la mummia di grottarossa

22 Marzo 2018 0 Di Alessandro Livi

Il 5 febbraio del 1964, nel corso di alcuni lavori di scavo effettuati alla periferia di Roma, in località denominata Tomba di Nerone e precisamente lungo la Via Cassia, al bivio con Via di Grottarossa, veniva alla luce un piccolo, ma pregevole sarcofago di marmo, contenente il corpo, imbalsamato ed avvolto in bende (tranne la testa), di una bambina dell’età di circa 8 anni ed alta all’incirca 1 metro e 20 centimetri. Il sarcofago, proprio perchè non fu riconosciuto come tale fin dall’inizio, fu oggetto di un trattamento brutale da parte di una ruspa; fu abbrancato, rovesciato, rotto e gettato in mezzo alla terra di scarico. Fu solamente in seguito che le  competenti Autorità, accorse sul luogo, poterono recuperarlo insieme al suo contenuto e cioè la piccola mummia ed i vari oggetti ad essa appartenuti tra cui gioielli e vari manufatti. Il sarcofago in marmo bianco di età tardo adrianea (I secolo d.C.), rettangolare, elegantemente decorato con intagli ornamentali rappresentati tra l’altro da una scena di caccia di ispirazione mitologica che segue  l’episodio  narrato da Virgilio nel IV libro dell’Eneide relativo alla caccia ideata da Giunone per far nascere l’amore tra Enea e Didone ed impedire così all’eroe troiano di raggiungere l’Italia.La mummia esibiva gioielli con caratteristiche in accordo con la sua  giovane età (un paio di orecchini d’oro, una collana in oro con zaffiri e un anello d’oro. 
Fra gli oggetti funerari vale la pena ricordare una bambola d’avorio (foto a lato), dalle fattezze di una donna adulta e con braccia e gambe articolate quindi una piccola scatola a forma di conchiglia  di color ambra, una piccola pentola sempre d’ambra ed  una piccola scatola con manico.

L’analisi del tipo di sepoltura, degli oggetti di corredo e delle decorazioni del sarcofago hanno permesso  di datare la tomba intorno alla metà del II secolo d.C. (160-180 d.C.).

Grazie alle fotografie eseguite da alcuni fotografi giunti  sul posto una volta diffusa la notizia  è stato possibile documentare l’eccezionale aspetto del volto della piccola mummia,  così come si presentava subito dopo il casuale ritrovamento: infatti all’inizio la mummia apparve con un volto ben rassodato, di normale colorito chiaro e dai lineamenti di delicata grazia e bellezza. Ma, purtroppo, fu sufficiente una breve esposizione alla luce ed all’aria, per far dissolvere rapidamente l’aspetto originale, cosicchè la piccola mummia mostrò, alla fine, un volto nero, scarnificato, quasi fossilizzato. Ad attestare una simile metamorfosi rimangono le fotografie (a lato) eseguite nel corso di una conferenza stampa che si tenne a Roma qualche giorno dopo il ritrovamento per illustrare l’eccezionale ritrovamento.

II repentino  processo di deterioramento delle fattezze del volto della piccola mummia  si ritenne essere dovuto  al fatto che il volto stesso fosse stato ricoperto durante il processo di imbalsamazione con un materiale a mò di maschera funebre (come d’altronde era usanza degli antichi egizi) e che l’aria e la luce abbiano agito in modo da decomporla e dissolverla. Dalle foto effettuate al momento del ritrovamento il volto della piccola mummia si presentava con un caratteristico aspetto scabro, nonché con diffuse e profonde fratture, o crepe,  particolari questi propri non di una maschera in cartonnage (tipico materiale utilizzato dagli egizi soprattutto durante il nuovo regno), ma di una « maschera » plasmata in materiale di tipo argilloso successivamente trattata con colorante  chiaro, quasi roseo, per renderla più conforme al colorito umano.

Sulle probabili cause del decesso della «Mummia di Grottarossa» non furono all’inizio prospettate ipotesi da parte dell’equipe di professionisti  che ispezionarono la piccola mummia; il prof. Gerin, a quel tempo Direttore dell’Istituto di Medicina Legale di Roma, dichiarò di essersi astenuto dal praticare l’autopsia  e di aver eseguito numerosi accertamenti necroscopici, antropometrici, istologici e radiografici (questi ultimi evidenziarono  che gli imbalsamatori non procedettero alla eviscerazione a differenza di quanto  avveniva invece sulle salme degli egizi). Furono trovati evidenti segni di rachitismo osseo. Venne fatto rilevare inoltre che  pur essendo stata imbalsamata secondo l’uso del popolo egizio, era stata successivamente inumata in un sarcofago tipicamente romano, con il corpo adorno di gioielli in voga a Roma tra cui un anello d’oro recante inciso sulla testata il signum della “Vittoria alata” (foto a lato e sotto); un paio di orecchini d’oro, a forma di sottile cerchietto liscio ed una collana a maglie d’oro, con zaffiri alternati. Tutti questi particolari hanno fatto ipotizzare che si trattasse di una bambina romana deceduta probabilm-ente per tubercolosi polmonare  ed imbalsamata in terra d’Egitto, e da lì trasportata a Roma (v. Scamuzzi, 1965).

La  mummia di Grottarossa  non è stata la prima mummia scoperta a Roma.  Stando a quanto riportato da Stefano Infessura  in uno scritto del 1723,  il primo ritrovamento di una  mummia    nel territorio romano  avvenne nel 1485; apparteneva  ad una ragazza  di apparente età di 12-13 anni    la cui tomba era situata vicino alla via Appia a circa dieci chilometri  dalla città. La mummia, una volta rimossa, fu esposta in una sala del Palazzo dei Conservatori nei pressi del Campidoglio, riscuotendo tra il popolo un tale successo che  papa Innocenzo VIII, temendo  un’esplosione di fanatismo popolare, ne ordinò la rimozione e la sepoltura in un luogo segreto al di fuori di Porta Pinciana  facendone perdere le tracce per sempre. Dall’analisi dell’epigrafe del sarcofago, tutt’oggi conservato nel palazzo dei Conservatori di Roma, la salma rinvenuta nel 1485 viene verosimilmente identificata con Aurelia Estricata, attrice tragica vissuta nel I secolo a.C..

A distanza di circa 30 anni dal ritrovamento della mummia di Grottarossa ed esattamente nel 1996 viene pubblicato uno studio di Ascenzi che si è posto come obbiettivo quello di condurre sulla mummia  una serie di esami strumentali (radiografie ossee e dentali, TAC dei vari distretti corporei, biopsie TAC guidate con relativi esami istologici,  analisi dei pollini ritrovati sul corpo ed una indagine gemmologica sui vari gioielli ritrovati). Le caratteristiche morfologiche ed antropometriche hanno confermato che si tratta di una mummia di una bambina di 8 anni e di razza caucasica (presenza di brachicefalia invece  di dolicocefalia prevalente invece nelle regioni a sud del mediterraneo come l’Egitto ); tali conclusioni vengono rafforzate anche dalle caratteristiche tipicamente romane del sarcofago e degli oggetti funerari contenuti al suo interno.

La causa di morte viene attribuita ad una pleurite siero-fibrinosa bilaterale. Non è stato possibile accertare la causa della pleurite e la mancanza di batteri della tubercolosi nei campioni prelevati dal tessuto polmonare non permettono d’altronde di poterla escludere .

Le scansioni della TAC hanno evidenziato la presenza di tutti gli organi (cervello, polmoni, stomaco, intestino etc) ad esclusione del pancreas che non è stato visualizzato.

Le varie radiografie  hanno mostrato segni evidenti di rachitismo molto probabilmente  secondario   ad uno stato di malnutrizione a sua volta possibile   espressione di una malattia cronica di cui la bambina ha sofferto nella sua breve vita.

Per la bendatura della mummia sono state utilizzate bende di lino di varia grandezza e qualità.

La tecnica di imbalsamazione (assenza di eviscerazione e di trattamento del corpo con natron ed utilizzo abbondante  di sostanze resinose) era quella prevalentemente utilizzata nel periodo della occupazione romana dell’Egitto che corrisponde proprio a quello durante il quale visse la bambina.

Lo studio dei pollini ritrovati sulla mummia e all’interno del sarcofago (di pinus pinaster, di alcune specie di rosacea, si juniperus e di cupressaceae)  non ha fornito dati univoci per poter stabilire il luogo in cui è avvenuta l’imbalsamazione, mentre lo studio al microscopio delle fibre della tunica di seta impregnata di materiale resinoso (che a buon ragione si pensa abbia rappresentato l’abito con il quale la bambina è stata imbalsamata) risultava  di fattura tipicamente romana.

In definitiva  questo studio multidisciplinare ha portato gli studiosi a ritenere che:

  • la bambina era probabilmente originaria dell’Italia centrale o settentrionale.
  • II corpo era stato trattato per imbalsamazione  cioè facendo ricorso ad un procedimento comunemente applicato nel periodo Romano dell’Egitto. Infatti il cervello ed i visceri non erano stati asportati e si rendevano apprezzabili con la TAC mentre esternamente era stato cosparso con materiale a base di estratti resinosi  e successivamente era stato avvolto in bende di lino ad esclusione della testa.
  • La bimba poteva essere vissuta in Egitto, ma non si hanno prove sufficienti per pensare  che vi sia necessariamente deceduta.
  • Caratteristiche  radiografiche a livello delle ossa lunghe degli arti, orientano verso sofferenze di tipo infettivo e nutrizionale mentre la causa di morte va individuata in una pleurite siero-fibrinosa bilaterale di natura indeterminata.
  • Con ogni verosimiglianza la imbalsamazione ha avuto luogo a Roma o, comunque, in Italia.

Attualmente la mummia è conservata in una sala del piano interrato del Museo nazionale romano di Palazzo Massimo.

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