gli eunuchi e la voce dei cantori evirati dell’opera barocca

10 Dicembre 2017 0 Di Alessandro Livi

Il termine “eunuco” nella sua accezione più generica fa riferimento a quella  condizione dell’individuo di sesso maschile del tutto privo degli organi genitali (testicoli e pene). Con lo stesso termine, peraltro, viene definito anche colui che  risulta privo delle  sole gonadi (testicoli). Inoltre, sia nel primo che nel secondo caso, le cause originanti l’anomalia possono essere di carattere malformativo oppure possono derivare da eventi traumatici, o, ancora, da pratiche e costumi sociali.

Ritratto di tre musicisti della corte medicea (Anton Domenico Gabbiani 1687): sulla destra si nota il cantante, il castrato Francesco de’ Castris  noto come “il Cecchino”, accompagnato  da un suonatore di clavicembalo sulla sinistra e da un violinista al centro. Alla sua sinistra un servo di colore.

Nel caso di asportazione delle sole gonadi operata per costumi ed interessi sociali, si suole distinguere ulteriormente tra eunuchi e “spadoni”, a seconda  che l’ablazione testicolare avvenga in età prepuberale o postpuberale, con diverse conseguenze funzionali e organiche, nonché di sviluppo dei caratteri sessuali secondari  così detti in quanto non favoriscono in alcun modo l’atto della riproduzione, ma sviluppano sia nella donna sia nell’uomo caratteristiche fisiche peculiari: lo sviluppo delle mammelle, l’allargamento del bacino, lo sviluppo di pannicoli adiposi sottocutanei nella donna mentre nell’uomo determinano la comparsa della barba  e dei baffi, della muscolatura più pronunciata e della specifica modificazione morfologica  della laringe.È esistita, infine, una terza forma di evirazione, praticata nell’impero ottomano, consistente nella mutilazione del pene, lasciando integri  i testicoli. In questo caso l’eunuco  non subiva alterazioni  ormonali, conservava una struttura ed un aspetto fisico normale e possedeva  normali pulsioni sessuali che tuttavia non poteva soddisfare non potendosi congiungere carnalmente.

L’evirazione è stata praticata sin dai tempi più antichi, presso vari popoli  e civiltà, in Europa, Asia e Africa, attraversando il Medioevo, l’età moderna e giungendo in taluni casi addirittura sino alla fine del XX secolo.

In Cina si consolidò a partire dal VI a.C.  il costume di rendere  “eunuchi” numerosi soggetti di sesso maschile. A partire da quel periodo venne ad essere costituita una vera e propria casta di eunuchi creata per la sua particolare fedeltà all’imperatore, i cosiddetti “eunuchi dell’imperatore”, poiché costoro non potevano avere mire ereditarie e di competizione rispetto alla dinastia regnante, in quanto impossibilitati a fondare una propria casata.  L’intervento ablativo viene descritto come molto rozzo e cruento, asportandosi in un’unica soluzione il pene e lo scroto.

Eunuco e dama di corte

Successivamente, si portava a conoscenza del governo distrettuale il nome dell’ eunuco, e quindi si attendevano gli ufficiali della corte imperiale, incaricati di effettuare il controllo e il reclutamento.  Nel 1902, J. J. Matignon, che praticò per molti anni la professione medica a Beijing, pubblicò un testo in cui riporta dettagliatamente l’operazione così come era regolarmente eseguita intorno al 1890 da un esperto che abitava nei pressi della Porta del Palazzo e la cui professione era ereditaria. Per il suo intervento egli richiedeva un alto compenso, che poteva essere pagato anche a rate . Si ritiene  che il metodo usato in epoche precedenti  non differisse molto da quello descritto nel testo di Matignon, il quale afferma che gli esiti fatali erano piuttosto rari, in quanto la percentuale delle persone che morivano in seguito all’operazione si aggirava intorno al 3-6%; numerosi eunuchi soffrivano però di incontinenza cronica della vescica e di altre malattie. Certo non tutti potevano permettersi un’operazione “regolare” e così molte volte erano gli stessi genitori che si adoperavano come chirurghi con conseguenze meno prevedibili. In un antico testo viene anche riportato un procedimento per conservare i testicoli “…si mette in una scatola con calce per asciugare l’acqua e il sangue e impedire la corruzione; poi si pulisce con un pezzo di stoffa bagnata, s’immerge nell’olio di sesamo finché non è penetrato tutto, si mette in una scatola di legno e poi si avvolge la scatola con seta: il tutto si deve mettere sulla trave del Tempio familiare a una certa data...”

Nella Roma del periodo repubblicano inizialmente veniva praticata  la castrazione solo come forma di punizione. Successivamente, venne introdotto il culto della dea Cibele, proveniente dalla Frigia, imperniato sul rito della castrazione e sulla presenza di sacerdoti castrati. Cibele divenne una delle principali protettrici di Roma quando ad essa venne attribuito il fatto di aver preservato la città dalla conquista di Annibale, durante la seconda guerra punica.  Attorno alla metà del 3° secolo un cristiano eterodosso, Valesio, fondò presso il Giordano una comunità i cui membri, per seguire alla lettera un passo del Vangelo, rimuovevano dal loro corpo l’organo origine dello scandalo sessuale, cioè si castravano. La setta giunse a tali eccessi da assalire estranei e mutilarli per salvarli dal peccato e, in seguito a ciò, la Chiesa precisò la sua opposizione a qualunque metodo di castità costrittiva. Il Concilio di Nicea condannò, nel 325, l’evirazione, volontaria o meno. Anzi la volontà di reprimere qualunque  eresia al riguardo, insieme all’idea che il pontefice dovesse essere con sicurezza uomo fisiologicamente indenne, condusse, nel 9° secolo, la Chiesa romana a introdurre il rito della palpazione dei testicoli del nuovo papa da parte  di un diacono o del più giovane dei cardinali il quale  inseriva il braccio da un’apertura laterale di una sedia da parto per tastare il papa appena eletto; se l’esito era positivo esclamava ad alta voce “Virgam ed testiculos habet!” (ha il pene e i testicoli) e tutti gli ecclesiastici rispondevano  “Deo gratias” (Hemmerlin, Felix: De nobilitate et rusticitate dialogus et alia opuscula (ca. 1500 ).

Anche nella civiltà islamica gli eunuchi  svolgevano di fatto importanti compiti di corte e domestici; erano organizzati secondo una precisa gerarchia   e competenza, ottenendo anche  incarichi militari di rilievo. Altra loro specifica e caratteristica mansione era quella di custodire l’harem di sultani, di uomini ricchi e di potenti.

Il guardiano dell’harem. Rudolph Ernst (1854-1921).

Custodi anche dei luoghi sacri e dei sepolcri dei sultani; in particolare la sorveglianza della sacra tomba di Maometto,  a Medina, fu affidata quasi ininterrottamente ad eunuchi fino alla prima metà del secolo scorso.  Gli Arabi, in realtà, appresero tardi l’utilità degli eunuchi, perché Maometto aveva vietato la castrazione, sia degli uomini, sia degli animali. Li scoprirono nel 750, quando conquistarono la Persia, dove l’usanza era giunta dalla Cina. Non solo dimenticarono subito il precetto del Profeta, ma misero in piedi un sistema di produzione e distribuzione vasto ed efficiente, visto che lo scopo dell’evirazione non era solo quello di proteggere l’harem, ma di evitare l’adozione di pratiche nepotistiche nel caso a loro fossero state affidate importanti funzioni civili, militari e/o religiose.

Anche tra i Bizantini gli eunuchi svolsero ruoli importanti; già nel IV secolo compaiono nei ranghi dell’esercito con ruoli di primo piano.

Narsete rappresentato in un’incisione presa dalle Cronache di Norimberga (1493).

All’interno della corte imperiale la loro influenza conobbe un peso sempre più crescente. Famoso rimane l’eunuco Narsete, vincitore degli Ostrogoti, che divenne Magister Militum e praefectus praetorio per Africam nel 539.

I metodi di castrazione erano vari: in Etiopia si usavano solo coltelli, in Cina ed in Sudan i genitali venivano “strozzati” con cordicelle di seta fino a portarli quasi alla necrosi, poi venivano recisi. Non c’erano anestetici, ma in Cina si usava alleviare il dolore con bagni di erbe.

Alcuni strumenti del 19° secolo utilizzati per la castrazione

Tra gli arabi  era usanza narcotizzare  il fanciullo con l’oppio ed immergerlo a sedere in un bagno di acqua molto calda fino a quando cadeva in uno stato di completa incoscienza.  Allora si apriva lo scroto e si asportavano i testicoli.
L’unico paese che utilizzava un  metodo incruento era la Persia: i testicoli venivano “intossicati” con impacchi di cicuta, senza versare sangue.
L’indice di mortalità fra i sottoposti a castrazione era molto alto. Variava dal 40% fino ad arrivare per i metodi cruenti  al 90%. Le cause di morte erano rappresentate da emorragie  oppure da setticemie.

I cantori castrati raramente venivano chiamati con questo appellativo, più frequentemente venivano usati i sinonimi di “evirati cantori”, “musici” o ancor più raffinatamente di “quarta voce” per distinguerli dalle   voci bianche,  le voci femminili e le voci maschili.

Sembra  non esserci  prove della loro presenza  nell’Europa occidentale prima del 1550 anno in cui sappiamo che  vennero ingaggiati due castrati spagnoli per la cappella del Duca di Ferrara; il duca nel 1556 si informò anche su un altro castrato (che sarebbe dovuto arrivare dalla Savoia) in termini  che suggeriscono di trattare un argomento di  ordinaria amministrazione.

Alla fine del sedicesimo secolo un castrato di Ferrara si offrì per un  posto di cantore per il Papa, a condizione che il salario gli permettesse di tenere “un servo o due e cavalli, dato che non sono abituato a camminare a piedi”. Infatti nel 1589, con la bolla Cum pro nostri temporali munere, papa Sisto V riorganizzò il coro di S. Pietro allo scopo di ammettere castrati nella sua composizione.

Il Coro della Cappella Sistina nel 1904, diretto dal Castrato Domenico Mustafà (ultima fila, 5° da destra) e Alessandro Moreschi (fila centrale, 4° da destra).

Successivamente nel 1599 entrarono ufficialmente nel coro della Cappella Sistina, la cappella privata del Papa, Girolamo Rossini e Pietro Paolo Folignato, i primi due cantori, tanto voluti dal Papa Clemente VII per le “voci angeliche” che erano in grado di esibire. L’impiego dei castrati rimpiazzava quello delle voci bianche (che rimanevano tali solo per pochi anni) e dei falsettisti ( cantori di sesso maschile la cui voce, opportunamente educata, acquista le caratteristiche delle voci femminili) dalle voci più deboli e meno affidabili; le donne non erano ammesse a cantare in chiesa, secondo anche quanto afferma il detto  mulier taceat in ecclesia («la donna taccia in chiesa») a cui  Paolo di Tarso fa riferimento nella prima lettera ai Corinti.

Il cantore evirato si distingueva in due tipi di registri: sopranista e contraltista (il contraltista aveva una estensione vocale più ampia, con un timbro più grave rispetto al sopranista). Le loro divennero le voci più ricercate, impostate “su una potenza sonora della cassa toracica del maschio, tirando fuori una possibilità acustica molto più al di sopra delle ottave di un soprano donna” (Caramiello, 2009).

“Ai castrati dovremmo guardare come a una macchina per cantare costruita sfruttando le sole leggi della biologia. (Cappelletto, 2008)”. Il principio base fu quello di sfruttare e potenziare, in esseri di età adulta, certe caratteristiche   dei ragazzi. Il ragazzo possiede, tra le voci bianche, quella che, nella gamma naturale detta, in gergo, “di petto”, abbraccia il maggior numero di note. Inoltre abbastanza spesso l’estensione delle note di petto risulta il doppio di quella di una soprano donna. Essendo questi i presupposti, con la castrazione  si veniva ad arrestare la crescita della laringe prima della “mutazione”, cioè prima che il ragazzo, causa l’abbassamento dei suoni di un’ottava che si verifica negli adulti, assumesse i caratteri di una voce virile.

Durante la pubertà, il dimorfismo sessuale della laringe diventa  evidente nel tono più basso e nella maggiore potenza della voce maschile. Sotto l’influenza   dell’aumento       della  secrezione di testosterone, o più probabilmente di un suo  metabolita (diidrotestosterone), la lunghezza totale delle corde vocali maschili crescono da un valore medio prepuberale di 17 mm fino a quasi 29 mm nell’adulto, con un aumento del 63%, mentre le corde vocali femminili aumentano in media  solo del 34%.

Dalla fase prepuberale a quella  adulta si verifica  un aumento della lunghezza antero-posteriore della cartilagine tiroidea (il cosiddetto pomo di Adamo) di tre volte maggiore nel maschio rispetto alla femmina oltre ad un aumento da due a tre volte maggiore nel peso delle cartilagini cricoidi e aritenoidi. 

Per effetto di questo “rimaneggiamento” della laringe conseguente alla castrazione la voce dell’uomo rimaneva brillante, fresca e penetrante come quella dei ragazzi. Ma se era brutta, niente poteva modificarne la qualità e se il ragazzo non possedeva talento, non era certo la castrazione a procurarglielo.  Sebbene l’amputazione veniva praticata solo su bambini che durante l’età prepuberale si erano già dimostrati particolarmente versati nel canto e capaci di sviluppare il settore acuto della voce, l’operazione però non garantiva alcuna certezza di successo professionale e per un evirato destinato al successo molti altri erano purtroppo contrassegnati da una vita grama. Secondo quanto riportato da C. Ancillon “quando amputavano i bambini nella loro più tenera infanzia, ce ne furono 200 resi eunuchi che si dimostrarono buoni a nulla, poiché quando crebbero fu chiaro che nessuno di loro aveva una voce accettabile; e così le aspettative dei loro genitori rimasero deluse (giacché sono generalmente i genitori a compiere questa crudeltà sui propri figli, nella speranza che un giorno questi possano essere d’aiuto per loro e sostenere il resto della famiglia) e tanti bambini poveri furono fatti doppiamente infelici, prima straziati e mutilati nel corpo, e poi resi incapaci di procacciarsi un sostentamento decente, la loro voce essendo diventata inservibile”.

Dopo l’evirazione in genere il fanciullo promettente veniva accolto in Conservatorio, ma poichè l’offerta superava la domanda il passaggio veniva monetizzato con reciproci vantaggi sia per la famiglia che si liberava di una bocca da sfamare che per il “mediatore” che lo offriva ai Conservatori ed infine per il Conservatorio stesso una volta che il musico era in grado di cantare nei teatri. Ad eseguire l’intervento di castrazione erano in genere “sanitari inferiori” come i norcini ed i barbieri che usavano (se il poveretto era fortunato) l’oppio per stordire abbinato alla compressione della carotide per favorire il passaggio alla incoscienza. A tal proposito Mojon riporta come a Napoli vi erano all’epoca botteghe di barbitonsori con l’insegna “Qui si castrano ragazzi a buon mercato”.

Dagli archivi storici del Conservatorio di S. Onofrio a Napoli si viene a sapere come esistevano per i cantori evirati severe e caute prescrizioni: mai correre, mai sfrenarsi per giochi che potevano mettere a rischio la voce. Dormivano in camerate separate da “Piccoli, Figlioli, Mezzani e Grandi”. Dovevano girare coperti dalla zimarra, una veste lunga e pesante perchè  l’ alterazione ormonale provocata dall’ intervento li rendeva più vulnerabili e freddolosi degli altri. Nei registri inoltre è stata  trovata la voce di spesa  relativa a “carbonelle per il riscaldamento degli eunuchi”. Se la dieta per i compagni prevedeva “maccaroni, carne, quantità di vino”,  per loro c’ era doppia razione.

La giornata di un giovane castrato in una scuola di musica prevedeva  in genere un’ora di pratica canora, un’ora di allenamento per i trilli, un’altra ora per i passaggi virtuosistici, un’altra ancora per esercizi della voce. Spesso i giovani allievi si esercitavano davanti ad uno specchio per evitare di fare movimenti del corpo  superflui o espressioni facciali inutili. Si aggiungevano poi alle innumerevoli ore di studio di canto le lezioni di letteratura, di teoria e dettato musicale, la composizione di opere sacre o profane e gli esercizi al clavicembalo. Questo duro regime scolastico permetteva ai castrati di fare il proprio debutto in scena verso i 15/16 anni.

Si stima che nel corso del XVII secolo venivano castrati una media di 4.000 bambini all’anno.

L’unica testimonianza delle qualità artistiche dei cantori castrati è quella che ci viene offerta da Alessandro Moreschi  soprano del coro pontificio dal 1883 al 1913  che tra il 1902 e il 1904  registrò a Roma alcuni brani, pubblicati successivamente nel CD The Last Castrato (clicca qui per ascoltare la registrazione).  La qualità della registrazione è scarsa, consumata dal tempo e penalizzata dalla tecnologia di allora ma rimane comunque fondamentale da un punto di vista storico. Nonostante i limiti gli studi più recenti sulle registrazioni di Moreschi sembrerebbero confermare l’ipotesi di una voce non qualitativamente diversa ma solo quantitativamente  più estesa rispetto ad un maschio integro. Pochi istanti di ascolto del suo canto rivelano come in termini di tecnica vocale il soprano castrato era effettivamente un tenore che cantava in acuto oltre ogni  comune possibilità. Habock ne descrive la voce parlata usando i termini di “luminosa” e  “metallica”.  Il registro ed il carattere sonoro come ” di tenore che parli assai in acuto” (N. Clapton).

L’ultimo ruolo operistico scritto per un castrato (il ruolo di Armando ne “Il crociato  in Egitto”) fu interpretato nel 1824  da Giovanni Battista Velluti  a Venezia.

Nel 1878 papa Leone XIII proibì l’ingaggio di castrati da parte della Chiesa; solo nella Cappella Sistina ed in altre basiliche romane il loro impiego continuò ancora per alcuni anni. Nel 1903 il nuovo papa Pio X con un motu proprio sulla musica sacra “tra le Sollecitudini” così si espresse: “..Dal medesimo principio segue che i cantori hanno in chiesa vero officio liturgico e che però le donne, essendo incapaci di tale officio, non possono essere ammesse a far parte del Coro o della cappella musicale. Se dunque si vogliono adoperare le voci acute dei soprani e contralti, queste dovranno essere sostenute dai fanciulli, secondo l’uso antichissimo della Chiesa.”.

Alessandro Moreschi è stato l’ultimo castrato ad arrivare al successo. Si ritirò dall’attività nel 1 913.

Secondo uno studio effettuato su un certo numero di cantori evirati vissuti tra il 1610 ed il 1762  la vita media è risultata di 65,1 , notevole se consideriamo che a livello europeo in quel periodo la media era intorno ai 40 anni. Gli autori ritengono che ciò sia da mettere in relazione con l’elevato livello di benessere raggiunto  nel corso della loro vita e non sia quindi una conseguenza diretta delle modificazioni ormonali conseguenti alla castrazione.

L’unica descrizione post-mortem di una laringe di maschio castrato chirurgicamente in età prepuberale (senza però riferimenti se fosse appartenuta ad un musico) parrebbe essere quella effettuata più di due secoli fà da Guillaume Dupuytren (1803) come riportato da B. Mojon nel 1806 nel suo trattato Sugli effetti della castratura nel corpo umano in cui afferma che: “Il Dupuytren  dissecando la laringe di un uomo fatto eunuco dalla sua più tenera infanzia ebbe occasione di convincersene. Osservò egli che la laringe  era in questo mutilato di un terzo meno voluminosa di quella di altri uomini completi , della stessa età e statura; la glottide molto ristretta,  e le cartilagini  laringee poco sviluppate; di modo che tutte queste parti rassomigliavano a quelle di una donna o di un ragazzo.“.

Nel luglio 2006 i resti del famoso castrato Carlo Broschi, meglio conosciuto come Farinelli, sono stati riesumati  a scopo di ricerca (Maria Giovanna Belcastro: Hyperostosis frontalis interna (HFI) and castration: the case of the famous singer Farinelli) con la speranza che potessero rivelare il segreto della sua voce leggendariamente dolce e potente. Il cattivo stato di conservazione dei resti pur rendendo impossibile la comprensione del segreto della sua voce, come d’altronde ci si poteva facilmente immaginare, ha tuttavia fornito spunti interessanti sulla costituzione scheletrica.

Tomba di Farinelli. Nel cerchio il “mucchietto” di ossa del castrato; sulla destra lo scheletro della nipote (Maria Carlotta Pisani) che  volle farsi tumulare insieme allo zio ( (da  Hyperostosis  frontalis interna (HFI) and castration: the case of the famous singer Farinelli).

Questa “osteobiografia” ha confermato   la presenza di molte caratteristiche che ci si aspetterebbe di vedere in un castrato, ad es. lunghe dimensioni delle ossa degli arti inferiori con conseguente statura elevata mentre la frattura da schiacciamento di una vertebra lombare riscontrata  è tipica della osteoporosi postmenopausale delle donne. Un’altra caratteristica interessante  sempre   correlata alla castrazione è la grave iperostosi frontale interna del cranio (anomalia spesso bilaterale dell’osso frontale, sede di neoformazione di forma rotonda quasi esclusiva delle donne di età matura).

Con egual intento fu effettuata nel 2013 la riesumazione dello scheletro di Gaspare Pacchiarotti, altro cantore castrato, morto nel 1821 con risultati non dissimili da quelli ricavati dallo studio  delle ossa di Farinelli  (Alberto Zanatta: Occupational markers and patology of the castrato singer Gaspare Pacchiarotti).

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