la medicina nella storia. gli inizi

23 Gennaio 2017 0 Di Alessandro Livi

Nell’antichità, la medicina occidentale era una medicina teurgica, in cui la malattia era considerata un castigo divino, concetto che si trova in moltissime opere greche, come l’Iliade, e che ancora oggi è connaturato nell’uomo. Il simbolo della medicina è il serpente,

il “caduceo” bastone alato con due serpenti attorcigliati intorno a esso simbolo della medicina

animale sacro perché ritenuto, erroneamente, immune dalle malattie. Le prime scuole si svilupparono in Grecia e nella Magna Grecia, cioè in Sicilia e in Calabria. Tra queste, fu importantissima la scuola pitagorica. Pitagora (VI secolo a.C.), grande matematico, operava nell’isola di Samo, ma si spostò a Crotone quando il tiranno Policrate prese il potere nella sua città.

La vera e propria medicina razionale è da attribuire ad Ippocrate, padre della medicina. Ippocrate visse tra il 460 e il 370 a.C. nell’isola di Cos, nel Dodecanneso, dove si sviluppò la scuola razionale, cui vanno ascritti molti dei pensieri attribuiti ad Ippocrate, vissuto nei 50 anni di pace periclea, periodo in cui fiorì la filosofia. La base della medicina razionale è la negazione dell’intervento divino nelle malattie. Anche la famosa malattia sacra, l’epilessia, fu attribuita ad una disfunzione dell’organismo. La concezione di Ippocrate diceva che l’uomo è un micro- cosmo ed il corpo è formato dai 4 elementi fondamentali, nell’ordine aria, fuoco, terra ed acqua. Secondo Ippocrate e la sua scuola , agli elementi del corpo umano corrispondevano: all’aria, che è calda e umida ed è dappertutto, corrispondeva il sangue; al fuoco, caldo e secco, corrispondeva la bile; alla terra, fredda e secca,  corrispondeva un umore scuro osservato dagli aruspici durante il sacrificio degli animali e, in realtà, costituito dal sangue scuro e denso della milza. Tale “umore” fu chiamato bile nera. Infine all’acqua, fredda e umida, corrispondeva il muco, o pituita o flegma, comprendente tutte le secrezioni acquose del nostro corpo (saliva, sudore, lacrime, etc.), localizzato principalmente nel cervello, che era umido e freddo come l’acqua.

Ippocrate è ricordato anche perché espresse i primi concetti di etica medica, arrivati sino ai giorni nostri, ed è infatti attribuito alla sua scuola il giuramento di Ippocrate, che codifica la figura del medico. L’Egitto  fin dall’inizio della sua storia  faceva uso di pratiche funerarie che prevedevano la dissezione dell’uomo come preparazione alla  mummificazione.  Ecco che quindi acquistò importanza la tecnica dell’esame sul cadavere, inteso non semplicemente come dissezione, ma, come avverrà anche nel Rinascimento, quale momento fondamentale dell’attività del medico. A Roma la medicina era praticata in ambito familiare (il medico di famiglia era il pater familias, che aveva il potere assoluto sulla famiglia) ma senza alcuna teoria vera e propria, risultandone, perciò, una scienza empirica, anche se razionale.

Grande importanza ebbe l’erboristica, pur se usata anch’essa in maniera molto empirica. La medicina arrivò a Roma con la con- quista della Grecia. A Roma fare il medico era considerata cosa disdice- vole, che poteva fare solo uno straniero. Siccome la Grecia, dopo la conquista romana, era poverissima per le numerosissime guerre che l’avevano dilaniata, ci furono numerosi medici che si vendettero come schiavi per poter andare a Roma ad esercitare la propria arte. Molti di questi divennero famosi e si comprarono la libertà, divenendo dei liberti.

Assai importante fu ad Alessandria la scuola empirica, secondo la quale l’attività del medico doveva comprendere tre momenti fondamentali: l’anamnesi, l’autopsia (intesa però come ispezione visuale diretta del medico sul malato) e la diagnosi.  Tra questi ricordiamo  Aulo Cornelio Celso (14 a.C.-37 d.C.) con il suo trattato “De Medicina”.  Si tratta di una sorta  di enciclopedia medica in cui vengono trattati argomenti di chirurgia e di medicina dal punto di vista di un erudito, piuttosto che da quello di un conoscitore  dell’argomento, Celso affronta nel trattato una serie di pratiche comuni a Roma, il che ci ha consentito di avere un’idea dello sviluppo raggiunto dalla chirurgia in quell’epoca, soprattutto in alcuni campi, quali l’odontoiatria.

L’elemento più caratteristico però dell’ambiente sanitario romano era il concetto di igiene. I romani si lavavano moltissimo, ne è un esempio l’uso e il numero delle terme allora esistenti.

latrine ad Ostia antica

A loro si deve l’introduzione delle tecniche igienico-sanitarie che si diffusero in tutto l’impero, comprese le latrine per la popolazione, con i sedili forati per lo più in pietra o marmo (in alcuni casi anche in legno), come la pavimentazione, sotto i quali scorreva continua- mente l’acqua che veniva convogliata verso il sistema fognario più vicino (cloaca). Un porticato proteggeva dalla pioggia, ma l’aerazione era garantita, anche con l’apertura di finestre sulle pareti. Di fronte ai sedili, una canaletta faceva scorrere l’acqua pulita per permettere agli utenti di lavarsi, detergendosi con spugne che venivano issate su bastoncini, dai quali venivano sfilate dopo l’uso e riposte nelle canaletta, per essere lavate prima del successivo riutilizzo.

Il medico più importante dell’epoca romana, che lasciò una traccia indelebile nella cultura occidentale, fu Galèno (129 d.C.-216 d.C.?)” il pergameno” . Questi era figlio dell’architetto dei re, proveniva dunque da una famiglia facoltosa, e dopo il tirocinio ad Alessandria passò a Roma, dove fece il medico dei gladiatori, acquisendo quindi una certa infarinatura anatomica, anche se, seguendo i concetti greci, si dedicò soprattutto alla dissezione degli animali. Tra questi i più studiati erano il maiale (“l’animale più simile all’uomo”, a detta di Galeno) e la scimmia. Galeno intuì l’impor- tanza fondamentale degli organi e di molti anche il loro effettivo ruolo; ad esempio capì che la vescica urinaria non produceva urina, ma che questa proveniva dagli ureteri (lo dimostrò legando gli ureteri); descrisse per la prima volta il nervo ricorrente e il suo ruolo nella fonazione. Ebbe molta importanza come medico pratico: basandosi sulle piante medicinali introdusse farmaci di grandissima importanza, ad esempio l’uso della corteccia di salice (da cui si ricava la moderna aspirina) come antipiretico e del laudano (tintura di oppio) come anestetico. Però insieme a questi, reclamizzò dei farmaci completamente inutili, tra cui la triaca o teriaca, cioè un brodone in cui erano presenti le cose più strane: sterco di capra, pezzi di mummia, teste di vipera. L’origine viene fatta risalire a Mitridate, re del Ponto (132-63 a.C.), il più celebre tra i sovrani esperti di tossicologia, che confezionò assieme al suo medico Crateua, il”Mithridatium antidoton” che risultava formato da 54 ingredienti. Il sovrano aveva studiato tutti i possibili casi di avvelenamento e di ognuno lo specifico rimedio; mettendo assieme tutti gli antidoti si poteva così contrastare ogni possibile veneficio.

Nel I secolo d.C., Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, rielaborò la formula di Mitridate, aggiungendovi soprattutto carne di vipera. Il concetto base era sempre quello dell’assuefazione: il veleno è antidoto a se stesso, cioè “similia similibus curantur” (cose simili sono curate da cose simili). L’unica cosa buona di questo intruglio era il fatto che veniva fatto bollire a lungo per cui il materiale contenuto all’interno diventava sterile. La teriaca venne utilizzata sino alla fine del 1700; veniva prodotta generalmente una volta l’anno nelle varie città sotto la responsabilità del magistrato e venduta poi nelle farmacie.

Sulla scia della grande importanza data all’igiene, in epoca romana sorsero i primi veri e propri ospedali denominati Valetudinarium

Valetudinarium militare nella fortezza romana di Novae (Bulgaria)”

(dal latino “buona salute”), costruiti secondo precise norme igieniche quali smaltimento dei rifiuti, sistema idrico e libera circolazione dell’aria, come dimostrano le numerose finestre di cui erano dotati,  e che possiamo tutt’oggi vedere.

 

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