui gradini ripidi e consumati che portano alle miniere. Ogni anno, dei 5.000 incidenti, 1.200 riguardano questi ragazzi, il 50% degli incidenti si verificano tra i picconieri, e il 26 per cento tra i carusi. Tra questi ultimi, il 2% è mortale.”

Alfonso Giordano fu il primo in Sicilia nel 1882 a diagnosticare la presenza dell’anchilostoma nelle feci di un solfataro anemico.
Il Ministero dell’Interno, in accordo con la Direzione di Sanità Pubblica, prese atto della grave moria di operai nelle zolfare di Muglia, Centuripe e Lercara e nominò una Commissione di studio e di intervento a cui fu invitato a partecipare lo stesso Giordano, il quale accertò che il 35-50% dei minatori di zolfo siciliani ospitava il parassita percentuale che altri ricercatori hanno posizionato su valori superiori anche al 70% con punte dell’82% nei carusi.
Queste le contromisure prese dalla Commissione Governativa nel 1898:
  • allontanare dal lavoro tutti gli operai infetti.
  • istituire dei dispensari annessi alle miniere per l’esame delle feci e per la cura degli ammalati.
  •  invitare i direttori delle miniere e dei cantieri ad inviare ai dispensari tutti gli operai con sintomi sospetti della malattia, quali pallore cutaneo, astenia, anemia.
  • vietare la deposizione di feci in suolo libero ed obbligare all’utilizzo di tinelli mobili per la raccolta delle deiezioni dentro cui versare subito dopo la calce.
  • prosciugare le gallerie a mezzo di canali o pompe idrovore.
  • evitare di bere l’acqua libera delle miniere.
  • obbligare a lavarsi le mani prima di consumare il pasto.
  • conservare le provvigioni ben avvolte.
  • istallare lavatoi con acqua pulita, serbatoi con acqua potabile a cui attingere a mezzo di rubinetti.

Si assunse l’iniziativa di fornire le zolfare di Sicilia di bottini mobili per la raccolta dei residui antropici verso l’uso dei quali gli operai mostrarono decisa avversione. Si fecero ampie disinfestazioni dei sotterranei prima con soluzioni di sublimato corrosivo e di acido cloridrico, poi con soluzioni di sale comune che apparvero essere più efficaci; si costruirono qua e là lavabo in muratura o in legno e si fornirono recipienti per bere. Il decreto prefettizio del 28 giugno 1899 prescrisse che dall’1 settembre nessun operaio poteva essere ammesso al lavoro senza certificazione medica. Venne aperto un dispensario dove tutti gli operai furono ammessi alla visita sanitaria e gli  ammalati furono curati gratuitamente.

Queste contromisure di tipo igienico sanitario vennero affiancate  dai farmaci antielminteci che all’epoca erano ancora poco efficaci e soprattutto tossici. Tra questi quello maggormente utilizzato era il timolo  risolutivo per  l’ eliminazione del verme nel 70-80% dei casi.

Nel 1934 una legge dello Stato italiano vietò alle donne e ai ragazzi di età inferiore ai 16 anni di calarsi all’interno delle zolfare mentre già da qualche anno prima, nel 1927, era stata sancita per legge la demanialità del sottosuolo.

Le ultime miniere di zolfo hanno cessato di operare in Sicilia poco dopo il 1970. Nel 1950, anno in cui, conclusa la guerra di Corea, gli Stati Uniti riaprirono le loro esportazioni di zolfo sul mercato mondiale, le zolfare siciliane entrarono in  una crisi definitiva e irreversibile. Lo zolfo americano, pompato con una sonda dalle viscere della montagna, veniva offerto ad un prezzo irrisorio rispetto a quello siciliano.
Lentamente le zolfare siciliane perdettero la loro clientela internazionale, poi via via che il sistema dei trasporti navali diventava più rapido ed economico, perdettero anche la clientela nazionale. Lavoravano, producevano zolfo, ma nessuno lo comperava. Si chiudeva così una delle pagine più penose della storia dell’Isola, iniziata già alla fine del II secolo d.C., quando si ha notizia di “miniere imperiali” in cui venivano impiegati anche schiavi e delinquenti comuni.

“Dopo aver reso omaggio a chi lavorando è morto e ai bambini sfruttati per sottolineare la loro dignità. Sergio Mattarella“. Questo il messaggio firmato, lasciato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel “Cimitero dei carusi” di Caltanissetta, al termine della cerimonia che si è svolta nel 2015 al sacrario che ricorda la tragedia del 12 novembre 1881 nella miniera di Gessolungo (v. video sopra) in cui morirono in miniera 65 persone, tra cui 19 bambini ed a cui è dedicato il filmato “un caruso senza nome”  riprodotto ad inizio articolo.

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