elettroshock: la storia

27 Febbraio 2017 0 Di Alessandro Livi

Siamo a Roma, nel 1938. E’ una mattina di Aprile, ma non sappiamo se c’è il sole: l’azione infatti si svolge negli interni più isolati della Clinica psichiatrica universitaria. C’è una stanza in fondo al corridoio del primo piano e qualcuno vigila fuori della porta.

Ugo Cerletti mentre esegue un elettroshock

Ugo Cerletti mentre esegue un elettroshock

All’interno un ristretto gruppo di medici si affaccenda attorno al lettino di un paziente. Devono assistere il loro maestro, Ugo Cerletti, nel primo tentativo di applicare sull’uomo una cura a lungo sperimentata sugli animali: l’elettroshock. Due dei presenti stazionano, in un groviglio di fili elettrici e apparecchi di misura davanti allo strumento progettato da uno di loro, Lucio Bini, per la somministrazione della corrente elettrica al paziente. Regna nella stanza una atmosfera di trepidante silenzio e quasi di disapprovazione. Tutti hanno paura e il maestro non fa certo eccezione. Però è lui che deve decidere e vincere le esitazioni. Bisogna premere quel bottone, il pulsante viene premuto.

Così inizia il libro scritto da Roberta Passione incentrato sull’elettroshock o terapia elettroconvulsivante (TEC) e la figura del suo inventore, Ugo Cerletti che in quel lontano 18 Aprile usò come cavia un giovane che” il commissario di polizia di Roma mandò nel nostro Istituto con la seguente nota di accompagnamento: “S.E., trentanove anni, tecnico, residente in Milano, arrestato alla stazione ferroviaria mentre si aggirava senza biglietto sui treni in procinto di partire. Non sembra essere nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, e lo invio nel vostro ospedale perché venga posto sotto osservazione.. Il paziente viene dimesso il 17 giugno 1938 in buone condizioni e bene orientato: sono sparite le allucinazioni e le idee deliranti e viene in breve riassunto al lavoro”. 

Come esposto nel libro l’azione del Cerletti si posiziona in un periodo storico in cui le patologie psichiatriche venivano considerate come conseguenza di una non ben precisata predisposizione patologica non suscettibile di modificazioni e tutto questo aveva contribuito a diffondere una concezione di nichilismo terapeutico ed a legittimare la trasformazione dei manicomi in cronicari dove i malati venivano rinchiusi senza una prospettiva di cura e di guarigione. Quando iniziò a lavorare all’Università di Roma, nonostante le ristrettezze materiali esistenti, Cerletti si diede da fare per organizzare un attivissimo gruppo di lavoro e per diffondere le conoscenze recepite nel suo periodo di apprendistato in Germania. E’ intorno agli inizi degli anni 30 che iniziò a interessarsi di correnti elettriche applicate alla cura delle malattie mentali iniziando i suoi esperimenti  sugli animali.

L’uso di mezzi fisici nel trattamento della follia rappresenta una costante nella storia della psichiatria. Già nel 1800 i medici erano soliti avvalersi di trattamenti come l’idroterapia, i bagni di luce, le applicazioni elettriche, i sedativi, tutti tentativi condotti però al solo scopo di eliminare il disturbo e non di curare la malattia come invece è l’orientamento di Cerletti. Egli supponeva che lo shock dovesse agire su quelle regione profonde del sistema nervoso evolutivamente organizzate a salvaguardia del primitivo istinto vitale bloccate dalla malattia. L’intento di una applicazione umana del metodo elettrico di shock tuttavia non era facilmente conseguibile considerate le potenzialità mortifere dell’elettricità. Non era forse vero che negli Stati Uniti la corrente elettrica veniva applicata per giustiziare i condannati alla pena capitale? Quali potevano essere le modalità migliori per applicare la corrente con la dovuta sicurezza all’uomo? Esistevano già all’epoca degli studi di altri ricercatori che avevano dimostrato come l’applicazione cranica degli elettrodi unita alla brevità dello stimolo impartito rappresentassero due fattori di garanzia per la salvaguardia degli animali. A tale scopo iniziò a svolgere numerosi esperimenti sui maiali del mattatoio romano utilizzando tutte le possibili variazioni di intensità e di tempo nella somministrazione dello stimolo.  Come da lui stesso descritto utilizzava la comune corrente elettrica ( alternata 125 Volt) che veniva fatta passare attraverso il corpo dell’animale ponendo un elettrodo ( cannello di carbone) in bocca fra guancia e arcata dentale e l’altro elettrodo nel retto. Dopo varie prove stabilì che il tempo ottimale di passaggio della corrente fosse di 1-2 decimi di secondo. Nonostante tutto ritenne che  con il circuito testa-retto lo stimolo passando attraverso il tronco  investendo in minor quantità il cervello, non era in grado di riprodurre in maniera ottimale la crisi convulsivante ed inoltre molti animali andavano a morte per fibrillazione ventricolare essendo il cuore un organo di passaggio dello stimolo. Per questi motivi modificò le modalità di passaggio della corrente applicando il circuito attraverso il cranio anzichè dal retto.

Nel volgere di poco tempo passa ai primi esperimenti sull’uomo nel quale la applicazioni di uno stimolo elettrico di intensità   progressivamente  crescente provoca: ” dapprima orripilazione, fissità dello sguardo, espressione fisionomica dello spavento, talora un grido iniziale… movimenti di fuga abbastanza coordinati e non raramente un rapido svolgersi della più tipica e coordinata scena di terrore seguita dalle convulsioni, irrigidimento tonico di tutta la muscolatura e da ultimo scosse tonico-cloniche di tutto il corpo”.

Macchina per elettroshock di Ugo Cerletti

L’impatto della scoperta fu straordinario e in tutto il mondo la TEC, in un contesto in cui le risorse terapeutiche per i disturbi mentali gravi erano assai scarse, fu vista come la panacea per tutti i mali mentali. A fronte dei molti casi in cui la terapia funzionava efficacemente, però, una cattiva gestione di questo strumento portò a scenari spesso davvero inquietanti e si arrivò a un totale abuso  di tale strumento terapeutico. In quanto unica terapia allora esistente, infatti, la TEC veniva applicata non solo a pazienti con schizofrenia o disturbi affettivi, ma a persone con qualunque tipo di disturbo neuropsichiatrico: dai drogati ai dementi, dalle ninfomani agli alcoolisti fino ai pazienti affetti da sifilide. Considerando poi che non esistevano ancora i farmaci anestetici negli anni dell’invenzione della TEC, il trattamento si rivelava dolorosissimo e accompagnato a effetti collaterali importanti che non si riusciva a evitare. Se da un lato quindi  è la scoperta che ha salvato la vita di tantissime persone, dall’altro è la tecnica che ha rovinato la vita di tantissime altre persone.

Attualmente l’elettroshock è ampiamente usato in Europa e negli USA (in molti ospedali è previsto dalle linee-guida come terapia di scelta in casi di blocco catatonico, disturbo bipolare e depressioni resistenti, stati maniacali). L’evoluzione della tecnologia, l’uso di farmaci cardioprotettori, antispastici e anestetici, il costante controllo del paziente da parte di medici rianimatori durante l’applicazione della terapia ha reso tale tecnica assolutamente sicura e tollerabile, per quanto lievi effetti collaterali cognitivi (amnesie) possano essere presenti dopo il trattamento.

Statistiche alla mano in Italia esistono  91 strutture che eseguono la TEC; nel resto d’Europa: in Olanda 35 , in Belgio 32, in Germania 159, in Svezia 65, in Norvegia 44, in Finlandia 40, in Ungheria 34, in Scozia 27, in Irlanda 16, nel Regno Unito 160. Ancora nel 1999 il Ministero della Salute con la circolare del 15 febbraio  conferma che «nonostante la grande quantità di ricerche condotte negli ultimi decenni, non è stato ancora chiarito in maniera precisa il meccanismo d’azione della Tec». A tal proposito Basaglia soleva dire: “E’ come dare una botta ad una radio rotta: una volta su dieci riprende a funzionare. Nove volte su dieci si ottengono danni peggiori. Ma anche in quella singola volta in cui la radio si aggiusta non sappiamo il perché”.        

Da una revisione della letteratura scientifica    sulla TEC pubblicata sul Giornale Italiano di Psicopatologia nel giugno 2007  si rileva effettivamente un miglioramento dei sintomi depressivi gravi nel breve lasso di tempo (1-6 settimane) sia rispetto al placebo sia rispetto alla terapia farmacologica, ma si evidenzia  anche la scarsa qualità degli studi disponibili, in particolare nella popolazione più anziana. Alla voce “danni”, la revisione ammette che non ci sono studi di qualità sufficiente ad escludere danni cognitivi in chi viene sottoposto all’elettroshock, anche se un’analisi condotta da Evidence Based Mental Health nel 2003 dimostra che un terzo dei pazienti ha perdite permanenti di memoria. 

L’ultimo intervento del Ministero della Salute in tema di TEC risale al 2008 con la Circolare del Ministro Bindi in cui viene sottolineato come la psichiatria attualmente dispone di ben altri mezzi per alleviare la sofferenza mentale, al punto tale che la TEC risulterebbe quasi desueta in Italia, almeno nelle strutture pubbliche, sia universitarie che del Servizio Sanitario Nazionale e che la disamina delle attuali evidenze scientifiche consente di affermare che la TEC è considerata ancora oggi un’opzione terapeutica che va, tuttavia, riservata a pazienti affetti da episodio depressivo grave con sintomi psicotici e rallentamento psicomotorio, quando non possono attuarsi terapie farmacologiche, ovvero nei casi di vera ed accertata farmacoresistenza e nei casi nei quali è controindicato l’uso di psicofarmaci, nei casi documentati di precedenti e gravi effetti collaterali imputabili agli antidepressivi. Non vi è alcuna evidenza relativa all’ efficacia della TEC nei disturbi di tipo schizofrenico; pertanto il suo impiego in questo ambito clinico è da considerarsi ingiustificato.

Per completezza d’informazione si ritiene interessante rammentare anche  le originali ed audaci ricerche che  Cerletti condusse nel primo dopoguerra sulle cosiddette “acroagonine“, testando su animali e su se stesso l’effetto delle iniezioni di emulsioni cerebrali ricavate dal cervello di animali shockati cercando di dimostrare l’esistenza di sostanze prodotte nel cervello dalla azione dell’ elettroshock e la cui somministrazione  agli ammalati avrebbe potuto rappresentare un mezzo di cura meno violento. L’ipotesi delle acroagonine si dimostrò infondata; essa era afflitta da una debolezza congenita di cui in qualche modo era consapevole lo stesso Cerletti: il suo reggersi su osservazioni indirette, su evidenze cliniche e biologiche, nelle quali conseguentemente intervenivano livelli di meccanismi e di variabili diversi e difficili da districare ed isolare senza l’apporto di analisi biochimiche e farmacologiche.

Le attività del Centro per la fisiopatologia dell’elettroshock dell’Università di Roma  dove venivano condotti gli studi sulle acroagonine cessarono, con la sua soppressione, il I luglio 1957 allorchè,  per  raggiunti  limiti d’età,  Cerletti andò in pensione.

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