la spagnola

10 Aprile 2017 0 Di Alessandro Livi

Agli inizi del  1918 l’Agenzia di stampa spagnola trasmette il seguente comunicato: “Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid … l’epidemia è di carattere benigno non essendo risultati casi mortali”. Il morbo iniziava con sintomi generici: due giorni di incubazione con tosse, quindi insorgevano dolori in varie parti del corpo, dietro agli occhi ed alle orecchie e in regione lombare. Seguiva uno stato di torpore mentre la febbre iniziava a salire sino ai 40° C. La lingua si ricopriva di una densa patina giallastra e l’ammalato, prostrato, era costretto a letto da dove non si rialzava se non dopo tre giorni, completamente guarito. Definita pertanto “la strana febbre dei tre giorni” la malattia venne solo tardivamente riconosciuta dai medici come una variante grave dell’influenza. Negli USA  le prime forme influenzali si registrano nel mese di Marzo. Tra Aprile e Maggio  la febbre arriva in Francia,  Inghilterra, Scozia,  Grecia,  Macedonia, Egitto, Italia  raggiungendo in breve la gran parte dei paesi. Caratteristica  della forma virale era quella di colpire prevalentemente  gli individui tra i 15 ed i 40 anni.

L’epidemia fu chiamata “spagnola” perchè all’epoca la  Spagna era immune dalla censura militare, in quanto Paese non coinvolto nel conflitto bellico pertanto le notizie sanitarie, rispetto all’evoluzione dell’epidemia nel paese iberico, venivano fornite dalla stampa tempestivamente nella cruda e drammatica realtà. Tale trasparenza, nella diffusione delle informazioni sanitarie, costò alla Spagna la fama di nazione ove l’epidemia era particolarmente virulenta e il titolo immeritato di paese fonte del contagio: cosa che non corrispondeva a verità. Gli altri Stati, impegnati nel conflitto, cercarono invece in tutti i modi di minimizzare la divulgazione dei dati epidemici, operando con la censura e l’auto-censura degli organi di stampa. Si riteneva che diffondere notizie drammatiche avrebbe fiaccato il morale delle popolazioni e dato al nemico informazioni strategiche sulle capacità di reclutamento di truppe fresche da impegnare nei campi di battaglia.

Questa prima ondata ad alta morbilità costrinse decine di migliaia  di militari a letto e ne condizionò l’operatività; trascurabile fu la mortalità.

Quando ad Agosto si manifestò la seconda ondata, alla caratteristica dell’alta contagiosità si aggiunse la natura letale della sindrome. Da un punto di vista demografico, studi effettuati in seguito dimostrarono già in quel mese tassi di mortalità insolitamente alti tra i giovani adulti.

In quei giorni, un medico della base di Fort Devens negli USA scrisse una lettera ritrovata sessanta anni dopo, a Detroit, in un baule, in cui descrive il quadro clinico drammatico con cui si presentava la sindrome influenzale. La malattia esordiva come una comune influenza, ma quando il paziente entrava in ospedale immediatamente peggiorava a causa di una polmonite acuta, compariva la cianosi, in poco tempo si manifestava  dispnea acuta e la morte sopraggiungeva per soffocamento.

Al tavolo autoptico i polmoni apparivano “gonfi e bluastri, la superficie era fradicia e schiumosa e la loro consistenza molle”.

Ad Autunno avanzato prese avvio la terza ondata che si protrasse per tutto il periodo invernale  e si caratterizzò per l’alto tasso di mortalità.

In Italia  siamo a luglio quando iniziarono ad apparire i primi casi gravi, con congestione polmonare e broncopolmonite. Le inquietudini delle autorità dovevano essere forti se a metà luglio il prefetto di Catanzaro conferì al direttore della stazione sanitaria di Crotone l’incarico di svolgere ricerche batteriologiche su sangue ed espettorato di due coniugi «del comune di Limbadi deceduti in seguito a un’infezione di tipo influenzale». Ma il vero allarme suonò a metà agosto quando nel campo del 62° fanteria a Calestano (Parma) scoppiò un’epidemia di influenza fra le truppe: nel giro di pochi giorni su 1.600 uomini 500 si erano ammalati e 13 erano morti. La Commissione ispettiva per la profilassi delle malattie infettive stese una relazione in cui precisava che i decessi erano dovuti a complicazioni all’apparato respiratorio. Il 22 il ministro dell’Interno indirizzò ai prefetti del Regno un telegramma nel quale ammetteva che l’influenza si stava diffondendo nel nostro Paese. Essa, precisava, «colpiva le vie respiratorie, tendendo a localizzarsi nei polmoni» e non mancavano casi «con sintomatologia abnorme». Ai primi di settembre i giornali iniziarono a parlare della malattia. Dal Piemonte la Gazzetta del popolo scrisse di un preoccupante aumento di influenza con complicanze polmonari; L’Ora di Palermo pubblicizzava un preparato «contro il dolore di testa e le febbri spagnole». E sulla Stampa un medico accennava all’epidemia che «inquietava la cittadinanza».

Da giorni, del resto, l’incredibile abbondanza di necrologi e resoconti di cerimonie funebri rivelava la verità: un’ecatombe di ragazzi e giovani morti «nel rigoglio della giovinezza, per un fatale e improvviso morbo», secondo la formula più frequente. Di fronte al fatto che neppure la scienza capiva la natura del male, molti trascuravano le raccomandazioni sanitarie. Il numero dei morti cresceva, mentre calava quello dei medici, vittime anch’essi dell’epidemia. Gli ospedali erano strapieni: molti morivano a casa, rantolando per «la fame d’aria». A settembre e nelle prime settimane di ottobre, l’influenza viaggiò a velocità impressionante. Dopo aver raggiunto l’acme tra la seconda e la terza decade di ottobre l’epidemia cominciò a perdere intensità, anche se tra la fine di dicembre e i primi del 1919 ci fu una terza ondata, più circoscritta.

Per limitare e circoscrivere  l’epidemia ci si affidò essenzialmente alle misure già collaudate per arginare la Peste Nera medioevale.  L’ American Public Healt Association  (APHA)  dichiarò pericolosi tutti i raduni, specie se al chiuso; consigliò di chiudere bar, sale da ballo, cinema e teatri, e di vietare i funerali pubblici, in quanto non indispensabili. Le chiese dovevano ridurre al minimo le funzioni. Tram e metropolitane dovevano essere considerati a particolare rischio; gli orari di inizio lavoro dovevano essere differenziati per evitare gli affollamenti. 

In Svizzera furono chiusi i locali pubblici e sospese le gare sportive, il che indusse il panico nella popolazione.  La chiusura delle scuole fu molto controversa, sia per l’importanza attribuita all’educazione, sia per i dubbi sull’efficacia preventiva dei provvedimenti di limitazione. In Gran Bretagna  furono chiuse solo le scuole elementari; in Francia gli studenti con qualche sintomo e i loro familiari non erano ammessi in classe, mentre le lezioni   venivano sospese per 15 gg se gli studenti ammalati  erano tanti. Misure di quarantena, che limitavano la libertà personale, furono considerate essenziali e imposte d’autorità. Solo i casi gravi trovavano posto in ospedali o infermerie.

Circa mezzo metro di garza, piegata a triangolo e legata a coprire naso, bocca e mento; veniva usata ampiamente dal personale di assistenza e poi anche dalla popolazione, per ridurre l’emissione di goccioline infette, ma soprattutto per evitare di portare alla bocca le mani contaminate. A San Francisco un’ordinanza la imponeva a tutta la popolazione.  Altrove era adottata dal personale a contatto col pubblico: tranvieri, poliziotti, cassieri, …

Misure similari vennero prese anche in Italia; si riporta di seguito,  a mo’ di esempio,  il manifesto a firma dell’Ufficiale Sanitario che comparve nelle strade del Comune di Borgotaro in provincia di Parma  alla fine di Agosto del 1918:

COMUNE DI BORGO VAL DI TARO

MANIFESTO

In seguito a manifestazione di casi di malattia infettiva in alcuni comuni della Provincia e di quelle limitrofe, per quanto non si abbia presentemente alcun motivo d’allarme per la pubblica salute, pure allo scopo di premunirsi in caso di una eventuale comparsa di tali malattie anche in questo comune, si trova opportuno fare le seguenti prescrizioni perché vengano strettamente osservate:

1° Ogni individuo deve adottare convenienti misure per proteggere se stesso e per non danneggiare gli altri. Primieramente deve curare la massima pulizia dell’abitazione. Le immondezze verranno con ogni cura allontanate, evitandosi che restino accumulate nei cortili o in immediate vicinanze delle case, ove costituiscono sempre un pericolo per la diffusione delle malattie, anche per il fatto della grande quantità di mosche che esse attraggono.

2° Bisogna curare in modo speciale la pulizia delle latrine. Le madri raccomandino ai loro figliuoli di non spandere feci qua e là nei cortili o in prossimità della casa;

3° E’ pure di grande importanza curare una buona e costante pulizia personale, lavandosi le mani più volte al giorno con acqua e sapone, e specialmente lavarsele prima di mangiare;

4° Evitare i disturbi della digestione mantenendosi sobrii e temperanti, poiché i disordini nel mangiare e nel bere predispongono alle malattie infettive;

5° Si raccomanda di non fare strapazzi corporei, di non esporsi a cause reumatizzanti, di mantenere la pelle e le vie respiratorie allo stato di perfetta integrità.

6° Si evitino e si curino le malattie viscerali di cui si fosse affetti;

7° Si usi la massima sorveglianza nei cibi e nelle bevande cercando di evitare l’ingestione di latte, frutta e verdure che non siano state sottoposte all’ebollizione;

8° Si curi che i pozzi siano garantiti contro possibili inquinamenti;

9° Non si lavino biancherie in prossimità dei pozzi, ne quivi si gettino immondizie o acque luride;

10° Se si dubita della bontà dell’acqua, si faccia bollire.

Borgotaro 27 agosto 1918

Nel mese di Ottobre fu emesso un nuovo manifesto dal sindaco in cui si poteva leggere che  erano:  “vietati sino a nuovo ordine nel comune di Borgotaro tutti i trasporti funebri con cortei od accompagnamento”. Era “permesso soltanto il trasporto del feretro in chiesa, purché vi sia, caso per caso, il nulla osta dell’Ufficiale Sanitario che il decesso non sia avvenuto per malattia infettiva e che il trasporto stesso sia effettuato col solo accompagnamento del sacerdote e di due chierici. E segua il percorso più breve.”

E ancora: “il viatico dovrà effettuarsi senza alcuna forma solenne”.

Seguiva il divieto che più d’ogni altro avrà colpito i borghigiani: “Sono vietati i rintocchi funebri delle campane a morte, ed i segnali di agonia

Diversi epidemiologi hanno ipotizzato che il virus della spagnola si sia diffuso originando dalla provincia del Kwangtung (Cina), che in origine questo virus albergasse negli uccelli e che, grazie a modificazioni genetiche, si sia trasmesso ai maiali determinando un’influenza suina e che poi si sia trasferito all’uomo. È stato ipotizzato che ci sia voluto circa mezzo secolo per la trasformazione del virus  e che, al termine di questa mutazione, sia diventato un ceppo letale per gli esseri umani. 

Questa ipotesi vedrebbe appunto nella Cina meridionale l’origine del virus  della spagnola ove la popolazione, a differenza di quanto era accaduto in tutte le altre regioni del globo, non sembrava fosse stata colpita nel 1918 da un’epidemia particolarmente letale. Secondo questa tesi, tale evoluzione benigna sarebbe spiegata dal fatto che in quella zona remota e isolata la popolazione si sia lentamente immunizzata nei confronti di questa variante di virus aviario. 

In un articolo del 1919 di una rivista scientifica cinese, tuttavia,  si afferma che nella primavera dell’anno precedente si registrò un’ondata iniziale di infezioni, causate da un virus contagiosissimo, ma non letale, mentre in autunno, quando comparve la seconda ondata, la letalità fu fortissima, colpendo indistintamente i cinesi, gli europei e gli americani. A partire da queste informazioni, quindi  non vi sarebbe pertanto nessuna evidenza che l’epidemia spagnola sia iniziata in Cina piuttosto che negli Stati Uniti o in Europa.  

La maggior parte delle ricerche attuali   propende tuttavia   per la  possibilità che l’epidemia abbia preso origine dal Nord America alla luce di diversi focolai riscontrati per cui esistono documentazioni sufficienti di cui due nel Midwest (il campo di addestramento militare Camp Funston in Kansas e Detroit )  uno in South Carolina ed uno nella prigione di Stato di S. Quentin in California.

Nel nostro paese l’epidemia fu particolarmente grave. Al termine dell’epidemia, dopo 10-11 mesi di flagello, 600.000 persone erano scomparse, accusando uno dei tassi di mortalità più alti d’Europa. In totale si stima che il virus abbia contagiando in Italia  dai 5 ai 6 milioni di persone  e nel mondo circa un miliardo di persone , uccidendone tra i 21 e i 25 milioni.  Altri autori si spingono a parlare di 40 milioni di vittime. In molte città il numero di morti fu tale che dovettero essere seppelliti senza bara, in fosse comuni scavate inizialmente a mano, poi con mezzi meccanici. Anche le regioni artiche furono  duramente colpite: nella popolazione esquimese, probabilmente priva di qualsiasi esperienza immunitaria, la morbosità raggiunge il 90% con punte di letalità elevatissime addirittura dell’85% alla missione “Brevig”  in Alaska.

Il tasso di mortalità fu pari al 2,5% del totale dei contagiati.

All’epoca  il mondo scientifico era diviso sulla causa della influenza, vi erano   i sostenitori dell’ipotesi batterica  (Hemophilus influenzae) e quelli che ritenevano un virus la  causa della epidemia, attribuendo al batterio tutt’al più una responsabilità nello sviluppo delle manifestazioni secondarie.
Si arriva al 2005 quando ricercatori statunitensi  comunicano, tramite un articolo scientifico  pubblicato su Nature, di aver sequenziato il patrimonio genetico  del  virus responsabile della pandemia usando frammenti di codice genetico del virus isolati dal tessuto polmonare di alcune  vittime della “spagnola”  rinvenute nel permafrost (terreno perennemente ghiacciato) della Groenlandia. Il virus si dimostrò essere un antenato del virus influenzale “aviario” (H1N1).

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