giacomo leopardi, le malattie ed i misteri sulla morte e sepoltura

19 Maggio 2017 0 Di Alessandro Livi

Al conte Giacomo Leopardi recanatese filologo ammirato fuori d’Italia scrittore di filosofia e di poesie altissimo da paragonare solamente coi greci che finì di XXXIX anni la vita per continue malattie miserissima fece Antonio Ranieri per sette anni fino all’estrema ora congiunto all’amico adorato MDCCCXXXVII

Questa l’iscrizione sulla lapide a memoria di Giacomo Leopardi fatta porre dall’amico Antonio Ranieri a Napoli nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, colà   sepolto all’alba del 16 Giugno 1837. Il genio di Recanati infatti morì a Napoli, all’età di 39 anni ancora da compiere, al secondo piano di un palazzo di Vico Pero 2, quarta ed ultima casa abitata durante il suo soggiorno a Napoli, dopo una vita tormentata da  malattie e sofferenze  non solo fisiche. 

Giacomo è un bambino prodigio che cresce sotto lo sguardo orgoglioso ed implacabile del padre, il conte Monaldo, uomo meschino e gretto, in una casa che è una biblioteca, in cui la mente infinita di Giacomo cerca spazio, impara tutto e tutto padroneggia, in una prigione da cui non esce mai, dove l’universo è fuori, lontano, irraggiungibile.

“Gobbo davanti e di dietro, esile, pallido.. L’occhio mi sembra celeste, delicato, chieto, dolce: capelli castagni, finissimi. Deforme, eppure gentile”. Così veniva descritto da un amico di famiglia

Il poeta si immola così in quelli che lui stesso definirà “.. anni di studi pazzi e disperatissimi”; si butta in modo quasi ossessivo sui testi classici e sulle lingue antiche (greco, latino ed aramaico) e moderne (francese, spagnolo ed ebraico). Studia per ore ed ore curvo sui libri in tutte le posizioni, anche  disteso a terra alla luce di un lumino e tutto ciò non fa certamente bene alla sua salute, in una postura viziata e malsana, non consona alla malattia che inesorabilmente sta aggredendo le sue ossa, in particolare lo sterno e le vertebre, con la conseguenza di un irreparabile danno  morfologico:  una gobba avanti e dietro,  un connotato leggendario nato nel “natio borgo selvaggio”“Gobbus esto / Fammi un canestro / Fammelo cupo / Gobbo fottuto” questa, secondo le biografie, la filastrocca con cui lo canzonavano i compaesani al suo passaggio. E la causa di tutto ciò potrebbe essere stata la Tubercolosi ed in particolare la variante ossea, ossia il  Morbo di Pott che deformò in modo irreversibile la sua schiena ed il torace (questa la conclusione di una ricerca  condotta nel 2005 da due pediatri, Edoardo Bartolotta e Sergio Beccacece). Di tubercolosi, peraltro, morirono lo zio paterno e suo fratello Luigi e lo stesso Giacomo nella Cantica “L’appressamento della morte” descrive dettagliatamente il suo stato di malessere (“…frequenti mi occorrono febbri maligne, catarri e sputi di sangue…”), in perfetta linea con i sintomi tipici della malattia stessa. Lo stesso Leopardi descrive la sua gobba come “un baule, pesante e greve, che mi porto sulle spalle”. Oggi si ritiene che le deformità scheletriche  siano comparse intorno ai quindici anni e non a causa di una prolungata, scorretta posizione dello scheletro (da ragazzo passava lunghe ore in biblioteca curvo sui libri come sopra ricordato)  come testimoniato anche dal Marchese Solari di Loreto che scrive testualmente: “L’ho lasciato sano e dritto, lo trovo dopo cinque anni consunto e scontorto, con avanti e dietro qualcosa di veramente orribile”. Tutte queste considerazioni fanno ragionevolmente apparire infondate le ipotesi avanzate da alcuni studiosi secondo cui la deformità toracica del “Magnifico Poeta” potesse essere causata da una cifosi congenita o da una semplice forma di rachitismo, quale frutto di uno stile di vita e di un’alimentazione non adeguata.   La deformità del torace creò da parte sua seri disturbi respiratori, dei quali si ha ampia notizia durante i soggiorni a Firenze e a Roma del 1830-1832.

Degna di menzione anche l’ipotesi avanzata da Erik Sganzerla. Nel suo studio  il docente di neurochirurgia afferma che, attraverso una attenta analisi  dell’Epistolario e di altri documenti, il Leopardi fosse affetto invece da una malattia infiammatoria cronica nota come Spondilite Anchilopoietica Giovanile, diagnosi che, a suo dire, consente di ricondurre ad una stessa causa tutti i disturbi che afflissero il poeta durante l’arco della sua vita.

Della proverbiale malinconia di Leopardi si sono occupati medici, psicologi, psichiatri e psicanalisti che lo hanno variamente definito un abulico, un insicuro, un asociale, un disordinato, uno psicopatico combattuto dalla follia degli scrupoli, dalle allucinazioni, dall’idea fissa del suicidio. A seconda dei punti di vista, sono stati chiamati in causa la deformità scheletrica, i disturbi della vista, l’epilessia, la depressione, l’ipocondria, la tendenza al suicidio. Anche il padre della criminologia forense Cesare Lombroso volle argomentare sulla condizione psichica del Poeta. Secondo Lombroso, molte erano le anomalie somatiche e psichiche che indicavano chiari caratteri degenerativi in Leopardi: il prognatismo alveolare, l’asimmetria del viso, l’aspetto senile, la fisionomia muliebre, l’orecchio sessile, l’onanismo, la debolezza sessuale, l’iperestesia, l’ideologismo amoroso, la religiosità morbosa della fanciullezza, e così via.

Un’altro male si presentò quando il poeta aveva vent’anni circa, quel “mal di visceri” secondo le parole di Giacomo stesso, motivo di  sofferenze intestinali caratterizzate da stipsi, diarrea e dolori addominali. Tale sintomatologia si accentuava durante i viaggi, predominava sugli altri malanni e sicuramente non giovavano alle già compromesse funzioni intestinali la vita irregolare (Leopardi era solito studiare e scrivere di notte, dormire di giorno e pranzare nel tardo pomeriggio), l’abuso di caffè e soprattutto l’eccessiva golosità per i dolciumi.

Nel maggio 1827 Leopardi fu colpito per la prima volta  da un “assalto al petto” dove il dolore si accresceva effettivamente con l’impazienza e l’irrequietezza”. Forse si trattò di un accesso anginoso legato alla costrizione degli organi causata dalla deformità del torace, la quale può essere anche stata causa delle difficoltà bronchiali sofferte dal poeta. Probabilmente questi soffriva anche di ipotensione arteriosa tipica della sua costituzione.

Ma Leopardi aveva anche dei problemi agli occhi: “una flussione”, per la quale doveva spesso restare in casa, della cui natura si sono occupati numerosi oculisti. In breve, quella che sulla base della interpretazione in vero dubbia di alcuni passi dell’Epistolario veniva genericamente considerata miopia, sembra essere piuttosto una ipermetropia (difficoltà nella visione da vicino), se si considera che i suoi scritti fanno frequente riferimento a oggetti e visioni particolari, che il miope non può percepire, come le stelle, l’orizzonte e le lucciole, osservate da lontano.

A questi disturbi visivi si aggiunse poi, durante il soggiorno a Firenze un fastidiosissimo herpes oculare, forse addirittura un tracoma, che non gli consentiva di leggere e di resistere alla luce viva del giorno, obbligandolo a fare “una vita da gufo”.

Nel settembre 1830 Giacomo Leopardi incontrò a Firenze Antonio Ranieri, un giovane napoletano giramondo, in quel momento esiliato dal regno borbonico, perché di idee liberali e compromessosi nei moti del 1820. Da allora Ranieri offrì amicizia e protezione al poeta e nel 1833 lo convinse a trasferirsi con lui a Napoli, dove i due giunsero ad ottobre.

E’ in questo periodo che la deformità del torace con costrizione degli organi al suo interno accentua sempre più la sindrome restrittiva polmonare, la tosse si fa più frequentemente  con “spurghi di sangue”, i dolori toracici (“assalti di petto”) sempre più frequenti e si aggrava la difficoltà alla respirazione (“… l’asma m’impedisce il camminare, il giacere e il dormire, soffoco, Antonio (Raniero ndr), fammi vedere la luce…”): il Cuore Polmonare Cronico, inevitabilmente instauratosi in questi anni a causa delle gravi deformità toraciche, evolve rapidamente verso un irreversibile quadro di insufficienza cardio-respiratoria ed a poco possono le amorevoli cure del dottor Mannella più  volte  chiamato  al capezzale  del poeta come in quel fatidico tardo pomeriggio del 14 Giugno del 1837 in cui altro non potè fare se non che  constatarne il decesso.

Ma cosa determinò la morte di Leopardi?

Sulle cause della morte di Giacomo Leopardi non si è mai raggiunta una certezza assoluta.

In assenza di referti clinici e soprattutto nella indisponibilità dello scheletro del poeta  (come vedremo in seguito)  non è più possibile emettere una diagnosi obiettivamente confermata; da qui nascono le molteplici ipotesi sulla malattia che determinò la sua morte.

Innanzitutto è d’obbligo riferire quanto riportato  da Antonio Ranieri, nella biografia  Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi  (e scritti successivi)  l’unico presente al momento del decesso insieme al Dott. Mannella che ne constatò, come detto, il decesso.

E il mercoledì 14 di giugno, alle ore cinque dopo il mezzodì, mentre una carrozza l’attendeva per ricondurlo al suo casino, ed egli divisava future gite e future veglie campestri le acque, che già da tempo tenevano le vie del cuore, abbondarono micidialmente nel sacco che lo ravvolge (n.d.r. pericardite), ed oppressa la vita alla sua prima origine, quel grande uomo rendette sorridendo il nobilissimo spirito tra le braccia di un suo amico che lo amò e lo pianse senza fine“.

Giacomo Leopardi sul letto di morte

Quindi secondo quanto descritto da Ranieri Leopardi morì per una forma di pericardite acuta altrimenti definita all’epoca “idropisia”.

D’altro canto  sappiamo anche che a Napoli già dalla fine del 1836 imperversava una micidiale epidemia di colera , morbo che viene considerato da molti studiosi la causa più probabile della sua prematura scomparsa,

Secondo uno studio condotto dal prof. Gennaro Cesaro, il Poeta sarebbe morto invece per aver mangiato addirittura un chilo di confetti. Sappiamo infatti, e lo riferisce anche Ranieri, che Leopardi era notoriamente molto goloso di dolci, al punto da non sapersi frenare. La sera prima del decesso aveva mangiato quasi un chilo (tre libbre come riporta Ranieri) di “confetti cannellini di Sulmona” che gli erano stati offerti da Paolina la sorella di Ranieri. La sera del 14 giugno al Poeta era stata data su sua richiesta  una tazza di brodo caldo di pollo e una limonata fredda: un mix che avrebbe provocato, secondo il Cesaro,  una congestione intestinale.  La causa di morte non sarebbe stata quindi né l’idropisia dichiarata dal Ranieri né il colera sostenuto da molti studiosi.

Comunque sia avvenuto il decesso, Ranieri racconta che “il cadavere fu salvato dalla confusione del camposanto cholerico ed assettato in una cassa di noce impiombata, e raccolto pietosamente in una sepoltura di ecclesiastichi sotto l’altare a destra della chiesetta suburbana di San Vitale..

Oggi l’antica chiesa di S. Vitale non esiste più; la struttura religiosa fu infatti demolita nel 1939 per far spazio al nuovo viale Augusto e alla odierna Piazza Italia, nell’ambito dei lavori di risanamento dell’intera zona. La chiesa è stata ricostruita nel secondo dopoguerra, tra il 1952 e il 1954 nelle vicinanze.

La chiesa di San Vitale a Fuorigrotta / Napoli in una foto del 1900. La freccia rossa indica la tomba del poeta, fattagli erigere da Antonio Ranieri nel 1844; quella blu indica il sepolcro in cui furono deposte le spoglie di Leopardi dopo il rifacimento della facciata nel 1898.

DATI DI FATTO:

1- Nei registri della chiesa di S. Vitale non si conserva alcuna documentazione della sepoltura degli avanzi mortali di Giacomo Leopardi se non la lapide fatta erigere da Ranieri. Nel 1939  sia la lapide che il feretro contenente presumibilmente i resti del poeta vengono traslati nel Parco Vergiliano a Piedigrotta

Tomba di Giacomo Leopardi nel Parco Vergiliano a Piedigrotta

2- Dal libro X dei defunti della Chiesa di S. Annunziata a Fonseca   sotto la cui giurisdizione ecclesiastica rientrava Vico Pero (dove morì Leopardi), e dove quindi  Ranieri registrò il decesso di Leopardi, a pag 174 si legge:  “A 15 giugno 1837 Don Giacomo Leopardi conte figlio di Don Monaldo e Adelaide Antici, di anni 38, munito dei Santissimi Sacramenti, a’ 14 detto mese, sepolto id. (idem) Deceduto Vico Pero n. 2″.   La parola “id” (idem) sta per “medesimo” . Il compilatore del registro infatti per non ripetere ogni volta il luogo di sepoltura, se questo coincideva con quello riportato accanto al nominativo del deceduto precedente riportava la parola “id.” La persona morta nello stesso giorno di Leopardi e che lo precedeva nella lista del libro dei defunti della Chiesa di S. Annunziata era stata sepolta nell’ossario delle Fontanelle.

Ossario delle Fontanelle

3- Da quanto raccontato da Ranieri sappiamo che il medico che constatò il decesso di Leopardi era  il Dott. Mannella, il suo medico personale,  eppure il certificato di morte venne redatto dal Dott. Stefano Mollica che per certo si sa non ebbe mai in cura il poeta :” Io professor aiutante della Regia Università ho assistito a medicato il nominato conte Giacomo Leopardi di Recanati affetto da idropericardia e sebbene praticato tutti i mezzi che arte suggerisce, questi essendo riusciti inutili ha cessato di vivere verso le 21 italiane (corrispondenti alle ore 17); ed in fede STEFANO MOLLICA – Napoli 14 giugno 1837″.  Questo indurrebbe a pensare che il Dott. Mannella si sia rifiutato di riportare sul certificato di morte la diagnosi  “idropericardia” come voleva Ranieri  al fine di  facilitare la sepoltura al di fuori di uno dei 2 cimiteri predisposti . Si è rivolto quindi ad un medico     compiacente  che pur non avendo mai visto nè conosciuto Leopardi acconsentì a stilare un certificato falso.

4- Sappiamo però che, come primo provvedimento preso in conseguenza della epidemia di colera in corso,  re Ferdinando Il vietò in modo assoluto di seppellire i morti, anche se deceduti per qualsiasi altra malattia, oltre che nelle chiese, in qualsiasi punto della città, se non in due precisi luoghi appositamente allestiti: uno a Poggioreale e l’altro in una vasta cava di tufo abbandonata, sita nella zona detta delle Fontanelle.

5- All’ordine rigorosissimo e alla fitta rete di controlli non sfuggì nessuno nemmeno le salme di personaggi importanti deceduti in quel periodo. Morti di colera e non, tutti nelle fosse comuni, nudi e nella calce viva.  Al giugno 1837 i morti per colera erano stati circa ventimila. Possibile che  Ranieri, anche con amicizie altolocate sia riuscito a sfuggire ai controlli severissimi ed a far seppellire Leopardi all’interno di una chiesa?

6- Per il trasporto della salma e per la sua tumulazione nella chiesa di S. Vitale era necessario  procurarsi “il permesso di tolleranza”, documento che veniva rilasciato solo  dal ministro di polizia in persona, il severissimo generale Francesco Saverio del Carretto, proprio colui che  aveva fatto arrestare Ranieri cinque anni prima per atti sovversivi contro il Regno, ed al momento ancora sorvegliato politico.

7- Il 21 luglio del 1900 venne effettuata una ricognizione sul contenuto della cassa. Alla sua apertura risultò contenere un femore,frammenti di ossa,  un pezzo di legno, del terriccio, qualche brandello di stoffa, un tacco ed una suola di una scarpa, un vecchio soprabito verdognolo e, non senza sorpresa, si notò l’assenza del cranio, la parte più nobile; niente torace nè vertebre che avrebbero potuto fornire indizi importanti  sulla appartenenza di quelle ossa viste le deformità toraciche di cui il poeta soffrì.

Questi fatti insieme ad altri particolari portano a credere che:

1- Ranieri abbia manovrato per nascondere la vera causa del decesso di Leopardi e cioè il colera, per impedire che la salma venisse gettata nella fossa comune dei morti per colera.

2- Nonostante tutto però oggi si ritiene che tutto il gran daffare di Ranieri non sia servito ad impedire che la  sepoltura di Giacomo Leopardi avvenisse nell’ossario delle Fontanelle.

Qualunque sia la verità non ci sembra essenziale essere così attaccati alle reliquie. Leopardi riposa nel cuore e nella memoria di qualsiasi uomo che grazie ai suoi versi riesce a guardare più in là dell’orizzonte.

Manoscritto autografo di Giacomo Leopardi dell’Idillio “l’Infinito” conservato nel Museo dei Manoscritti Leopardiani di Visso nelle Marche

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