le epidemie: antiche misure di prevenzione

2 Gennaio 2017 0 Di Alessandro Livi

La storia dell’uomo è sempre stata costellata dalla presenza di epidemie più o meno gravi. Malattie come la peste, la tubercolosi, la sifilide, l’influenza hanno cambiato la storia dell’uomo per gli effetti demografici, economici e sociali. Solo alla fine dell’800 la medicina è stata in grado di scoprire gli agenti eziologici delle principali malattie a carattere epidemico: virus, batteri e protozoi. Insieme a scoprirne le cause, la comunità scientifica è riuscita a scoprire metodologie di prevenzione e cura di molte malattie infettive.

Peste nel ‘600 nel regno di Sardegna

Alle tradizionali malattie di carattere epidemico si sono affiancate negli ultimi 30 anni nuove malattie infettive chiamate “emergenti”. Tra queste l’AIDS, l’infezione da virus Ebola, la SARS, l’influenza aviaria da virus A/H5N1 e l’influenza suina da virus A/N1N1. Anche se ancora per numerose malattie non esistono vaccini, né terapie, la comunità internazionale può contare oggi su un elevato numero di farmaci e di vaccini sicuri ed efficaci, su una solida esperienza nella collaborazione internazionale, su una incrementata capacità di sorveglianza epidemiologica, su un numero maggiore di laboratori in grado di identificare le caratteristiche genetiche dei virus e di fare diagnosi negli esseri umani, su conoscenze scientifiche in continuo divenire e su un’organizzazione sanitaria in grado di coprire il territorio. Occorre, però, conoscere l’esperienza del passato, remoto e recente, e farne tesoro per saper affrontare le emergenze sanitarie di oggi. Quando le popolazioni hanno iniziato a raggiungere una certa densità ed hanno incrementato la mobilità hanno creato i presupposti per la diffusione di malattie epidemiche, capaci di colpire in breve tempo molti individui.

Non è sempre facile poter identificare la malattia responsabile di ogni singola epidemia. Con il termine “peste” oggi riferito ad una specifica malattia, si indicavano tutte le malattie a grande diffusione ed elevata mortalità. Le parole peste e contagio incutevano terrore perché collegabili immediatamente alla morte.

F. Donin. Donna col bambino

Oltre ad essere interpretate come castigo divino le pestilenze vennero interpretate facendo ricorso all’astrologia (congiunzioni ed opposizioni di pianeti) o alla teoria dell’avvelenamento (ad ebrei e lebbrosi venne attribuita la responsabilità della peste nera del 1300, agli “untori” – come scrive Manzoni nei Promessi Sposi – quella del 1630. Tutte queste interpretazioni esprimevano chiaramente una radicata sensazione di impotenza e ineluttabilità.

La spaventosa mortalità delle epidemie era ben nota e tristemente e fatalmente attesa.

Ma come avveniva nel passato la lotta alle epidemie?

Una delle misure più impegnative messe in atto da tutti gli Stati per proteggersi dalle pestilenze era la messa al bando di una città, di un paese dove si sospettava l’esistenza di un focolaio di contagio. La messa al bando era strettamente correlata ad un’altra misura di protezione: l’istituzione di cordoni sanitari in terra o in mare per evitare il contagio. La messa al bando va considerata come il mezzo più frequentemente usato per cercare di realizzare una prevenzione delle malattie epidemiche. Essa comportava l’interruzione di ogni rapporto commerciale e di comunicazione con la località o il paese considerato potenzialmente fonte di contagio. I paesi dell’Impero Ottomano e dell’Africa venivano spesso banditi perché ritenuti pericolosi.

Lazzaretto vecchio istituito dalla Repubblica di Venezia nel 1423

Per diffondere il messaggio del rischio e della necessità di interrompere viaggi verso località o paesi, le autorità civili o sanitarie usavano persone chiamate “banditori” che avevano il compito di diffondere questo messaggio tra la popolazione sparsa sul territorio e per lo più analfabeta. L’ordine trasmesso attraverso il banditore veniva chiamato Bando, Editto, Ordinanza o Decreto.

Altra misura preventiva  era quella di disinfettare la posta. Infatti la posta è stata considerata per secoli un pericoloso veicolo di contagio. La carta era di per sé ritenuta suscettibile di ricevere, conservare e trasmettere il contagio. La disinfezione della posta (lettere, manoscritti, dispacci, giornali) è stata una delle più comuni misure messe in atto nell’intento di prevenire la diffusione del contagio. Le lettere potevano essere disinfettate esternamente o anche esternamente ed internamente. Lungo le strade consolari o comunque lungo i percorsi dei flussi postali si trovavano le stazioni di disinfezione dove un certo numero di addetti, forniti di guanti e grembiuli di tela cerata, prendevano con lunghe pinze le lettere, le ponevano su un tavolo, le aprivano, le disinfettavano per poi raccogliere e bruciare ogni frammento di carta rimasto. Le modalità di disinfezione sono state diverse a seconda delle zone e delle epoche.

Per permettere l’ingresso dei fumi venivano praticati dei fori sulla carta per non aprire la lettera. Il rastrello, nella foto, serviva a questo

Per secoli, le virtù purificatrici attribuite al fuoco hanno tranquillizzato gli incaricati alla disinfezione delle lettere. Si usavano legni odorosi, sostanze aromatiche oppure sterpaglie. Purtroppo la carta si bruciava facilmente per cui era necessaria una grande attenzione nei passaggi delle lettere sulla fiamma. Si spaccava nel senso della lunghezza l’estremità di una canna e nello spacco si infilava il foglio da passare sulla fiamma. L’immersione nell’aceto era anch’essa ritenuta un sistema molto sicuro di disinfezione. Le lettere erano aperte, spruzzate con l’aceto, quindi asciugate. Anche questo sistema aveva degli inconvenienti poiché non tutti gli inchiostri resistevano all’aceto ed alcuni manoscritti diventavano illeggibili: danno irreparabile quando si trattava di lettere commerciali o di documenti bancari. Nel tentativo di evitare una parte almeno dei suddetti inconvenienti, gli operatori cercavano di abbreviare al massimo il tempo dell’immersione. Entrambe le modalità di disinfezione esigevano l’apertura delle lettere, quindi davano la possibilità di violare il segreto epistolare. In certe stazioni di disinfezione, l’operazione avveniva in presenza di un funzionario degli Affari Esteri o di un funzionario di Polizia.

Solo nel 1886, a seguito della scoperta dell’agente eziologico del colera e dopo la Conferenza Sanitaria di Parigi (1855) le lettere furono considerate estranee alla possibilità di diffondere malattie e qualche tempo dopo fu sospesa la loro disinfezione.

Una delle misure di prevenzione più antiche, la più diffusa e meglio documentata, fu l’istituzione della “Fede di sanità“, attestato di cui si doveva munire chi iniziava un viaggio di terra e che “faceva fede”, certificava lo stato di salute di cui godeva il paese di partenza del viaggiatore e di conseguenza, presumibilmente, del viaggiatore stesso. La Fede di sanità, vero e proprio Passaporto Sanitario, era considerata un documento particolarmente importante che le autorità, nel timore di frodi, seguivano attentamente dal momento della stampa fino a quello della consegna a chi lo doveva compilare.

Fede di sanità rilasciata nel 1750 dal Vicariato ad un viaggiatore

Mentre l’analogo documento che accompagnava una imbarcazione – la Patente di sanità – era necessariamente rilasciato dall’autorità di un porto (da una Deputazione Sanitaria investita di grandi poteri), la Fede di sanità era rilasciata anche in piccoli agglomerati urbani. Mentre le Patenti di sanità sono il più delle volte belle stampe munite dei noti bolli di sanità, le Fedi sono il più delle volte piccoli e semplici foglietti manoscritti compilati da un impiegato del comune. Le Fedi dovevano riportare le caratteristiche somatiche della persona cui erano rilasciate, insieme ad ogni altro elemento utile per una sicura identificazione.

Con il  termine  di “Lazzaretto“venivano indicati quegli ospedali dove un tempo si curavano i lebbrosi. Essi indicavano poi quei luoghi recintati presso i porti marittimi dove le navi, i naviganti e le loro merci venivano sottoposti a periodi di quarantena in tempi sospetti di pestilenza. A seconda delle epoche e delle località il lazzaretto ha assolto il compito di luogo di ricovero di malati molto gravi oppure di luogo nel quale uomini, animali e merci restavano isolati per tutto il periodo della quarantena. La Città-Stato di Venezia, la Repubblica della Serenissima, introdusse, come riportato sopra, nella metà del 1400 il primo lazzaretto e le prime misure quarantenarie.

Antica veduta del Lazzaretto di Milano

Alcuni lazzaretti di grandi dimensioni furono realizzati da architetti famosi e si possono ammirare ancor oggi, come quello di Ancona nelle Marche e quello di San Gregorio a Milano, noto per il ruolo svolto durante l’epidemia di peste del 1576. I lazzaretti erano dotati di un Regolamento che prevedeva, come ad esempio quello di Nitida (Napoli), la distinzione in tre classi a seconda del prezzo pagato. L’organico del lazzaretto prevedeva la figura del medico, del cappellano, del custode, del curato, del capitano e delle guardie. Tutte queste figure dovevano render conto ad un Direttore. Il periodo di contumacia (sinonimo di quarantena) aveva una durata di quaranta giorni, perché secondo la dottrina ippocratica dei giorni critici il quarantesimo è l’ultimo giorno nel quale può manifestarsi una malattia acuta, come appunto la peste. Il termine quarantena fu usato dapprima per indicare che l’isolamento durava quaranta giorni e tale fu conservato quando la contumacia era limitata a tre quarti di luna (22 giorni) o a due settimane. Le infinite disquisizioni sulla durata della contumacia fanno capire le difficoltà in cui si trovava chi doveva prendersi la responsabilità, da un lato, di garantire la tranquillità e la salute della popolazione, dall’altro, di non penalizzare il commercio.

Insieme alle merci anche gli animali dovevano restare in quarantena. Alcuni lazzaretti avevano stalle molto ampie. Le spese della quarantena di quanti si spostavano via terra erano a carico dei viaggiatori, quelle per via mare erano a carico del padrone delle imbarcazioni. Oltre alla quarantena nei lazzaretti, nei periodi di epidemie le persone potevano essere sottoposte a sequestro domiciliare [obbligo di non lasciare la propria abitazione], specie se la famiglia che vi abitava aveva avuto un decesso dovuto alla malattia epidemica che infieriva in quel momento.

Nel 1619 il medico francese Charles de L’Orme approntò un costume concepito per proteggersi dal contagio mentre visitava i pazienti colpiti dalla peste. Costituito da una lunga veste e da pantaloni di pelle, entrambi coperti di cera, da guanti, stivali e cappello, il costume era addirittura spaventoso dal collo in su. Una cappa di pelle scura e una maschera assicurate con lacci di cuoio coprivano il capo e il viso, impedendo qualsiasi contatto della pelle con l’aria esterna, satura dei nocivi miasmi provenienti dai corpi infetti. La maschera di cuoio era caratterizzata da un lungo becco ricurvo, imbottito con cotone idrofilo ed erbe aromatiche, che fungeva da filtro. I profumi più utilizzati erano la canfora, intrugli floreali, menta, chiodi di garofano e mirra. In alcune versioni del costume, i composti odorosi erano fatti bruciare all’interno del becco, nella speranza che il fumo potesse assicurare un ulteriore livello di protezione. Per la protezione degli occhi la maschera era dotata di lenti in vetro. Completava la dotazione un bastone di legno, utilizzato per sollevare le lenzuola e l’abbigliamento dei pazienti infetti, evitando così ogni contatto diretto. Il costume ideato da de L’Orme ebbe immediato successo e venne adottato dai medici della peste in tutta Europa.

Last Updated on