garibaldi fu ferito

13 Marzo 2017 0 Di Alessandro Livi

Di Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, è stato scritto di tutto e di più ma pochi sanno che la ferita che si procurò sui contrafforti dell’Aspromonte rischiò di causarne una prematura scomparsa nonostante i numerosi ed illustri medici che accorsero al suo capezzale nell’arco dei vari  mesi che furono necessari per la completa guarigione.  Erano le 15,30 del 29 agosto del 1862 e l’esercito dei bersaglieri, inviato dal governo italiano per impedire a Garibaldi di risalire in direzione di Roma con l’intento di sottrarla al potere temporale del papa, era schierato con una forza di 3500 uomini a pochi chilometri da Gambarie, nel territorio di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Nonostante non era intenzione di Garibaldi, le cui forze ammontavano a circa 1500 soldati, iniziare uno scontro a fuoco, tanto che diede chiaramente ordine di non sparare, tuttavia dalla parte dei bersaglieri partirono numerosi colpi da arma da fuoco e purtroppo uno di questi colpì il Generale alla caviglia destra. Il proiettile entrò per la precisione al davanti ed al disopra  del malleolo interno. Il primo dei medici che lo soccorse, il Dott. Albanese, dopo avergli tolto lo stivale,  piegò il piede facendogli fare tutti i possibili movimenti senza che questi avvertisse alcun disturbo. Albanese prese l’iniziativa e chiese a Ripari, capo della ambulanza dei garibaldini, se doveva incidere, questi accennò con il capo in senso affermativo. Enrico Albanese prese il bisturi e operò un taglio sulla cute per la lunghezza di un pollice, forse proprio su quel corpo resistente che pensava essere “la palla”. Subito dopo il taglio, secondo l’opinione dei due medici “…il corpo resistente scivolò all’indietro, e la resistenza mancò”. Considerate le condizioni precarie, Ripari ordinò ad Albanese di fermarsi, anche se questi avrebbe preferito procedere. Si decise quindi di trasportare  il ferito al porto di Scilla per imbarcarlo sulla fregata Duca di Genova in direzione di La Spezia.

Durante la traversata, la ferita fu trattata con ghiaccio. All’arrivo a La Spezia il ministro  Urbano Rattazzi, ordinò l’arresto di Garibaldi. Intanto la ferita aveva cominciato a dare vistosi segni di infezione, con dolore, febbre ed una suppurazione franca che comparve nella mattina del 3 settembre, associata ad esteso “tumor”  del piede. Dal 3 Settembre cominciarono ad arrivare al capezzale illustri medici chiamati a consulto. Primi a giungere furono Riboli di Parma e Di Negro da Genova. Poco dopo giunse il dottor Prandina da Chiavari, chiamato dal figlio Menotti.

Il giorno seguente giunsero i professori Porta da Torino inviato dal Ministro Rattazzi e Rizzoli da Bologna; invece Zannetti, da Firenze, era stato chiamato dai famigliari e dal gruppo dei garibaldini che gli facevano contorno. Il Porta  riteneva “la palla” non trattenuta, ovvero rimbalzata all’esterno ;  gli altri consulenti si accodarono in questa valutazione e  si stabilì  utile una cura antiflogistica locale con emollienti ed applicazione di mignatte.  L’infezione intanto si estendeva e la notte tra il 4 e il 5 settembre fu particolarmente agitata; la tumefazione  salì un po’ lungo la gamba. Garibaldi fu visitato nuovamente da Porta; l’introduzione di uno specillo nel foro del proiettile  si bloccò dopo poco, arrestato, si pensò, da schegge ossee.  Si continuò quindi con le mignatte e con gli “empiastri” di farina di semi di lino, e “faldelle” (garze di cotone) spalmate d’unguento d’olio e cera sulla ferita.

Tra il 10 e il 19 settembre la situazione rimase stazionaria con lieve riduzione dell’edema. Ripari rivendica a sé l’interruzione “della dieta delle tre minestre al giorno” ritenuta non tollerabile dal paziente, con ripresa di un “cibo animale valido, con caffè e biscotti la notte”; fu garante di questa scelta opportuna “…un pungente e gagliardo appetito”.

Il 16 settembre giunse a consulto il Professor Partridge di Londra; anche lui fu dell’opinione che il Generale avesse il malleolo interno fratturato e che la pallottola fosse rimbalzata; Albanese e Basile continuavano a ritenere il proiettile in loco.  L’eminente chirurgo inglese concordò con le pratiche terapeutiche attuate e, ripartendo, promise che avrebbe inviato “un’apparecchio a sospensione” per tenere in scarico l’arto. In effetti l’apparecchio giunse in Italia il 29 settembre. 

Il 22 settembre giunse il professore Emilio Cipriani che , visitato l’illustre malato e ascoltata “la diligente narrativa fatta dai curanti”, e dopo avere considerata la direzione del proiettile, espresse subito l’opinione che “la palla” era ancora in situ, fissata a livello del malleolo esterno. 

In tutto il periodo corrispondente al mese di settembre e ai primi 4 giorni di ottobre si assistette ad un progressivo miglioramento con riduzione del gonfiore, ciò consentì l’abbandono degli empiastri che tuttavia, a seconda dei medici curanti (Ripari e Albanese), contribuì alla insorgenza di forti dolori reumatici dei quali il ferito cominciò ad accusare.  Per questo motivo fu chiamato il Prof. Zannetti  che giunse nella serata dell’8 ottobre; il consulto avvenne il giorno dopo insieme  al Dott. Ambrogio Gherini ; i sanitari attribuirono la tumefazione al piede destro all’attacco reumatico, che negli ultimi giorni si era manifestato anche in altre articolazioni.

Dal 9 al 18 ottobre il quadro clinico di Garibaldi peggiorò nuovamente; si manifestò malessere generale, dolore alle articolazioni, persistente tumor del piede sino alle dita, che risaliva fino alla tibia, febbre remittente, sonno rotto e inquieto, pallore cutaneo. Il giorno 19 ottobre, Garibaldi fu visitato da Agostino Bertani che  finalmente, affermò la presenza di corpi estranei nello spessore delle sue ossa. Ciò equivaleva a dire che c’era il proiettile.  Dopo tanta attesa, Bertani poneva in discussione la necessità di intervenire, per rimuovere ciò che impediva la guarigione del Generale. Intanto il 5 ottobre era stata concessa dal Governo l’amnistia per il matrimonio della principessa Maria Pia con il Re del Portogallo. Da quella data l’Eroe dei due mondi non era più un prigioniero dello Stato Italiano.  Dopo alcuni giorni, su consiglio di Bertani, era stato introdotto in terapia il chinino. Ciò consentì un discreto miglioramento clinico: la suppurazione andava migliorando, il riposo notturno era soddisfacente e la febbre scomparsa.

Il giorno 28 ottobre giunsero, al letto del paziente, il famoso professore Nélaton  e il dottor Maestri.  Nélaton, chirurgo parigino, dichiarò subito di non avere dubbi sulla presenza del proiettile e consigliò, nella sua relazione: “…di allargare con argomenti d’arte (cioè specilli) il tramite della ferita per potere andare in caccia del proiettile e estrarlo” A suo parere, bisognava preparare gradualmente il tratto della ferita fino al corpo resistente, mediante l’introduzione di un piccolo cilindro di radice di genziana ben secca, era quindi necessario ritirare fuori più volte al giorno questo “medicamento”  per consentire l’uscita del pus. Il giorno seguente si tenne un grande consulto in presenza dei professori Porta, Rizzoli, Zannetti, Bertani, Cipriani, del medico omeopata svizzero Zoply, dei dottori Gherini, Di Negro, Riboli, Odicini , Carbonelli, Tommasi, Palasciano e dei medici curanti Ripari, Basile e Albanese. La seguente è la conclusione a cui i medici sono pervenuti: “L’esplorazione della ferita del generale Garibaldi, fatta colla tenta e col dito, sebbene riuscisse incompleta per le sofferenze dell’ammalato, e non rivelasse la presenza medesima, e per altri dati, si opina oggi dai consultanti, che il proiettile esiste nella ferita. Si dovranno quindi ripetere a tempi ed in modi opportuni le esplorazioni per stabilire la sede precisa della palla, ed estrarla, se riesca possibile, senza gravi e pericolose lesioni. Lo stato soddisfacente attuale della ferita e dell’organismo non presenta indicazioni per un’altra operazione chirurgica.”

Dalla disamina delle opinioni riportate nelle diverse relazioni della commissione dei medici a consulto al capezzale dell’illustre paziente, appare evidente l’assenza dell’opinione dei medici curanti Ripari, Basile, Albanese, che avevano seguito il decorso del malato sin dalle prime fasi. In seguito i tre medici scrissero, forse risentiti, che, in quella occasione, era stata negata loro la parola.

Il 30 ottobre giunse a La Spezia il chirurgo russo Pirogoff che il giorno seguente dopo aver visitato il malato  concluse che “la palla” era ancora presente. A suo parere l’atteggiamento di attesa, allo stato delle cose, era il più opportuno, fino a che “…troppo pus o cattivo, o distacco di frammenti d’ossa, od ascesso, dimostrino la necessità di estrarre il proiettile”.  Fu deciso di trasportare il malato a Pisa, cosa che avvenne il giorno 8 novembre. L’intenzione era quella di sottrarre il Generale al clima rigido e umido che in inverno affligge La Spezia. Due giorni dopo l’ammalato venne visitato, oltre che da Basile, dai professori Zannetti e Cipriani e, considerato che il quadro clinico andava ulteriormente migliorando, si stabilì di fissare, per il giorno 16, la data per tentare finalmente l’individuazione del proiettile.  Con questo obiettivo venne contattato il professore Paolo Tassinari, stimato chimico di Pisa, proponendogli di esaminare il pus drenato dalla ferita per cercare tracce di piombo, ma le analisi ripetute nei giorni 13, 14, 15 non diedero indizi confortanti. Il francese Nélaton aveva portato con sè a Pisa alcuni specilli particolari che furono utilizzati a partire dal giorno 16.

All’inizio della visita Zannetti introdusse nella fistola uno specillo ordinario che si fermò a 2,5 cm a causa di una scheggia ossea; la manovra fu quindi ripetuta con uno specillo a punta piatta, inventato da Nélaton, ma il risultato fu lo stesso. La scheggia ossea uscì poi 7 giorni dopo impigliata “ad una spugna preparata”. Si continuarono le medicazioni con “torunde” gradatamente ingrossate dal dottor Basile con l’obbiettivo di allargare il tramite e il giorno 20, finalmente, si giunse a toccare una resistenza che poteva essere la palla.

È a questo punto della vicenda che i clinici cercarono un nuovo ed interessante contributo per stabilire, definitivamente, la diagnosi. Il fisico professore Felici, che era stato convocato per dare suggerimenti di carattere tecnico con l’obiettivo di giungere alla diagnosi, aveva fatto portare una macchina termo-elettrica, il galvanometro  che, nelle intenzioni degli sperimentatori, sarebbe stato utile per segnalare definitivamente la presenza del proiettile. Il procedimento doveva essere il seguente: uno specillo apposto a due fili metallici sottilissimi, tra di loro divisi per la lunghezza di 1 cm circa, doveva essere introdotto nella ferita; se lo specillo “toccava la palla” l’ago del galvanometro, con cui era posto in comunicazione lo specillo a fili metallici, si sarebbe mosso sul suo asse mobile. Questo strumento, provato su di una pallottola posta tra le dita, era risultato efficace nel segnalare il differenziale di potenziale; purtroppo l’ago una volta posto all’interno della ferita non fornì un risultato conclusivo per la diagnosi cercata.

Lo stesso giorno il professore Zannetti riprovò con uno specillo portato da Nélaton ma, come quattro giorni prima, il risultato fu infruttuoso. Subito dopo Basile, il medico che aveva fatto sempre le medicazioni al Generale, riprovò e, incoraggiato dal suo capo ambulanza Ripari, spinse con più forza lo specillo in profondità; questa forzatura produsse, nel contatto dello specillo con il corpo estraneo, un piccolo suono metallico, suono che confermò inequivocabilmente la presenza del proiettile. Lo specillo di porcellana rugosa fu rigirato contro il corpo estraneo che toccava; quando fu ritratto il bottoncino terminale era tinto di nero per due buoni terzi della circonferenza.  Portò lo specillo nel suo laboratorio e confermò la presenza di piombo. Era la prova cercata. Il proiettile, che Albanese aveva sempre sospettato, era stato trovato a poco più di 4 cm di profondità dall’ingresso della ferita, in linea retta con l’articolazione del piede, appoggiato sulla tibia.

Il giorno 22 Novembre sera Basile introdusse la spugna, preparata con il filo (che serviva per ritirarla) e la radice di genziana, spingendola in profondità per 4 cm. La mattina seguente, in presenza di Zannetti, di Felici, del dottore belga Jean Baptiste Allard, del dott. Cuturi, del figlio Menotti, di Basso, di Bideschini ed altri, il dottor Basile tolse la spugna che presentava, adesa, una grossa scheggia ossea, larga un centimetro e lunga due. Dopo di che reintrodusse lo specillo di Nélaton che si fermò a 4 cm contro “la palla” e voltatosi verso Zannetti, il medico riconosciuto unanimamente tra i più prestigiosi nella cerchia di coloro che avevano seguito la vicenda, gli porse una pinzetta dentata ed il professore, con la più grande facilità e dopo avere penetrato il tramite fistoloso per 4 cm, estrasse il proiettile (22,5 gr di peso). L’estrazione non diede luogo ad alcuna reazione, né locale né generale, e furono praticate iniezioni di acqua tiepida lungo il tragitto della ferita; sei giorni dopo si incominciò ad utilizzare il decotto di china e più tardi la glicerina. Dopo l’estrazione del proiettile il miglioramento clinico di Garibaldi fu molto lento.

Il 20 Dicembre Garibaldi, accompagnato da Basile e Albanese, fu trasferito a Caprera.

Si arriva quindi al  13 maggio quando  Albanese, rilevando che non fuoriusciva più pus ed il tramite si era ridotto ad un centimetro di profondità, cauterizzò la ferita. La cauterizzazione venne ripetuta tutti i giorni per una settimana. In giugno continuarono le medicazioni su una ferita che lentamente si rimarginava.

Il giorno 11 agosto, Albanese segnala che il Generale aveva compiuto una passeggiata a cavallo e, il 21 agosto del 1863, Caprera festeggiava la guarigione del Generale.

Ci vollero non meno di 30 tra medici, fisici, chimici ed un anno di tempo perchè  Garibaldi tornasse a camminare guarito. Curiosamente non sono rintracciabili fonti sulla conferma o meno di  una   completa “restitutio ad integrum” ma è presumibile che Garibaldi non ebbe a soffrirne in particolar modo.

Non fu questa nè la prima nè l’ultima delle ferite subite in guerra da Garibaldi certamente ne è stata la più importante sia per il contesto storico in cui si verificò che per la travagliata storia della sua guarigione.

Il Dott. Ripari, capo medico dell’ambulanza garibaldina, scrisse nel 1863 un resoconto sulla ferita di Garibaldi dal titolo “Storia medica della grave ferita toccata in Aspromonte dal generale Garibaldi il giorno 29 Agosto 1862” dal quale questo articolo ha tratto spunto.

Ma chi fu “l’artefice” del ferimento di Garibaldi?

In pochi sanno chi fu a sparare all’Eroe dei Due Mondi il 29 agosto 1862 sull’Aspromonte: si trattava del bersagliere Luigi Ferrari, nativo di Castelnuovo Magra, provincia di La Spezia. Luigi fu l’unico eroe del Risorgimento a non poter andare fiero del suo gesto eppure fu centrale e decisivo nella stagione che fece nascere l’Italia. Lui sparò a Garibaldi per obbedire ad un ordine, ma non lo uccise perché decise di non farlo. Abbassò il fucile e mirò alla gamba. Ottenne la medaglia d’oro. Ma la motivazione rappresenterà il suo cruccio e la sua rovina. “Adempì all’amaro compito di comunque fermare il generale Garibaldi in marcia verso Roma. Aspromonte 1862” Quel termine, “amaro”, gli si piantò nell’animo, nella mente, sulle spalle, e non lo abbandonò mai più.

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