il torno frottore mercuriale

31 Marzo 2018 0 Di Alessandro Livi

Era il mese di Novembre dell’anno 1809 quando  Pietro Ruggieri, noto medico  e botanico, davanti ai soci della Società Reale di Incoraggiamento di Napoli presentò la sua invenzione, una macchina in grado di facilitare le applicazioni di sublimato corrosivo nei malati di sifilide. Ad essa diede il nome di  “Torno Frottore mercuriale”. Sappiamo che il mercurio è stato fino all’avvento degli antibiotici la medicina più utilizzata  per la cura della sifilide (clicca qui per maggiori approfondimenti). Durante questo  periodo che supera i 400 anni sono stati utilizzati vari metodi di somministrazione del mercurio: dalle frizioni alle fumigazioni alle pillole per bocca. La sperimentazione dei vari metodi aveva come scopo principale quello di cercare di ridurre al minimo gli effetti collaterali, spesso mortali,  che il mercurio invariabilmente provocava sull’organismo. Circa trenta anni prima  e precisamente nel 1780 Domenico Cirillo presenta alla stampa una pubblicazione di 13 pagine sull’uso del sublimato corrosivo nella cura della lue. In queste poche pagine illustra un nuovo metodo di applicazione del sublimato che secondo lui avrebbe dovuto ridurre al minimo gli effetti avversi risultando al contempo estremamente efficace nella cura della sifilide. Il metodo consisteva in estrema sintesi nella applicazione di 2 dramme di uno speciale unguento a base di sublimato corrosivo esclusivamente sulla pianta dei piedi ed in particolare sull’arco plantare  seguita da una frizione accurata che doveva durare per un periodo di 2 ore. Quando Ruggieri presenta la sua macchina per agevolare le frizioni di sublimato, il metodo di applicazione dell’unguento mercuriale più seguito era proprio quello proposto da Cirillo.

Prima di passare alla illustrazione del Torno Frottore è meritevole di attenzione illustrare  il motivo per cui  Ruggeri diede questo nome curioso alla sua invenzione. Egli parte dalla constatazione che nessuna parola italiana contemplata e quindi approvata dalla Accademia della Crusca era in grado di recepire in pieno lo scopo che la sua invenzione si proponeva di svolgere; cercando anche nell’ambito delle altre lingue giunse alla conclusione che soltanto due nomi potevano risultare adeguati, uno di derivazione dal greco e cioè “erme-triptero” e l’altro dal francese frotter (sfregare) che tradusse in italiano col termine “frottore”. La scelta cadde su quest’ultima parola  perchè come lui stesso fece notare “ma considerando che questa macchina debbe passare più per le mani degl’ ignoranti che per quelle de’ dotti , era sicuro che il nome greco si sarebbe mal balbutito ed in fine dimenticato” .

Arriviamo ora al punto centrale  dell’argomento rappresentato dalle motivazioni che spinsero Ruggiero a trovare una soluzione alternativa a quella che all’epoca era la modalità di somministrazione del mercurio ormai standardizzata e cioè le frizioni   praticate  da valenti “unzionari”. Innanzitutto lo studioso si era ormai reso conto che nonostante tutte le precauzioni che questi “unzionari”  adottavano per ridurre al minimo l’assorbimento del mercurio  a cui erano sottoposti durante la loro attività di “frottamento”, nel giro di massimo 10 anni erano costretti ad interrompere il lavoro  per gli effetti avversi che lo sfregamento continuo del mercurio provocava loro come emorragie o tremori in tutto il corpo; non solo ma in molte occasioni era invece la morte stessa ad intervenire prematuramente. L’estrema pericolosità nel dover maneggiare l’unguento di mercurio dava ragione anche dell’elevato onorario che essi richiedevano che all’epoca era non meno di  trenta  ducati per l’intero ciclo di cura   tanto che non tutti potevano permettersi di richiedere le prestazioni di un unzionario. Per dare un’idea del costo del trattamento basti pensare che agli inizi del 1800 nella provincia di Napoli una famiglia di cinque persone spendeva per mangiare ogni giorno una media di 45.50 grana (1 ducato d’oro equivaleva a 100 grana)  equivalente a poco meno del costo di una giornata di lavoro di un operaio medio. Altro punto, questo indubbiamente a demerito degli unzionari, era rappresentato dalla mancanza di privacy, quindi quando personaggi come “zitelle di famiglie onorate” oppure “figli di padri severi”, sacerdoti o persone famose dovevano ricorrere alle mansioni di questi professionisti, poteva succedere che questi scegliessero di non curarsi e rischiare così  anche di morire pur di non denigrare il loro buon nome. Anche il “fai da te” non veniva considerato vantaggioso e privo di pericoli sia perchè lo strofinarsi per 2 ore l’arco plantare era molto faticoso e quindi molti erano portati a praticarsi un trattamento insufficiente e quindi inefficace sia perchè loro stessi, come gli unzionari, potevano incorrere in effetti avversi come sputar sangue con tosse. Per tutti i motivi sopra illustrati il Ruggiero provvide ad ideare una macchina che permettesse al paziente stesso di eseguire le frizioni mercuriali nel pieno rispetto della privacy, in tutta comodità e conservando l’efficacia  delle classiche frizioni eseguite da personale esperto. La macchina era composta da:

  1. torno ( tornio ndr ) frottore;
  2. telaio dove gira il torno;
  3. un arco armato di corda, per mezzo del quale si comunica il movimento al torno stesso.

Lo spazio tra le “girelle” che definivano i lati del torno e su cui il paziente doveva appoggiare i piedi era riempito di “peli caprini” sui  quali a loro volta veniva steso un panno di cuoio che era poi lo stesso materiale di cui erano costituiti i guanti che gli unzionari indossavano per proteggersi dal contatto con il mercurio. Manovrando la corda i pazienti azionavano il torno che, girando, effettuava la  frizione del sublimato sulla pianta dei piedi.

Di questo apparecchio, noto in molte città europee, furono eseguiti due prototipi costruiti dai macchinisti Romano e Arnaud e numerosi altri. La procedura terapeutica, prima di essere ufficialmente approvata, fu sperimentata su un infermo di nome Giuseppe Cirasuoli di anni 26, attività lavorativa cantiniere. Questi, due anni prima, era stato affetto da ulcere sifilitiche e da più di un anno soffriva di lue confermata. Egli entrò nell’Ospedale degl’Incurabili di Napoli il 6 dicembre del 1809. Le condizioni cliniche erano gravi: smagrito eccessivamente, con forte febbre, che aveva tutti i caratteri della febbre venerea. Era affetto, inoltre, da rinosinusitopatia e artropatia luetica. Tutte queste condizioni costringevano il paziente a letto, dove era costretto a rimanere supino. L’infermo fu preparato nei quattro giorni precedenti con bagno di calor solare. Iniziò la terapia col torno frottore il 15 dicembre. Inizialmente, fu aiutato da qualche infermo compagno di stanza, successivamente, poiché inizio a migliorare, cominciò ad eseguire la procedura autonomamente. Dopo la quinta somministrazione, le condizioni cominciarono a migliorare decisamente. Il paziente poteva stare meglio a letto. Terminata la settima frizione, cominciò a deambulare, a piccoli passi, nel reparto dei sifilitici dell’ospedale. Tuttavia, il quadro sinusitico era peggiorato. Era presente una rinosinusite purulenta. Dopo l’undicesima frizione, il 6 gennaio 1810, il quadro clinico dell’ammalato, pur ulteriormente migliorato, era caratterizzato da presenza di febbre e una salivazione abnorme. Poiché quest’ultima condizione era in antitesi alle osservazioni cliniche dell’autore, si procedette ad una revisione della terapia e si scoprì che per il desiderio di  curarsi velocemente aveva consumato in quattro unzioni circa quattordici dramme di ottimo unguento mercuriale. Per tale motivo fu sospesa la cura e somministrata una terapia disintossicante. Cosa che terminò circa venti giorni dopo. La terapia riprese il 28 gennaio e dopo la ventesima ci fu un miglioramento clinico tanto che  l’infermo dichiarava di non avvertire più alcun dolore.  Tuttavia, per la persistenza della patologia sinusitica che nel frattempo si era ulteriormente complicata, per la comparsa di osteomielite dell’osso frontale, fu deciso di continuare il percorso terapeutico, con eventuali applicazioni locali. Questo non avvenne per l’abbandono dell’ospedale da parte dell’infermo. Le osservazioni su questo tipo di strumento furono senz’altro positive.

Tale strumento può essere considerato, in pratica, come un esempio di inizio di rivoluzione industriale in medicina, dove la macchina, sostituendo l’operatore nello svolgimento di  alcune operazioni, ne impedisce di fatto alcune conseguenze negative sullo stato di salute. Sta ad indicare una metodica atta al miglioramento della qualità della vita sia in ambiente ospedaliero sia, eventualmente, in quello domiciliare. 

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