insufflazioni rettali di fumo di tabacco: antico metodo di rianimazione

13 Febbraio 2017 0 Di Alessandro Livi

Nella prima metà del ‘700 si diffuse in Europa  la tecnica di insufflazione di fumo di tabacco per via rettale per stimolare la ripresa della respirazione. Nel Settecento si riteneva che l’intestino fosse l’organo dotato di più lunga sopravvivenza ed anche capace di assorbire facilmente le sostanze farmacologiche, e che la stimolazione anale fosse un’utile sollecitazione per la ripresa dell’attività cardio-respiratoria. Ebbero pertanto larga diffusione, sia negli adulti sia nei bambini, i clisteri a base di fumo di tabacco, ritenuto un potente stimolante del battito cardiaco, di fumo di carta, di semplice aria oppure di infuso di  polvere di tabacco, di camomilla o sostanze irritanti come sale o aceto. Per insufflare il fumo nel retto vennero costruiti strumenti complicati che comprendevano pipe, fornelli, soffietti e cannule. In pratica: il fumo veniva soffiato nel retto, attraverso un tubo collegato a due soffietti. Si pensava che il retto fosse la via più diretta per mandare aria ai polmoni, oltre che attraverso la bocca o il naso. Il clistere di fumo di tabacco venne molto praticato anche su vittime di annegamento tanto che nel  1778 il Magistrato Eccellentissimo alla Sanità di Venezia emanava una “Terminazione”, ovverosia decreto, con la quale disponeva che l’ “instrumento efficace a sollevare li corpi umani recuperati dall’acqua senza alcun segno di vita e così pure applicabile in ogni genere di asfissia, o sia morte apparente” fosse distribuito capillarmente nei punti nevralgici della città e delle isole della laguna. Si stabiliva infatti che il Mantice o Follo fosse a disposizione presso le principali “spezierie”, presso i Capi Traghetto, i Capi Contrada, i Parroci e i Nonzoli (sagrestani), onde “fosse maggiormente pronto alle occasioni in soccorso degli umani individui che fossero nelle condizioni sopraccennate”. Come si può evincere, si trattava di un vero e proprio atto istitutivo ufficiale di un Servizio territoriale di rianimazione, articolato in una vasta rete di punti di Pronto Soccorso. Dal semplice Mantice si passerà poi, in pochi anni, (siamo nel 1795) ad una vera e propria cassetta di rianimazione, ovvero di una “macchina per li sommersi“, cioè una scatola di fagher (faggio) contenente un Follo, una canna grossa, due cannule bianche di avorio….bozzetta con spirito di melissa…. boccarole di avorio….tabacco da fumo.

Ecco cosa conteneva una “cassetta salvavita” in uso nel 1770:

  • Stromento per fare le iniezioni del fumo di tabacco nell’ano, il tabacco stesso con alcune cartucce di emetico di tre grani ognuna
  • Due bottigliette d’acquavite canforata animata collo spirito volatile di sale ammoniaco
  • Una boccia di cristallo che contiene dello spirito volatile di sale ammoniaco
  • Una camicia di lana e due altri pezzi di flanella per fare le fregagioni
  • Un berrettino della medesima lana
  • Un cucchiaio di ferro stagnato per aprire i denti dell’annegato e fargli inghiottire qualche fluido
  • Un soffietto per la insufflazione dell’aria atmosferica
  • Due fasce da sangue e delle penne atte a stuzzicare l’interno delle narici e della bocca quando il bisogno lo richiedesse
  • Due piccoli cannelli di legno frammezzato con un tubo di pelle
  • Acqua di luce
  • Due lancette per cavar sangue

Che il tabacco da fumo fosse contenuto in una cassetta di pronto soccorso può apparire quanto meno curioso ai nostri occhi, ma se si considera che era utilizzato per la rianimazione e che il suo uso poteva essere risolutivo in situazioni altrimenti disperate, ecco spiegata la sua presenza, anche se la via di introduzione del fumo nel corpo non era in questo caso quella tradizionale. Il Mantice, già usato in precedenza per la respirazione artificiale, fu perfezionato sotto forma di “mantice doppio”, in modo da poterlo utilizzare sia per la respirazione artificiale sia per il clistere di fumo di tabacco. La spiegazione  “scientifica” di questa pratica rianimatoria era basata sul fatto che “il forte stimolo dell’intestino attraverso il fumo di tabacco e il conseguente stiramento e movimento dello stesso si estende ai muscoli intestinali e al diaframma, fino a che il torace si spande di nuovo, e il respiro riprende”.  Inoltre il fumo di tabacco, secondo la credenza medica di allora avrebbe anche riscaldato la vittima dell’affogamento, asciugando le interiora ed eliminando l’umidità eccessiva. Nel ’700 a Londra questa pratica medica era diventata del tutto tradizionale e, tra gli altri scopi, aveva quello di resuscitare i morti, o per lo meno chi era presunto come tale. Tale pratica veniva utilizzata anche nei neonati tanto da essere consigliato alle levatrici di portare un insufflatore nelle loro valigette. L’insufflazione di fumo di tabacco per clistere ebbe una vasta popolarità e rimase in auge sino ad oltre la metà dell’Ottocento  anche se abbiamo notizia del suo utilizzo anche nel ‘900, infatti  durante la pandemia influenzale chiamata “ spagnola” del  1918 che mieté milioni di vittime, il tentativo principale di rianimazione era l’insufflazione rettale di caffè e fumo di tabacco.

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