gli albori della trasfusione di sangue

13 Ottobre 2019 0 Di Alessandro Livi

L’inizio della trasfusione di sangue si fa risalire  al 15° secolo e precisamente   nel luglio del 1492, anno, tra l’altro, della scoperta dell’ America da parte di Colombo. Siamo a Roma e sul soglio pontificio siede  Papa Innocenzo VIII,  225 ° discendente dell’apostolo Pietro.  In quei giorni Sua Santità, già sofferente  dei malanni legati all’età, subisce, per colmo di sfortuna, un colpo apoplettico. Cade in uno stato comatoso ed i medici accorsi al suo capezzale disperano ormai di salvarlo.

Tavola estrapolata dall’opera di Johann Sigismund Elsholtz del 1667. Vengono illustrati i punti di repere per il prelievo di sangue.

Tra loro si fa avanti un medico ebreo  che memore, forse, degli insegnamenti del  contemporaneo Marsilio Ficino che nel suo libro   De le Tre vite…  riteneva che la pratica di  bere il sangue di giovani aiutasse gli anziani ad acquisire vitalità,  propone di tentare  di trasfondergli sangue prelevato appunto da giovani fanciulli. Vengono presi (non è dato sapere  le modalità con le quali vengono selezionati) ed in sequenza il loro sangue prelevatogli dalle braccia viene somministrato al pontefice morente. Il risultato, così come ci viene esposto da Pasquale Villari nel 1859 nella  sua Vita di Girolamo Savonarola e de’ suoi tempi, fu la morte dei tre giovanetti e del Papa che mai si riprese dall’ictus. Anche Gregorovius, storico del XIX secolo, riporta siffatta notizia nella sua opera sulla  Storia della città di Roma nel medioevo ultimata nel 1871. Nonostante ci siano nella letteratura numerosi riscontri a questo episodio nessun autore riporta una descrizione sul metodo impiegato.

Ma quali sono le fonti dalle quali questi due storici  potrebbero aver tratto spunto ?

Procedendo indietro nel tempo troviamo  Stefano Infessura, uomo di legge e contemporaneo di Innocenzo VIII,  che nel suo  Diario della città di Roma,  che copre un periodo che va dal 1294 al 1494 ritenuta  la più importante fonte narrativa della corte papale,  ci descrive questo episodio “…. nam primo tres pueri decem annorum, e venis quorum ludaeus quidam medicus qui papam sanum reddi  promiserat sanguinem extraxit, incontinenti mortui sunt, dixerat namque ludaeus illis se velle sanare pontificem, dummodo habere posset  certam quantitatem sanguinis humani et quidem iuvenis; quem propterea extrahi iussit a tribus pueris, quibus post flebotomiam unum ducatum pro quolibet donavit ; et paulo post mortui sunt. Iudaeus quidem aufugit, et papa sanatus non est“. Quindi genericamente Infessura ci descrive la figura di questo medico ebreo che propose al Papa la somministrazione di sangue  prelevato da tre fanciulli che, ricompensati con un ducato ciascuno, dopo l’estrazione del sangue morirono per emorragia. Il medico fuggì ed il Papa  non guarì.

Pietro Angeli da Barga, d’altro canto, nella sua opera del 1595 scritta in latino   e successivamente volgarizzata da Francesco Serdonati con il titolo di  Vita e fatti d’Innocenzo VIII riporta…. Mentre ch’egli era malato un medico ebreo offerse di fargli rimedi di sangue di fanciulli e prometteva gran cose per  giovamento del papa e non solamente fu accettato ma il papa di più lo ributtò agramente, con dire che voleva rimettere liberamente  la vita e la morte sua nel volere di Dio.

In definitiva da quello che possiamo desumere dai resoconti di questi autori  è assai  improbabile che tale pratica fu messa realmente in atto considerato anche che la medicina dell’epoca ancora non era  in possesso delle necessarie conoscenze di anatomia e fisiologia umana. Probabilmente dobbiamo intendere questo  episodio come una semplice somministrazione  per bocca di  una sorta di pozione costituita da un miscuglio di sostanze più o meno medicamentose  a cui era stato aggiunto sangue di provenienza umana.

L’episodio al di là della veridicità o meno  rappresenta comunque, una tappa importante  in quanto prima di allora  i riferimenti alle trasfusioni di sangue erano mitologici e quindi del tutto inattendibili.

Malachia de Cristoforis opportunamente avverte la necessità di suddividere…..  la storia della trasfusione in tre periodi distinti:

  • l° Il mitologico, avanti la scoperta della circolazione del sangue;

  • 2° Lo sperimentale, o quasi esclusivamente tale, che abbraccia dalla origine storica della trasfusione alla fine del 18.° secolo;

  • 3.° Il pratico o terapeutico , in cui tale atto operativo trova le sue logiche applicazioni, e che dalla fine del 18.° secolo continua fino ai giorni nostri.

Il secondo periodo ovvero quello sperimentale rappresenta a buona ragione la fase più interessante della storia trasfusionale, durante la quale gli scienziati, attraverso intuizioni e sperimentazioni spesso con utilizzo di  strumentazioni tecnologiche decisamente rudimentali, compirono i  fondamentali passaggi per la piena acquisizione di questa pratica.

Tralasciando l’episodio riferito alla morte di Innocenzo VIII è certo che dalla metà del  1500 molti ebbero questa idea, forse contemporaneamente o separatamente, e qualcuno iniziò a descriverla ma non ancora a praticarla, anche se finora non si è stati in grado di riferire con nomi e date i veri primordi dei pensieri e degli esperimenti trasfusionali.

I primi riferimenti certi   ce li fornisce Girolamo Cardano di Milano, che nel De rerum veritate del 1558 offrì la prima testimonianza di  ipotesi di tentativi di trasfusioni di sangue quando riferisce che per correggere le inclinazioni ed i costumi nei giovani ..sunt qui cum alio iuvene bonorum morum duplici fistula, alii unica, commutare sanguinem posse speret… e cioè vi è chi spera si possa  scambiare il sangue con giovani di buoni costumi tramite una o due cannule.

Andreas Libavius di Halles , nel 1615, descrive chiaramente la tecnica di una trasfusione in Appendix necessaria Syntagmatis arcanorum chymicorum. Si doveva infilare una cannula d’argento nell’arteria del donatore e un’altra in quella del  malato; poi si collegavano le due cannule e quindi il sangue dell’individuo sano pieno di sangue ardente scorreva nel ricevente portando vita e benessere. Nonostante tutto Libavius si dichiarava contrario a questa tecnica tanto da affermare “Medico vero helleborum”  cioè al medico che avesse messo in pratica una simile operazione doveva essere somministrato l’elleboro pianta dalle proprietà tossiche che nella antichità veniva usata anche per curare i pazzi.

Nel suo Methodus facilis  parandi iucunda, tuta, et nova medicamenta del 1628 Giovanni Colle insigne cattedratico  fa chiaro riferimento alla trasfusione quando scrive: Denuo insurget aliquis  frustra haec esse tentanda, dum per pauciora aeque et bene valemus consequi optata, veluti si quis sanguis a vena exiliens iuvenis admodum salubris per fistulam calens in vena senus permeet, insuflante iuveneet sene attrahente et inspirante, ut sanguis juvenis intus attrahatur a sene et ne huius sanguis egrediatur.…  In pratica il Colle interrogandosi sui metodi da seguire per ottenere un ringiovanimento nei vecchi scrive se è vano tentare questa operazione quando con piccoli mezzi si possono ottenere bene e giustamente i fini desiderati, come se uscendo il sangue dalle vene di un giovane sano e scendendo attraverso una cannula entri nella vena del vecchio essendo il giovane il donatore ed il vecchio il ricevente e l’inspirante in modo che il sangue del giovane venga attratto dentro il vecchio per non lasciarlo ritornare….

C’è anche chi come Stefano Folli cerca di convincere il lettore con prosa appassionata di essere stato il primo ad aver avuto l’idea della possibilità di poter trasfondere il sangue da una persona ad un’altra. Nel suo trattato del 1680,  Stadera, riferisce di aver letto nel 1652 il libro di Guglielmo Arveo (William Harvey scopritore della circolazione sanguigna) che tratta del moto del cuore e del sangue, la qual lettura, con qualche notizia che aveva dell’innestare le piante, produsse nella mia fantasia questo problema: cioè che data la circolazione del sangue, fosse possibile la trasfusione colla quale non solo si potesse curare alcuni mali, ma ringiovanire ed ingigantire. Ciò accennai nel mio libretto della coltura della vite, che non pubblicai per altro che per far palese a tutti che la trasfusione del sangue era stata da me inventata e fino dall’anno 1654 manifestata al serenissimo Ferdinando II granduca di Toscana. Più avanti illustra anche gli strumenti necessari al buon esito della trasfusione ..Quanto agli strumenti si richiedono lancette per l’incisione della vena, poi un imbuto per trasfondere il sangue. Questo imbuto si compone di tre parti; la parte più acuta e che deve introdursi nella vena del paziente si farà d’oro e d’argento, ma sarebbe meglio prendere il cannellino d’una penna d’ala di cornacchio o di corvo, nel mezzo alquanto piegata, ponendovi un nastrino sopra la piegatura per poterla poi legare al braccio. La seconda parte dell’imbuto è un budellino di lepre, gatto o cane, della capacità del dito mignolo della mano, lungo quattro dita trasverse ; e questo si leghi dalla parte più lunga del cannellino o penna, in modo che non possa scorrere. La terza parte è un imbuto piccolo d’avorio o d’osso, con orlo grosso dalla parte più larga per poterlo traforare con trapano per cavarvi l’aria e farvi altri buchi per adattarvi un nastro acciò si possa legare al braccio del giovinetto. S’introduce il cannellino nella vena tagliata di traverso dell’ individuo che deve ricevere il sangue e lo si fissa al braccio mediante una legatura. Collocato in comoda posizione il giovinetto che deve somministrare il sangue, gli s’incide la vena e vi si adatta l’altra parte dell’imbuto, cioè la boccetta, tenendola fissa mediante una legatura attorno al braccio. Il chirurgo abbraccia colla sua mano il budellino, e mano mano che lo sentirà empirsi lo premerà piano piano come mugnendolo.

Un impulso determinante alla sperimentazione della trasfusione l’ebbe la fondamentale scoperta della circolazione sanguigna fatta da William Harvey e comunicata ufficialmente al mondo scientifico nel 1628 con la pubblicazione del suo libro Exercitatio anatomica de motu cordis et sanguinis in animalibus, ma che già insegnava da più di 10 anni ai suoi studenti presso il College of Physicians di Londra. Con  i suoi studi    Harvey dimostrò che il peso della quantità di sangue che passa attraverso il cuore in un’ora era pari a tre volte il peso di un uomo: ciò significa che il sangue passa continuamente attraverso il cuore (il moto del sangue, scriveva Harvey, è un circolo continuo ed è dovuto al battito del cuore) e non si disperde invece tra i vari tessuti una volta uscitovi, senza quindi mai più ritornarvi, come fino ad allora si pensava. Pur avendo avuto l’intuizione di un comunicazione tra arterie e vene   per mezzo della quale il sangue poteva ritornava al cuore, passando per le vene, non riuscì a dare di questa intuizione una dimostrazione pratica che spettò invece a Cesare Malpighi nel 1661 che in due pubblicazioni  De Pulmonibus  comunicò di aver osservato col suo rudimentale miscroscopio la circolazione capillare del polmone delle rane e quindi il luogo attraverso il quale il sangue passava dalle arterie alle vene per ritornare al cuore.

Con Francis Potter troviamo i primi tentativi di effettuare delle vere trasfusioni tra animali. Nel 1652 in una lettera inviata allo scienziato ed amico John Aubrey si dice sconfortato dal fatto che i suoi tentativi di trasfondere sangue tra due polli non avevano ottenuto i risultati sperati. Dai tubicini di avorio introdotti con una estremità  nelle vene dei polli e collegati tra loro, con l’altra,  tramite una specie di “vescica”  (v. immagine sotto) ottenuta dal gozzo di un pollo infatti non uscivano che poche gocce di sangue compromettendo  di fatto il buon esito dell’esperimento. In una successiva missiva, indirizzata sempre ad Aubrey, informa l’amico di aver apportato miglioramenti al suo “apparato trasfusionale”; purtroppo non ci sono pervenuti ulteriori sviluppi sui suoi tentativi.

Simili esperimenti, anche se non coronati dal buon esito, condusse anche  il Dott. Henshaw come ci riferisce  G. A. Mercklino   nel suo  Tractatio Med. Curiosa De Ortu e Occasu Trasfusionis Sanguinis del 1667.

Nel novembre del 1666 anche Timothee Clark medico di corte durante il regno di Carlo II,  trasfonde sangue  da un cane ad un altro,  con metodo diretto, a mezzo di una cannula incurvata ad ambedue le estremità ottenendo degli ottimi risultati  come lui stesso riporta  scrivendo a Oldemburg, primo redattore del  Philosophical Transactions Medical  Journal: Tu nobiscum vidisse, vir amicissime, animla largo sanguinis profusione fere exangue redditum, et convulsionibus lethalibus piane moribundum, sanguine alterius animalis, ejusdem speciei in illo transfuso, intra septem horae minuta ad pristinum et perfectum vigorem restitutum”. In pratica dopo aver dissanguato il primo cane fino a portarlo alle convulsioni lo rifonde con il sangue prelevato da un secondo cane riportandolo alla vita nel giro di sette minuti. Non riferisce sul destino del secondo cane anche se non nutriamo eccessive speranze sulla sua sopravvivenza.

Nel 1669 Richard Lower nel Tractatus de corde item de motu, colore et transfusione sanguinis descrive il primo esperimento  di sostituzione totale di sangue su due cani grazie alla tecnica da lui ideata basata sul collegamento (anastomosi) tra una arteria ed una vena: Nimirum comnparatis canibus… ex eorum uno mediocris magnitudinis, aperta vena jugulari, sanguinem… detraxi…; deinde ut tanto huius dispendio alterius sanguine subvenirem, e cervicali arteria molossi majoris ad latus ipsius alligati atque compositi, sanguinem eiusque immisi… 

I vari tipi di “fistule”, precursori delle moderne agocannule, che Lower utilizzava nei suoi esperimenti.

Questa tecnica sfruttava la pressione arteriosa per spingere il sangue nella vena del ricevente e faceva diminuire il rischio di coagulazione. In particolare afferma  di essere stato il primo a praticare con successo la trasfusione di sangue il 15 febbraio 1665; l’idea gli venne  osservando ad Oxford   medici che erano soliti iniettare nelle vene dei malati diversi medicamenti. Non essendogli riuscito, nei primi tentativi, di trasfondere sangue dalla giugulare di un cane in quella di un altro per la veloce coagulazione del sangue venoso, ebbe l’intuito di utilizzare  la carotide del donatore  riuscendo in tal modo nell’ intento. Il 6 luglio 1666 in una lettera indirizzata a Boyle conclude proclamando che, come..Harveius sanguinem intra propria vasa circulantem corpori suo vitam praestare primo docuerit… così a lui spetta senz’altro la gloria della trasfusione del sangue, a perpetuo onore dell’ Inghilterra. Il 23 Novembre 1667 Lower, in collaborazione con King esegue, a solo scopo dimostrativo, una trasfusione su un uomo sano, certo Arturo Coga, compensato con una ghinea. Previo salasso di circa 20 cc di sangue, i due medici inglesi trasfusero al volontario 30 cc di sangue prelevato dalla carotide di un agnello; l’uomo reagì talmente bene alla trasfusione che volle essere sottoposto ad una seconda trasfusione che gli fu praticata il 12 dicembre del medesimo anno non accusando altro disturbo se non un pò  di febbre.

Jean Baptiste Denis  su  Le Journal des Sçavans del 1667 pubblica una lettera indirizzata al Sig. de Montmor su due esperienze di trasfusione fatte sugli uomini. Denis aveva sviluppato una tecnica trasfusoria propria che, a differenza di quella messa a punto da Lower e King in Inghilterra, non prevedeva il sacrificio dell’animale donatore. Alle 5 del mattino del 15 Giugno 1667 Denis  gli prelevò tre once di sangue  nero e ispessito  e gliene trasfuse tre volte tanto di agnello. Alle 10 il ragazzo  volle alzarsi perchè si sentiva bene; alle 16 presentò una lieve epistassi che non ebbe alcuna conseguenza. Anche la seconda trasfusione  compiuta su un uomo di 45 anni non ebbe effetti collaterali. Il buon esito di questi 2 esperimenti  fu sufficiente  a Denis  per rivendicare il fatto di avere effettuato la prima trasfusione umana di successo.

II primo  insuccesso sulle sue esperienze sull’ uomo avvenne il 24  luglio 1667 quando effettuò una trasfusione al primo ministro del Re di Svezia  da tre settimane malato di  flusso lienterico ed epatico ed in condizioni assai gravi. Dopo la trasfusione  di sangue di vitello  l’infermo si sentì meglio ma nel giro di 24 ore le sue condizioni peggiorarono rapidamente fino alla morte.

Il successivo paziente che Denis sottopose a trasfusione nel dicembre del 1667 si chiamava  Gollier ed era affetto da gravi turbe psichiche. Dopo aver mostrato chiari segni di una violenta reazione immunitaria in corso, dette però evidenti indizi di miglioramento. Ma già dopo qualche giorno le condizioni degenerarono al punto che spinsero la moglie a richiedere un nuovo intervento di Denis. Durante questo nuovo trattamento (secondo Denis prima che esso fosse effettuato), Gollier ebbe una crisi e morì di lì a poco. Denis fu accusato di omicidio e la vicenda esitò in un processo dal quale fu tuttavia liberato da ogni accusa. La vicenda ebbe vasta risonanza e determinò  un grave contraccolpo alla prosecuzione degli esperimenti   sulla trasfusione anche perchè  si verificò in un momento in cui, soprattutto in Francia, era molto attiva una corrente di pensiero  ad essa fortemente contraria. Tra i contrari  si distingueva  il famoso Claude Perrault che nell’ Essais de physique rimarcava  l’impossibilità per  un animale di ricevere un sangue che non fosse il proprio, che non avesse esso stesso sottoposto al processo di concozione all’interno del proprio organismo. La concozione, secondo Perrault, era un particolare processo chimico attraverso il quale  il sangue veniva elaborato nei suoi principi vitali   partendo dal nutrimento dell’animale stesso, e di conseguenza era necessario che il cibo attraversasse i condotti e i meati del corpo dell’animale per diventare il sangue proprio, o meglio, “specifico” di quest’ultimo, ciò che non poteva avvenire  nel caso della trasfusione. Anche il sangue della madre e quello del feto non sono la stessa cosa, tanto che per passare dalla prima il sangue deve essere filtrato attraverso la placenta, nella quale il flusso ematico viene preparato e rettificato per poter essere assimilato dal neonato. In definitiva sperimentare la trasfusione era stata una vera sfida alla legge divina, un tentativo di rimuovere la distinzione che la saggezza di Dio aveva posto tra i diversi esseri.

Sta di fatto che il 17 aprile 1668 la corte penale di Parigi   emise decreto di proibizione in Francia della trasfusione di sangue in assenza  di speciale autorizzazione della Facoltà  di medicina di Parigi.

La notizia giunse anche a Londra, dove i membri della Royal Society cessarono discretamente i propri esperimenti subito imitati praticamente dalla maggioranza dei ricercatori europei.

Mentre in Francia si decideva sulle sorti della prosecuzione delle attività di studio sulla trasfusione, anche  in Italia fu messo in atto il primo tentativo  di trasfusione  tra due animali; autore fu Geminiano Montanari che. come ci riferisce  una comunicazione del  Giornale dei Letterati di Roma (pag. 91), il 28 maggio 1667, in casa del Casini fè la trasfusione del sangue dall’arteria carotide d’un Agnello, finchè spirò, nel ramo destro della vena giugulare d’un altro, dal quale s’era prima cavato tanto sangue quanto ne poteva dare un agnello di pari grandezza fino allo svenimento totale. Questo agnello trasfuso morì improvvisamente il 5 gennaio essendosi trovato soverchiamente ripieno di cibo putrefatto.

Si devono invece   a Guglielmo Riva le prime esperienze di trasfusione tra animali ed uomini  come ci racconta Girolamo Tiraboschi nella sua  Storia della Letteratura Italiana …. nel dicembre del 1667 avea il Riva fatta la trasfusione del sangue di tre castrati in tre uomini con metodo più dolce di quello che usavasi in Francia e in Inghilterra, perchè facevasi sine venae extractione vel excoriatione, ma col solo foro usato nel salasso un po’ più largo. Di questi tre uomini così curati, il primo, cioè il sig. dott. Gianfrancesco Sinibaldi, in cui, essendo tisico marcio, nè potendosi cavargli sangue, l’operazione non potè riuscire, morì di quel male alcuni mesi dopo; un altro, che da sedici giorni avea continuamente la febbre, essendo essa cessata, era partito da Roma, nè più erasene udita novella, il terzo, che già da 36 giorni era travagliato da febbre terzana, il terzo giorno n’era rimasto libero. I nostri valorosi medici decideranno se queste sperienze bastino a provar utile la trasfusione del sangue, la qual però ebbe contraddittori in gran numero, e assai pochi seguaci…. Di tali esperienze se ne ha la relazione stampata in un foglio volante, che conservasi nella Casanatense di Roma scritta in latino, e autenticata da quattro medici, testimonii di veduta… 

Riva  non riuscì neanche a pubblicare in vita la sua opera basata su studi ed osservazioni in campo anatomico; la affidò insieme a 100 scudi romani ad un suo amico  perchè la pubblicasse postuma ma questi non ottemperò alla sua volontà   sicchè I’ opera rimase inedita ed andò perduta.

Dalla fine del 1600 e per tutto il 1700 la trasfusione di sangue, di cui un tempo inglesi e francesi si disputavano la paternità,  non viene più praticata   ed è anzi screditata dalla maggioranza delle istituzioni scientifiche. Solo pochi esempi di sperimentazione sopravvissero; ma mai più all’interno di un’attività organizzata e continua.

Si arriva quindi verso la fine del 1700 quando si verifica una ripresa degli esperimenti dapprima in forma isolata poi, soprattutto in virtù dei primi convincenti successi, sempre più in forma diffusa.

Nel 1783 Michele Rosa fu tra i primi a riprendere gli studi sulla trasfusione animale-animale e animale-uomo e nel 1786 pubblica le sue esperienze con il titolo di Lettere fisiologiche. Egli, ad es., riporta che il 25 agosto 1783, nella villa di S. Vittoria presso Gualtieri,  un montone, peso delle libbre 74, tenuto la mattina a digiuno, fu punto al solito alla giugulare, e, segno della sua molta vivacità, precorse il tempo delle svenature consuete, perchè in minuti fra i io e gli iz si trovò vuoto, esangue, angoscioso, allibito, nella mortale agonia. La vena aperta non dava più stilla, gli occhi eran chiusi, la bocca aperta, la mascella cascante, tutte le membra, qual nel caldo cadavere, abbandonate e disciolte. Intruso il sangue di una pingue vitella, ne segui il solito effetto: in un minuto il montone apri gli occhi, in due fu ravvivato…

Nel 1802  Paul Scheel scrisse Die Transfusion des Blutes und Einsprützung der Arzneyen in die Adern (La trasfusione del sangue e le iniezioni di medicamenti nelle vene) per riportare l’interesse del mondo scientifico verso questa pratica da lui ritenuta fondamentale come trattamento salva vita per l’uomo. Fu uno dei primi  a considerare essenziale l’uso di sangue umano come unica fonte di sangue  da trasfondere a un altro uomo.

Nell’agosto del 1825 James Blundell medico ostetrico di Londra viene urgentemente convocato al capezzale di una paziente di un suo collega, il Dott. Waller. La donna ha appena partorito ed è in preda ad una forte emorragia. Waller,  a conoscenza dell’impegno di Blundell nel campo della trasfusione di sangue,  gli chiede di mettere in pratica questa tecnica sulla donna destinata altrimenti a morte certa.

Il “Gravitator”. Di questo dispositivo Blundell ne fece una approfondita descrizione in un articolo pubblicato nel 1828 dal titolo Observations on transfusion of blood.

Blundell esegue la trasfusione prelevando 4 once di sangue dalla vena del braccio del marito  ed immettendolo nella vena del braccio della moglie utilizzando un dispositivo di sua invenzione che chiamò Gravitator (foto a lato) che consisteva in un imbuto, una pompa per raccogliere il sangue dei donatori e una siringa per iniettarlo nelle vene dei pazienti durante la trasfusione indiretta.

Di questa esperienza Waller ne fece un articolo scientifico dal titolo  Case of Uterine Hemorrhage, in Which the Operation of Transfusion Was Successfully Performed che venne pubblicato  nell’ottobre dello stesso anno sulla rivista del  Lond. Med. Phys. J. . Rappresenta il primo caso di trasfusione interumana coronata da successo.

A qualche anno prima, esattamente al 22 dicembre 1818 risale invece la prima trasfusione, sempre interumana, effettuata da Blundell su un uomo affetto da cancro allo stomaco che ricevette circa 400 grammi di sangue appartenente a diversi donatori; nonostante i lievi miglioramenti morì 56 ore dopo.

Tra il 1818 e il 1829 Blundell ed i suoi colleghi eseguirono  complessivamente dieci trasfusioni di sangue delle quali  soltanto quattro ebbero successo. Di queste ultime, oltre al caso descritto prima, una  venne praticata su un’altra giovane donna, anch’essa con grave emorragia post partum in atto; di questo caso  la rivista The Lancet ne diede notizia con una comunicazione dal titolo Successful case of transfusion comparsa sul vol. 11 del 1829.

Blundell con i suoi esperimenti diede nuovo impulso allo studio della trasfusione di sangue e per tutto il secolo XIX si assiste ad un rifiorire di teorie e di invenzioni di strumentazioni sempre più innovative; a tutti era ben chiaro che molti punti oscuri lastricavano ancora la strada che doveva condurre verso l’esecuzione in sicurezza di una tecnica che già allora, a dispetto di tutti i limiti che ancora presentava, aveva dato prova delle sue importanti potenzialità in campo terapeutico.

Il 1901 rappresenta una tappa fondamentale per la trasfusione di sangue perchè è in questo anno che, per merito degli studi compiuti dall’austriaco Karl Landsteiner, vengono scoperti i Gruppi Sanguigni e la loro compatibilità relativa. Questa fondamentale scoperta dava quindi una razionale spiegazione  ai decessi che, numerosi, si verificavano dopo una trasfusione di sangue (animale-animale, animale-uomo, uomo-uomo). Nel suo libro The Specificity of Serological Reactions  spiega come gli insuccessi  erano conseguenza della  incompatibilità di alcuni gruppi sanguigni che ora si potevano preventivamente conoscere e confrontare. Karl Landsteiner scoprì che ciascun uomo possiede un particolare tipo di sangue ed i diversi tipi identificati vennero chiamati: gruppo 0 (zero), gruppo A, gruppo B, gruppo AB. Successivamente nel 1940 fu scoperto,  dallo stesso Karl Landsteiner e dal collega Alexander Wiener, il fattore RH tramite esperimenti su primati, le scimmie Macacus Rhesus (da cui il nome). Questo fattore indica se la persona possiede o meno l’antigene nei globuli rossi. Anche il fattore RH è importante nelle trasfusioni: il donatore se ha RH- può donare a RH+ e RH-, mentre il donatore RH+ può donare solo a RH+. Questa ulteriore conoscenza eliminò del tutto  i rischi di rigetto del sangue trasfuso.

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