i consultori familiari pubblici

19 Dicembre 2016 0 Di Alessandro Livi

I consultori familiari pubblici sono strutture sociosanitarie nate per rispondere ai vari bisogni della popolazione, della donna, della famiglia, della coppia, del singolo, dell’infanzia e dell’adolescenza. Le attività e i servizi dei consultori sono organizzati attraverso il lavoro di equipe di professionisti specializzati in vari settori che collaborano tra loro. Il consultorio familiare venne istituito nel 1975, con la legge 405. Nel 1978 la legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” ha stabilito che i consultori familiari assistano la donna in stato di gravidanza informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio  e informandola anche sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante. Si tratta quindi di un presidio pubblico con la finalità di assicurare informazione, consulenza e assistenza psicologica, sanitaria e sociale su argomenti fondamentali per le coppie e per le famiglie, cioè maternità, paternità, procreazione responsabile e salute sessuale. Fino a quel momento, gli unici centri di sostegno per queste problematiche regolarmente funzionanti erano stati solo quelli privati, con forti connotazioni religiose. I primi consultori prematrimoniali esistenti in Italia, infatti, erano sorti per iniziativa di alcuni sacerdoti o laici d’ispirazione cattolica, es. l’Aied (Associazione internazionale Educazione Demografica). Quando nacque, il consultorio pubblico scontava subito tutta l’inadeguatezza della legge e delle strutture organizzative italiane: finì per essere gestito dai rappresentanti dei partiti, dei sindacati, delle parrocchie, figure, con tutta evidenza, troppo burocratizzate per poter assolvere alla loro funzione specifica, a scapito dunque del diretto coinvolgimento della società, cioè a dire delle famiglie, delle coppie e in particolare della donna.

A questi meccanismi si provò ad affiancare, inizialmente, il volontariato, con la presenza, nel consultorio di donne che informavano e discutevano le varie problematiche relative alla vita sessuale della coppia. Ma una soluzione di questo tipo, se pure utile, non poteva che ritenersi provvisoria e monca. Permanevano, inoltre, enormi differenze tra le diverse Regioni. Nel 1982  con la istituzione delle  le Unità Sanitarie Locali I consultori familiari sono diventati delle unità operative all’interno del settore materno infantile, che ha iniziato una politica di collegamento tra i suoi servizi e gli altri servizi ospedalieri (ostetricia e pediatria) e territoriali (Centro di Salute Mentale).

Nel 2008 il Ministero della Salute pubblica il primo  rapporto nazionale sui consultori familiari pubblici presenti in Italia. Dal rapporto si evince  come solo in poche Regioni le Asl prevedevano  un capitolo di bilancio ad essi adibiti.  Il numero dei consultori era passato dai 2097 del 2007 ai 1911 del 2008, con un consultorio ogni 31 mila abitanti circa, contro un valore legale stabilito per legge di 1 ogni 20 mila in area urbana e 1 ogni 10 mila in area rurale. Mancavano all’appello, dunque, almeno 1000 consultori. Inoltre, la legge prevedeva un organico multidisciplinare, con figure professionali come ginecologo, pediatra, psicologo, ostetrica, assistente sociale, sanitario, consulente legale, infermieri. Nel rapporto si legge invece che solo nel 4% dei casi  l’organico era al completo. in particolare l’andrologo era assente in tutti in consultori pubblici nazionali (ad eccezione che in Valle d’Aosta). La legge prevede inoltre che il consultorio disponga di locali per l’accoglienza utenti, la segreteria, la consulenza psicologica e terapeutica, le visite ginecologiche e pediatriche, le riunioni, l’archivio, mentre la realtà diceva che il 15% dei consultori aveva  solo 1-2 stanze, ben 440 consultori non avevano una stanza per gli incontri di gruppo, ed addirittura 634 non potevano inviare e ricevere mail. Inoltre il 9% dei consultori era aperto la mattina solo uno o due giorni a settimana e il 7% non risultava  mai aperto la mattina, mentre il 14% non era  mai aperto neppure il pomeriggio, mentre il sabato mattina era chiuso l’86% dei consultori pubblici.

Nel 2014 con il DL 152 la Regione Lazio pubblica le Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari che ribadiscono come Il Servizio consultoriale è caratterizzato dall’approccio globale e multi dimensionale delle tematiche portate dal singolo, dalla coppia e dalla famiglia; inoltre nell’area della prevenzione e promozione, il Consultorio Familiare concorre ad attuare i programmi di educazione alla salute promossi da Campagne nazionali, regionali e locali, anche facendosi portatore di proposte e iniziative in stretta collaborazione con altri Servizi delle Aziende UULLSS coinvolte. Nell’area del sostegno e della cura, gli interventi dei Consultori rispondono alla domanda di supporto e presa in carico del singolo, della coppia e della famiglia per problematiche di carattere sanitario (medico e psicologico) e sociale attinenti la salute riproduttiva, la maternità responsabile, la prevenzione dell’interruzione volontaria di gravidanza, la promozione del benessere e la presa in carico del disagio nelle diverse fasi del ciclo, di vita, la genitorialità biologica ed adottiva, l’area di intervento sociale. Le Linee di indirizzo descrivono il modello organizzativo e tracciano i vari percorsi socio-assistenziale (salute sessuale e riproduttiva, assistenziale per la donna ,compresa la minore, che richiede una interruzione volontaria di gravidanza,  nascita, screening oncologico del tumore della cervice uterina etc)  intorno a cui deve ruotare un consultorio.

Nel 2016 viene pubblicata la Relazione del Min. della Salute sulla attuazione della legge 194 del 1978 nella quale  vengono analizzati e illustrati i dati definitivi relativi all’anno 2014 e per l’anno 2015 sull’attuazione della Legge 194 del 1978, che stabilisce norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza.  Ribadendo che la prevenzione dell’IVG è obiettivo primario della sanità pubblica  si evidenzia come nel 2015 il numero di IVG è inferiore a 90˙000, infatti sono state notificate dalle Regioni 87˙639 IVG, una diminuzione del 9.3% rispetto al dato del 2014, pari a 96˙578 (-6.0% rispetto al 2013, quando erano stati registrati 102˙760 casi). Le IVG cioè si sono più che dimezzate rispetto alle 234˙801 del 1983, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia. Il maggior decremento osservato nel 2015, in particolare tra il secondo e terzo trimestre, potrebbe essere almeno in parte collegato alla determina AIFA del 21 aprile 2015 (G.U. n.105 dell’8 maggio 2015), che elimina, per le maggiorenni, l’obbligo di prescrizione medica dell’Ulipristal acetato (ellaOne), contraccettivo d’emergenza meglio noto come “pillola dei 5 giorni dopo”. I dati delle vendite dell’Ulipristal acetato (ellaOne) mostrano infatti un incremento significativo nel 2015 rispetto agli anni precedenti (7˙796 confezioni nel 2012, 11˙915 nel 2013, 16˙796 nel 2014 e 83˙346 nel 2015).
Tutti gli indicatori confermano il trend in diminuzione: il tasso di abortività (numero di IVG per 1000 donne tra 15 e 49 anni), che rappresenta l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza del ricorso all’IVG, è stato 6.6 per 1000 nel 2015 (-8.0% rispetto al 2014 e -61.2% rispetto al 1983), era 7.1 nel 2014. Il dato italiano rimane tra i valori più bassi a livello internazionale.
Il rapporto di abortività (numero delle IVG per 1000 nati vivi) nel 2015 è risultato pari a 185.1 per 1000 con un decremento del 5.7% rispetto al 2014, anno in cui questo valore è stato pari a 196.2 (da considerare che in questi due anni i nati sono diminuiti di 18˙666 unità), e con un decremento del 51.5% rispetto al 1983 (quando era 381.7).

Clicca qui per informazioni sulle attività consultoriali svolte dalla ASL RM/1 (ex E)

 

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