i ciarlatani: il volto della medicina popolare in italia

28 Agosto 2017 0 Di Alessandro Livi

Chi erano questi ciarlatani? Sicuramente all’inizio della diffusione di questo fenomeno, che possiamo datare nella prima metà del XIII secolo (anche se esempi di “ciarlataneria” si riscontrano nei secoli precedenti), si trattava nella maggior parte dei casi di persone prive di ogni qualificazione medica ufficiale, anzi spesso privi anche di un minimo di istruzione che vendevano medicamenti di ogni genere: unguenti dalle proprietà miracolose,  saponi benefici, antidoti potentissimi, elisir di lunga vita, scatolette contenenti polveri segrete.

il ciarlatano dott. dulcamara

Il Dott. Dulcamara, il ciarlatano per eccellenza, personaggio dell’opera buffa «Elisir d’amore» di Donizetti, che vende e vanta nelle piazze il portentoso elisir.

Venivano anche detti montimbanchi o saltimbanchi proprio perché salivano sopra una sorta di semplici palchi poggiati su cavalletti, e da lì, facendo sfoggio di grandi conoscenze,  imbonivano i fruitori, vantando la bontà e l’efficacia guaritrice dei prodotti esibiti. L’Accademia della Crusca definì nel 1612 questa categoria come” coloro che per le piazze spacciano unguenti od altre medicine, cavano i denti e fanno giochi di mano ..”

L’eloquenza affabulatoria,  peculiarità  di primaria importanza nell’attività di questi personaggi, consentiva al finto medico di commercializzare e promuovere il proprio rimedio, aspetto questo che porta ad avvicinare la figura del ciarlatano con quella del mercante, del venditore ambulante.

Per attirare l’attenzione degli astanti, inoltre, all’improvvisazione verbale si accompagnava l’offerta con esibizioni di vario tipo: declamazione di storielle e filastrocche, messa in scena di vere e proprie rappresentazioni spesso con il supporto di compagnie teatrali, oppure simulazione di finzioni volte a stupire il pubblico.

L’abilità nel parlare come sorta di incentivo all’acquisto di questo o quel rimedio,  rimanda alla stessa etimologia del termire “ciarlatano”, che diviene di uso corrente nel Seicento e fin da subito usato con accezione negativa; “ciarlatano”, dunque, deriva dal verbo “ciarlare”, cioè parlare a ruota libera, con intenti volti a blandire e a imbonire gli ascoltatori. A sua volta il termine ciarla origina dalle figure dei cantastorie che dopo la morte di Carlo Magno  presero a narrare le gesta del grande re nelle piazze o presso le tavole dei nobili; il loro modo di mescolare narrazione e finzione venne chiamato ciarla, da Charles, nome del re in francese. La parola “ciarlatano” sembra sia stata utilizzata per la prima volta nel quindicesimo secolo dall’umanista e libraio fiorentino Vespasiano da Bisticci (1422-1498); fino a quel periodo il termine latino ricorrente e usuale era “cerretanus”. Ciarlatano deriva infatti dall’unione lessicale tra “ciarla”, nel senso di chiacchiera, pettegolezzo, e “cerretano”, ossia originario di Cerreto, città-castello nel cuore dell’ Umbria, vicino a Spoleto.

Cerreto di Spoleto

Infatti, a seguito della terribile “peste nera” che colpì l’Europa intorno alla metà del XIV secolo e che sterminò un terzo della sua popolazione, gli abitanti di Cerreto furono autorizzati a chiedere l’elemosina per poter ricostruire e riattrezzare gli ospedali andati in rovina. Negli Statuti di Cerreto del 1380 si fa esplicita menzione di concessioni chiamate  baye  o baglie che consentivano a coloro che le ottenevano, detti perciò  bayuli  o baglivi, di raccogliere le risorse da destinare, in particolare, al sistema di assistenza dell’Ordine del Beato Antonio. I baglivi si ponevano pertanto come mediatori tra i ricchi e i poveri, tra chi approfittava dell’opportunità di perdono dei propri peccati attraverso la beneficenza e chi affollava gli ospedali senza avere nessuna possibilità di pagarsi le cure o anche semplicemente  per trovare un po’ di cibo: gli hospitalia medievali, infatti, aprivano le loro porte senza fare molta differenza tra emergenza sanitaria e indigenza economica.

Quest’attività meritoria lasciò il passo, ben presto, a truffe e raggiri. I cerretani arrivarono a intascare parte del ricavato o, addirittura, a chiedere l’elemosina fingendosi affetti da gravissime malattie. E non solo questo. Millantando competenze mediche dispensarono, in lungo e in largo per la penisola (e anche oltre i suoi confini) petulanti consigli sulla salute e diagnosi di malattie.

un cavadenti all’opera in una piazza

Dopo il Concilio di Trento (1545-63) i cerretani perdono la loro funzione. Tuttavia la necessità di sopravvivere ad ogni costo fa scoprire nuovi e singolari mezzi di sussistenza divenendo medici da piazza. Nelle pubbliche piazze praticarono estrazioni di denti e svilupparono l’abilità di fingersi speziali, vendendo rimedi e unguenti decantati come miracolosi e buoni per ogni malanno. Una vera e propria professione dell’inganno e dello sfruttamento a fini di lucro dell’ingenuità delle persone e della loro buona fede.  I cerretani insomma finiscono per dare il nome a tutta una serie di finti medicastri: cavadenti, raccoglitori di elemosine sotto mentite spoglie ed esperti incantatori di serpenti che, in particolare questi ultimi, esercitando un forte fascino sulla gente grazie alle doti di potenziali capacità risanatrici combinate con l’abilità di dar spettacolo, costituivano sicuramente un punto di passaggio cruciale nell’evoluzione da “cerretano” al “ciarlatano” dei nostri giorni. Durante le stupefacenti esibizioni, dopo avere estratto i serpenti  dai contenitori, questi ciarlatani li maneggiavano davanti alla folla con finta noncuranza, dichiarandosi immuni ai loro venefici morsi. esemplificativa in tal senso è l’incisione  del pittore bolognese Giuseppe Maria Mitelli.

Il Ciarlatano venditore di antidoti.  Incisione di Giuseppe Maria Mitelli  (1635)

In Sicilia  l’arciprete Paolo Ciarallo e i maschi della sua famiglia, sostenevano di essere discendenti dagli antichi Marsi  (conosciuti nell’antichità, per essere immuni al veleno dei serpenti, di saperlo usare per filtri magici e perché erano in grado di ammaliarli con il canto o con gli strumenti musicali) , e combinando abilità terapeutiche, quasi miracolose, a esibizioni non prive di toni drammatici, fingevano di guarire i morsi velenosi con la loro stessa saliva. Erano appunto noti come “serpari” o “ciaralli” e talvolta organizzati in dinastie familiari.

Altri maneggiatori di serpenti-ciarlatani si dicevano provenienti dalla stirpe di San Paolo, a cui, appunto, si attribuiva la capacità di occuparsi dei morsi dei serpenti. Questa associazione con il santo era stata fatta propria dagli incantatori: nell’episodio degli Atti degli Apostoli (28.3-5) si narra, infatti, di come nell’isola di Malta, San Paolo si fosse liberato senza subire alcun danno da una vipera che si era attaccata alla sua mano. I cosiddetti “paouliani” o “sanpaolari” maneggiavano i serpenti e stupivano il pubblico con il loro numero, ma il fine pratico  era quello di vendere. Quello che esibivano era uno speciale antidoto detto terra sigillata, conosciuto anche come pietra di San Paolo, terra di Malta o Gratia Pauli e che si ricollegava proprio alla leggenda dell’incidente di San Paolo. Ovviamente questi ciarlatani, abili incantatori, per offrire un miracoloso spettacolo al pubblico e farsi mordere senza, tuttavia, subire un reale danno, costringevano i serpenti ad addentare dapprima un pezzo di carne dura; in questo modo le sostanze velenose essendo rilasciate tutte sulla carne morsicata, rendevano innocua la morsicatura successiva. Altro metodo era quello di asportare con le forbici le sacche contenenti il micidiale veleno, oppure di cospargersi le mani di un particolare unguento, in grado di fungere da pellicola protettiva e impermeabile.

I ciarlatani, non solo incantatori di serpenti, ma anche venditori itineranti di unguenti di vario genere, di amuleti magici, di rimedi antitossici come le “terre sigillate” e il potentissimo “orvietano”, venivano visti con curiosità e ingenuamente ritenuti validi guaritori dalla gran parte del popolo.

Il Ciarlatano – 1656 – dipinto di Bernardino Mei.  Il vecchio ciarlatano siede sopra un palco di legno attorniato dai “ferri” del proprio mestiere, boccette e ampolle di vetro contenenti pozioni dalle improbabili virtù terapeutiche. La visione dal basso sembra accentuare l’imponenza dell’ambiguo personaggio la cui massa corporea viene amplificata dal sovrapporsi e dall’ingolfarsi continuo di innumerevoli strati di panni. L’esibizione del misterioso guaritore si svolge dentro le mura della città di Siena, come indica il profilo della torre del Mangia che si intravede nel fondo, sulla sinistra del quadro. La folta barba da novello filosofo, la sguardo acuto, penetrante e la perentorietà dei gesti suscitano il timoroso stupore della folla che cauta si raccoglie ai piedi del palco; non tutti sembrano comunque subire l’oscura influenza dell’arcano personaggio: fra gli astanti sbigottiti trova posto anche lo scettico che, lo sguardo fisso sul vecchio barbuto, annusa diffidente il contenuto di una piccola ampolla.

L’antidoto “Orvietano” ha una vita certamente più breve dei due più famosi “farmaci” della storia: “il Mitridato” e” la Theriaca” che hanno origine nell’antichità classica e vengono ancora prescritti fino a metà dell’Ottocento. L’Orvietano viene invece introdotto negli usi solo verso la fine del sedicesimo secolo e nell’ottocento è già in disuso. Sono proprio le figure dei ciarlatani a diffonderne l’uso per primi nelle piazze fino nei salotti bene di Roma, Parigi (lo stesso re Luigi XIV ritenutosi miracolato dall’elettuario ne autorizzò la vendita) ed altre importanti città. Diventa in breve tempo così famoso da essere nominato in alcune opere di Moliere, Victor Hugo e  di Alessandro Manzoni. L’orvietano è un elettuario   un preparato cioè  composto dal succo di più vegetali miscelati con zucchero, mosto e miele; a questi succhi si mescolano particolari tipi di spezie ed anche sostanze di origine animale. Si ritiene che la ricetta originale conti cinquantaquattro ingredienti (tra cui anche l’oppio) che in seguito vengono ridotti a ventisei. Una buona parte di essi rimane sconosciuta tuttavia si sa che il preparato è dolce, aromatico e denso. Nasce come antidoto ai veleni. Quindi diventa un farmaco buono per tutte le malattie. Viene utilizzato anche come rimedio precauzionale per la peste del 1630 a Como (si può ben immaginare con quali risultati). L’Orvietano è così chiamato perchè inventato da Girolamo  Ferante da Orvieto celebre cerretano. Viene venduto in forma di polvere contenuta in scatole generalmente di piombo di dimensioni varie e avvolte da un volantino che ne illustra le proprietà ed i dosaggi corretti.

Sicuramente uno degli aspetti che più fra tutti contribuiva alla credulità dei più, oltre alla capacità dei ciarlatani di instaurare un rapporto diretto con la popolazione, era il carattere di mistero e segretezza dei rimedi esibiti, la loro componente esotica così bene decantata.

La situazione su descritta comincia a cambiare dalla metà  del Cinquecento in poi quando,  visto che c’era ben poco che le autorità mediche potevano fare per sradicare il fenomeno ciarlatanesco, esse cercarono di regolarlo obbligando i ciarlatani, per poter operare, a  consegnare le loro merci all’ispezione delle autorità mediche; successivamente alla approvazione  i ciarlatani dovevano  pagare una tassa  che gli dava, attraverso l’acquisizione di una patente, il diritto di montare il banco e vendere il prodotto. La procedura sopra descritta aveva inizio con la “supplica” del ciarlatano (richiesta scritta in cui venivano illustrate le caratteristiche del prodotto, le malattie per le quali si riteneva potesse essere utilizzato e le regole per la sua preparazione ) e che doveva essere indirizzata o al Protomedicato (sorta di tribunale amministrativo) o al collegio dei medici o all’ufficio della sanità, visto che la competenza variava da stato a stato in Italia. Queste “suppliche” venivano scritte dagli stessi ciarlatani ed analizzandole si è potuto stabilire che la gran parte dei ciarlatani aveva un’istruzione che era almeno elementare e pratica, tipica della loro estrazione sociale del ceto medio o medio-basso.

Di seguito si riporta il testo della “supplica” di Girolamo di Ferante detto “l’Orvietano”, il quale vendeva  un suo segreto contro i veleni (l’Orvietano di cui si è parlato sopra), e che, con supplica del maggio 1609, chiedeva ai Sigg.ri Otto di Balia della città di Firenze di poter montare in banco con la sua compagnia ed avere il privilegio di vendere personalmente, o per mezzo di certo Jacopo di Giuseppe Talavino, detto il Tedeschino, per tutti gli Stati del Serenissimo Granduca, e particolarmente nella città e stato di Siena, tale secreto.

 Ser.mo gran Duca
Girolamo di Ferante detto lorvietano humilisimo servo di V. A. S.
con hongni debita reverenzia gli espone come desiderebe per gratia
di V. A. S. che potesi montare imbancho per tuti e sua felicissimi stati
comprendovi (sic) anchora la cità  stato di Siena cola sua Compagnia
e dispensare il suo segretto contro a veleni e che nesuno nolo posa
dispensare sopra de banchi altri che lui e Iacopo di Giusepo Talavino
sotto la pena di scudi 100 aplacarsi conforme ali hordini che tuto
riceverà per grazia pregando Dio per hongui sua magio  felicità.
A m. Tadeo Orselli
P. Vinta 9 di Mag.° 1609 {di altra mano).
Di altra mano ancora:
Questo supplicante di Maggio 607 domandò gratia di potere venire
in questi stati, et in particolare per la Città di Siena, con la sua
compagnia, montar in banco, et smaltire lattuario contro veleni, non
ostante il bando contro birboni, cantinbanchi et vagabondi; tornò doppo
l ‘ informazione in dì 17 d°. Concedesi ; Hora domanda la med. ma gratia
di potere montare in banco per tutti li stati di V. A. S. comprendendovi
la Città et stato di Siena, con la sua compagnia, et dispensare il suo
segreto contro veleni, et che nessuno altro lo possa dispensare sopra
de’ banchi se non il supplicante et Iacopo di Giuseppe Talavino sotto
p. di scudi 100 d’aplicarsi secondo gli ordini. di canc. ria.  li 13 mag 1609.
Di  V. A. S.
Dev/mo servo
Tad. Ors.                                                                                                                                      

l’originale della supplica di Girolamo Ferante per ottenere la licenza di vendita dell’Orvietano

La supplica diretta al Granduca dall’Orvietano, trasmessa per il parere ai Sigg. ri Otto di Balia, ebbe favorevole accoglimento, e la concessione, accordata, fu iscritta anche nel libro delle matricole e delle licenze rilasciate dal Collegio Medico.

In concomitanza alla nascita e allo sviluppo del fenomeno della stampa si assiste ad una vasta diffusione di “fogli volanti”, “volantini” o altrimenti detti  “fogli passeggeri”.

volantino di Giuseppe Dall’Oglio sulle modalità di uso del composto triacale

Questi venivano solitamente fatti stampare dal venditore stesso contemporaneamente alla scrittura della “supplica” in quanto anch’essi dovevano essere approvati dalla Autorità locale. Quindi, ottenuta l’autorizzazione, i volantini venivano  distribuiti dal ciarlatano durante le loro rappresentazioni oppure affissi lungo le strade sui muri delle case. I ciarlatani, sia che fossero cantastorie o medici improvvisati, erano tra i principali protagonisti di questo smercio di volantini. Essi si rivolgevano ad un pubblico eterogeneo di persone: non solo coloro che occupavano le classi più basse, ma anche uomini istruiti, appartenenti a settori socialmente elevati.

volantino di Giuseppe Pellandi del 1721 sulle virtù del suo olio

Il volantino del ciarlatano non è quindi solo una forma di pubblicità, ma è anche un accompagnamento obbligatorio a ogni vendita del suo medicamento, soprattutto quando il rimedio si prende «per bocca», essendo la medicina interna di norma riservata ai soli medici.

All’interno dello scenario urbano questi commercianti ambulanti, mentre  distribuivano questi volantini li recitavano, li declamavano ad alta voce con gesti e toni altisonanti, talvolta venendo accompagnati da musica e danze. I luoghi prediletti per lo smercio erano le piazze, perfetti scenari teatrali, già di per sé scenografici, che diventavano, con l’aggiunta di palchetti e stendardi, gli sfondi ideali per dar prova di capacità commerciali e persuasive. Si può senz’altro affermare che i volantini stampati e i ciarlatani che vendevano medicinali hanno origini coeve, visto che risale alla fine del Quattrocento il primo esempio di un ciarlatano che accompagna la vendita del suo rimedio con un volantino stampato. Si tratta della “Grazia di S. Paolo” di maestro Giovan Pietro, il cui volantino, stampato su carta di piccole dimensioni, probabilmente a Camerino, comincia con le parole  “Questa è la ricetta de la gratia e pietre de Santo Paulo de Tarsis composto per maestro Giovan Pietro de la Gratia de Santo Paulo” e quindi elenca in sette punti le funzioni e i dosaggi del rimedio.

Certo è che alla luce di una medicina ufficiale che esaltava le proprie conoscenze, ma di fatto stabiliva distanze con i pazienti, senza peraltro riuscire a curarli (del resto la medicina ufficiale non si scostava molto nei metodi applicati da quella dei ciarlatani), il mondo della ciarlataneria medica, nella sua pluralità di aspetti, a suo modo consentiva una risposta ai bisogni dell’uomo. Quantomeno il malato, con la sua speranza di guarigione in tasca, trovava nel ciarlatano un’ancora a cui aggrapparsi.

Il fenomeno del ciarlatanesimo inteso così come sopra descritto andò via via affievolendosi  nel corso della prima metà dell’800.

I ciarlatani moderni sono altra cosa e spesso i danni da loro provocati sono ben peggiori!

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