le esperienze di pre-morte dal punto di vista della scienza

6 Giugno 2017 0 Di Alessandro Livi

La prima descrizione medica moderna di una esperienza di pre-morte risale al XVIII secolo. Philippe Charlier, ricercatore dell’Università di Versailles  ha spiegato in un articolo pubblicato sulla rivista Resuscitation  come si sia imbattuto in un caso di esperienza di pre-morte descritto  in  un testo medico,  Anecdotes de mèdecine, scritto nel 1762.

Paul Gustave Doré – La Visione della Morte – incisione.

In quel libro, l’autore Pierre-Jean du Monchaux, medico militare francese in servizio presso l’ospedale di Douai, riferisce la vicenda di un paziente affetto da una forte febbre sottoposto a vari salassi e colpito da una sincope. L’uomo rimase privo di sensi a lungo, ma quando si riprese confessò di aver visto “una luce così bianca ed assoluta, da pensare di essere nel Regno dei Beati”. Disse al dottore che ricordava una sensazione positiva; aggiunse persino di non aver mai vissuto nella sua intera vita un momento più bello. Sempre in  Francia sul finire del 1800 Victor Egger  coniò il termine “Expérience de mort imminente” .

E’ solo però dal 1975 che l’argomento ebbe diffusione. Questo avvenne grazie alle pubblicazioni dello psichiatra americano Raymond Moody che scrisse un libro dal titolo Life after life  in cui venivano riportati oltre un centinaio di casi di pazienti che avevano vissuto esperienze in apparenza inspiegabili al cospetto della morte. I resoconti erano incredibilmente simili tra loro, e testimoniavano la visione di luci, la percezione di melodie, la sensazione di essere all’interno di un tunnel, la visione di sagome umane, sino alla sensazione di essere separati dal proprio corpo, così da poter vedere dall’alto i medici durante il tentativo di rianimazione.

Nel 1981, è stata fondata l’International Association for Near-Death Studies (IANDS) che pubblica il Journal of Near-Death Studies (Springer).  Attualmente si calcolano decine  di articoli scientifici  rintracciabili su Pub Med (motore di ricerca di articoli medici).

Nel 1980 Kenneth Ring   suddivise l’esperienza in cinque stadi:

  • sensazione di pace;
  • separazione dal corpo;
  • ingresso nella oscurità;
  • visione della luce;
  • ingresso nella luce.

Sempre secondo Kenneth Ring , il 60 percento dei soggetti ‘ritorna’ dopo aver sperimentato la prima delle 5 fasi descritte . Solo un 10% ritorna dopo aver raggiunto il quinto stadio.

In linea generale, le esperienze di pre-morte  vengono descritte come piacevoli, così da mettere in moto cambiamenti personali che portano a un migliore apprezzamento della vita, a una diminuita paura della morte, a una ridefinizione, in senso più partecipe, del proprio modo di porsi di fronte agli altri . Il fenomeno può arrivare ad avere una risonanza soggettiva così importante da provocare tristezza e rimpianto.

Le esperienze di pre-morte (Near-Death Experiences termine coniato nel 1975 da Moody, di seguito indicate con la sigla NDE) sono esperienze  soggettive, intense,  profonde.  Avvengono in condizioni critiche con pericolo di vita, o emotivamente percepito come tale:  il termine  indica la consapevolezza o la sensazione dell’imminente fine della propria vita. Nella letteratura degli ultimi tre decenni del secolo scorso le NDE sono state definite in modo  non omogeneo da diversi autori, in relazione al loro punto di vista o agli elementi ritenuti caratterizzanti, ma soprattutto al fatto che il fenomeno non era ancora ben conosciuto e analizzato nelle sue diverse componenti.

Le NDE sono associate ad alterazioni dello stato di coscienza e, apparentemente,  alla sua completa abolizione (come nel caso dell’arresto cardiaco, del coma o dell’anestesia generale); sono inoltre caratterizzate da contenuti trascendentali, comprendenti la netta percezione di essere in una dimensione diversa da quella ordinaria della vita terrena, di avere abbandonato il corpo fisico ed oltrepassato i limiti del proprio io e della dimensione spazio-temporale del mondo fisico.

L’unico atteggiamento corretto  di fronte a situazioni di questo tipo è quello di esaminare il fenomeno senza pregiudizi per determinare se le NDE siano una sorta di leggenda metropolitana e, di fatto, siano irrilevanti  o inesistenti, oppure siano un fenomeno reale e degno di essere studiato: in tal caso deve esserne valutata l’incidenza, l’eziologia, la fenomenologia, i meccanismi e il significato in termini scientifici.

Le NDE  sono d’interesse medico e psicologico, indipendentemente dalla loro apparente tonalità metafisica o parapsicologica.

Pur ritenendo quindi che  una corretta analisi del fenomeno non possa prescindere sia dalla definizione della coscienza che  dall’analisi della sua fisiopatologia, come anche  dagli aspetti filosofici e metafisici, in questo articolo verranno sviluppati brevemente solo gli aspetti prettamente scientifici di questo fenomeno rimandando ad altri testi, per chi ne fosse interessato, l’approfondimento di queste tematiche.

Le NDE si verificano, come accennato, in condizioni di pericolo reale o presunto per la sopravvivenza: sono quindi causate da diversi eventi traumatici e condizioni morbose, come l’arresto cardiaco, l’embolia polmonare, l’anestesia generale, i traumi di diversa origine (cadute in montagna, annegamenti, terremoti, incidenti stradali ecc.) e il tentato suicidio.  Le NDE sono state riportate in età pediatrica, anche molto precoce. Nonostante la loro frequenza sia relativamente elevata, fino agli anni ’70 tali esperienze erano pressoché sconosciute; a partire da quegli anni si è destato un crescente interesse nella letteratura scientifica internazionale, che ha portato all’acquisizione di una consistente mole di dati e di conoscenze, tali da rendere oggi le NDE un fenomeno clinico certo, con una chiara epidemiologia e fenomenologia.

La monografia di Moody  del 1975 è essenzialmente   narrativa e non analizza la fisiopatologia delle NDE ma rimane tuttavia  una pietra miliare in quanto rappresenta  la prima descrizione chiara del fenomeno, che all’epoca non consentiva di formulare ipotesi scientifiche al di fuori di una sbrigativa collocazione psichiatrica o, in alternativa, dell’ipotesi di una vita oltre la vita; del resto Moody è prima di tutto un filosofo, successivamente laureatosi anche in medicina.

Dagli studi di Michael Sabom e Kenneth Ring  si evincerebbe  che, circa un terzo delle persone che si sono trovate in una condizione di vicinanza alla morte, avrebbero avuto delle chiare NDE Per l’esattezza, nello studio di Sabom il fenomeno arriverebbe a interessare il 42% dei pazienti; secondo lo studio di Ring  si arriverebbe addirittura al 48%.

Sempre sulla stessa linea  va menzionato il sondaggio effettuato da Gallup da cui emergerebbe che ben 8 milioni di statunitensi nel corso della vita avrebbero avuto esperienze riconducibili alle NDE.

Utilizzando criteri più rigorosi Sam Parnia ha riscontrato  il fenomeno dei ricordi relativi al periodo di coma  nell’11,1 % dei casi, ma di questi solo la metà riferisce memorie tali da poter essere  inquadrate come NDE.

Nel 2001   Pim van Lommel riporta che  i soli fattori fisiologici in sé non sarebbero sufficienti a spiegare queste esperienze. Per la sua  ricerca ha interessato 344 pazienti ricoverati in unità coronariche olandesi che erano stati rianimati con successo dopo essere stati vicini alla morte. A ciascuno di essi è stato chiesto di rispondere ad un questionario nei momenti successivi al risveglio, chiedendo loro di descrivere il periodo di incoscienza ed eventuali ricordi associati a tale periodo. Il 18% dei pazienti ha riportato alcune forme di ricordi indistinti e solo il 12% ha dichiarato di aver avuto un’esperienza più articolata. Secondo gli autori se le esperienze di pre-morte fossero il risultato di componenti esclusivamente fisiologiche, ci si sarebbe dovuto attendere che la maggior parte dei pazienti avesse vissuto un’esperienza di questo tipo, dal momento che tutti erano stati dichiarati in condizioni simili prima della definitiva rianimazione. Al contrario, ricordi associati allo stato di incoscienza sono stati osservati solo per un numero limitato di pazienti, il che colliderebbe con un’interpretazione delle esperienze di pre-morte dovute in maniera esclusiva a cambiamenti fisiologici. Interverrebbero quindi altre variabili, il cui nome e ruolo ci è tutt’ora sconosciuto.

In generale se ci si limita a prendere in considerazione solo gli studi condotti in modo scientificamente accettabile, la ricerca epidemiologica sulle NDE ha messo in evidenza che :

  • non sembrano esserci differenze di sesso (ricordiamo che le esperienze dissociative hanno una marcata prevalenza nel sesso femminile), anche se i maschi hanno più difficoltà a parlarne;
  • sul piano culturale non si sono evidenziate particolari differenze “a monte”, ma piuttosto “a valle” delle NDE, soprattutto per quanto riguarda visioni del mondo e affiliazioni politiche e religiose;
  • sembrano assai più rappresentate in personalità   con maggiore tendenza alla introversione  e, dato particolarmente significativo per quello che riguarda l’interpretazione clinica, in strutturazioni di personalità con una marcata tendenza alla dissociazione;
  • il rilievo anamnestico di precedenti esperienze paranormali o mistiche sembra essere un forte fattore predittivo della possibilità del verificarsi di NDE .

Secondo diversi ricercatori le NDE potrebbero essere spiegate da una serie di cambiamenti fisiologici che insorgono in un cervello fortemente danneggiato, come a seguito della mancanza di ossigeno. È risaputo che in condizioni di stress, ad esempio negli stati di paura che accompagnano l’idea di morire, si assista ad un parziale rilascio di endorfine nel cervello, al fine di ridurre il dolore e indurre una sensazione di benessere, pur in contraddizione con lo stato di evidente difficoltà in cui versa l’organismo. Alcuni studiosi ritengono che tale rilascio di endorfine potrebbe essere alla base di quella sensazione di benessere riportata dai pazienti durante le esperienze pre-morte (“Vedevo i medici su di me e capivo che la situazione era drammatica, ma mi sentivo bene ed ero invaso da un senso di pace”). Inoltre l’inibizione corticale associata alla mancanza di ossigeno al cervello potrebbe essere alla base della percezione di fenomeni visivi, come tunnel e luci.  La corteccia visiva è infatti organizzata con un’alta concentrazione di neuroni al centro del campo visivo e un numero minore di neuroni alla periferia; di conseguenza una attivazione anomala di tale regione potrebbe generare la percezione di una luce chiara al centro  della scena e una progressiva diminuzione di chiarezza ai margini del campo visivo, creando una sorte di effetto-tunnel (“Tutto intorno era buio, ma vedevo una luce in fondo, credo fossi dentro un tunnel”).

La maggior parte delle argomentazioni a favore dell’interpretazione biologica delle esperienze di pre-morte è basata sul fatto che determinate regioni cerebrali sembrano giocare un ruolo chiave nell’insorgenza dei fenomeni riportati durante un’esperienza di questo tipo. Ad esempio è noto da tempo come il lobo temporale sia alla base dell’elaborazione di esperienze mistiche e religiose, al punto che la stimolazione elettrica in queste regioni è in grado di indurre allucinazioni, distorsioni della percezione corporea ed esperienze di distacco dal proprio corpo. Il sistema limbico poi – parzialmente incluso nel lobo temporale – è coinvolto nella memoria a lungo termine e nel “processamento” delle emozioni, ed è stato ipotizzato che la mancanza di ossigeno in questa regione possa essere alla base della comparsa del fenomeno di rivisitazione della propria vita (i ricordi autobiografici e le relative emozioni associate ad essi).

Mario Beauregard nel 2008 ha reclutato alcune persone che avevano dichiarato di aver avuto esperienze di pre-morte, in particolare di aver percepito una luce avvolgente al centro della scena, ed ha registrato la loro attività cerebrale durante uno stato di meditazione in cui i soggetti dovevano cercare di rappresentarsi mentalmente questa luce. L’attività cerebrale è stata rilevata sia attraverso elettroencefalografia (EEG) che attraverso risonanza magnetica funzionale: i risultati hanno documentato come lo stato meditativo fosse accompagnato da cambiamenti elettrici ed emodinamici di diverse regioni cerebrali, incluso ancora una volta il lobo temporale. È stata evidenziata anche una attivazione di aree tradizionalmente implicate nella elaborazione di emozioni positive e nella rappresentazione mentale di immagini ed esperienze spirituali, tutte componenti alla base delle sensazioni riportate nei casi di esperienze di pre-morte.

Nel 2007 un articolo uscito sulla  rivista  Science  dal titolo  The Experimental Induction of Out of Body Experiences ha documentato come si possa indurre sperimentalmente in laboratorio una sensazione di parziale dissociazione dell’io dal proprio corpo (v. quelle che vengono definite  “Esperienze fuori dal Corpo” o OBE, dall’inglese Out-of-Body Experiences). Ai partecipanti dello studio venivano dati degli occhiali particolari, che non permettevano di vedere davanti a loro. Al contrario, gli occhiali proiettavano la visione di due telecamere poste alle spalle del soggetto: le immagini della telecamera poste nel lato destro della sala venivano proiettate all’occhio destro, mentre le immagini dalla telecamera di sinistra venivano presentate all’occhio sinistro. La visione “stereocinetica”  della stanza veniva preservata e i partecipanti finivano sostanzialmente per vedere il proprio corpo di spalle. A questo punto il ricercatore, tramite alcuni artifici sperimentali, provvedeva a fornire stimolazioni sul petto o alle spalle toccando i soggetti reali o virtuali (l’immagine cioè che i soggetti vedevano delle loro spalle senza toccare in realtà il corpo dei soggetti). I risultati hanno documentato che le persone, ingannate dalla prospettiva fornita dagli occhiali, ritenevano che anche le stimolazioni presentate al proprio “ologramma” fossero state effettivamente presentate loro. In aggiunta, anche la registrazione della conduttanza cutanea (un indice psicofisiologico molto utilizzato nella ricerca) ha confermato l’esistenza di questa illusione sensoriale: i soggetti a quanto pare si sentivano mentalmente in una posizione diversa rispetto al proprio io corporeo, al punto che questo aveva finito per influenzare anche una risposta “psicofisiologica”. Nel complesso lo studio suggerisce come l’esperienza di dissociazione corporea possa essere interpretata come una sorta di illusione percettiva complessa: il fatto che sia possibile indurre artificialmente una parziale dissociazione tra la posizione corporea dell’individuo e quella psicologica (anche se meno eclatante di quella riportata nelle OBE) ci indica come la dissociazione corporea possa avvenire anche in circostanze molto lontane dalla morte.

Un altro aspetto interessante riguarda il momento in cui tale esperienza prende l’avvio. Da un punto di vista formale un’esperienza di pre-morte si dovrebbe verificare nei primi attimi in cui il paziente rientra dalla diagnosi di morte clinica o quantomeno negli ultimi istanti che precedono la morte; tuttavia non vi è ad oggi nessun mezzo per stabilire con esattezza quando si verifica questo tipo di esperienze. È possibile che i fenomeni sensoriali avvengano durante le operazioni di rianimazione, quando ad esempio l’elettroencefalogramma è lontano dall’essere piatto, ma che al risveglio vengano attribuiti arbitrariamente al momento di massima vicinanza con la morte.

I neuroscienziati poi sono soliti ricordare che, anche quando si ottiene un tracciato elettroencefalografico piatto, questo non implica che tutto il cervello non sia più in funzione.

La corteccia cerebrale è inattiva ma l’elettroencefalogramma    non è uno strumento molto sensibile per rilevare il funzionamento delle strutture sottocorticali, per cui sarebbe più cauto considerare un tracciato piatto come il segnale di un’inattività della corteccia cerebrale piuttosto che dell’intero cervello, e non si può escludere che parte dei fenomeni sensoriali vissuti nelle esperienze di pre-morte abbiano origine dall’attività di alcune strutture  sottocorticali. 

Anche ipotizzando che le esperienze si verifichino in uno stato completo di morte cerebrale, resterebbe da risolvere un importante dilemma legato al luogo in cui si conserverebbe il ricordo di queste visioni. Perché un evento possa essere ricordato, la memoria umana deve in primo luogo codificare l’esperienza ed elaborarla a livello neurale (almeno sulla base delle attuali conoscenze sulla mente). Applicato al caso delle esperienze pre-morte, questo implica che nel momento in cui si vive un tale fenomeno vi dovrebbe essere un’attività neurale almeno sufficiente per la rappresentazione e la successiva rievocazione dell’intero evento. Se il cervello fosse troppo danneggiato per compiere questo tipo di operazione, diventerebbe allora difficile spiegare come mai, una volta rianimati, i pazienti presentino circuiti neurali che hanno mantenuto tali informazioni in memoria. Al riguardo merita di essere menzionato  lo studio  pubblicato sulla rivista PNAS nel 2013 (Surge of neurophysiological coherence and connectivity in the dying brain) da ricercatori   della Università del Michigan effettuato  su ratti.  Utilizzando un elettroencefalogramma i ricercatori hanno analizzato le attività cerebrali di nove ratti anestetizzati e sottoposti ad arresto cardiaco indotto sperimentalmente. Entro i primi 30 secondi dopo l’arresto cardiaco, quando il cuore smette di battere e il sangue smette di fluire verso il cervello, in tutti i ratti è stata riscontrata una attività cerebrale con una diffusa sovratensione, caratteristica questa associata ad un cervello altamente eccitato e dalla percezione cosciente. Le onde gamma che si sono manifestate sull’EEG dei ratti  sono quelle di frequenza particolarmente alta (oltre i 25 Hz) caratterizzanti lo stato di veglia e in particolare uno stato di tensione, mentre le onde che caratterizzano lo stato del sonno in cui si verificano i sogni sono le theta che si collocano tra i 4 e gli 8 Hz.  Questo porta a ritenere che le immagini che potrebbero comparire associate all’attività cerebrale registrata dai ricercatori non sono dei sogni e quindi:

  • se questi fenomeni dovessero verificarsi anche nell’uomo,
  • se le NDE si manifestano subito dopo l’arresto cardiaco,

tali esperienze avvengono durante l’attività di veglia del cervello. E’ chiaro che ad oggi l’importanza di una simile scoperta rimane tutta da dimostrare.

Merita altresì di essere riportato lo studio “AWARE”, (Sam Parnia et al. “Aware -Awareness during resuscitation – A prospective study), indagine  iniziata nel 2008 da un gruppo di ricercatori   i cui primi risultati sono stati pubblicati sulla rivista  Resuscitation, vol. 85, issue 12, Dec.2014.

Il Dott. Parnia alla guida del Progetto “Aware” (Consapevolezza durante la rianimazione).

Lo studio AWARE ha due obiettivi:

1- valutare l’incidenza della consapevolezza e la varietà delle “esperienze mentali” durante la rianimazione in persone che hanno subito un arresto cardiaco,

2- sviluppare una metodologia per testare l’accuratezza delle esperienze visive ed uditive .

Lo studio, iniziato nel 2008, finora  ha esaminato 2.060 pazienti provenienti da 15 ospedali del Regno Unito, degli Stati Uniti e dell’Austria. I sopravvissuti all’ arresto cardiaco sono stati intervistati in tre fasi:

  •  per determinare se in loro erano presenti  ricordi  o percezioni  comparse durante l’arresto cardiaco,
  • per determinare se i ricordi  o le percezioni costituivano un NDE (con o senza consapevolezza   uditivo / visiva),
  • per verificare la corrispondenza con la realtà delle percezioni uditive / visive  “vissute”  durante la NDE.

Per valutare quest’ultimo aspetto , nella maggior parte degli ospedale sono stati installati dei ripiani in prossimità del soffitto delle sale dove si praticano le rianimazioni. Su ogni scaffale è stato posizionato  un oggetto visibile solo dall’alto. Il tutto per verificare la validità delle percezioni visive riferite dai pazienti durante le esperienze extracorporee.

Dei 2.060 pazienti esaminati nello studio, solo 140 sono sopravvissuti e sono stati in grado di partecipare alla fase 1 dello studio (verifica della presenza di ricordi  o percezioni  comparse durante l’arresto cardiaco ). Di questi, 39 non sono stati in grado di completare l’intervista di fase 2  per investigare se i ricordi  o le percezioni costituivano un NDE. Dei restanti 101 pazienti intervistati in fase 2, solo 9 hanno riferito  di avere vissuto  una NDE (9%) e di questi  solo due hanno riportato esperienze uditive / visive dell’ambiente fisico. Di questi due, uno non è stato in grado di partecipare  ad una intervista di fase 3 (per verificare l’esattezza di tutte le percezioni uditive / visive dell’ambiente fisico “vissute” durante la NDE), mentre l’altro paziente  è stato in grado di partecipare ad una intervista di fase 3 riportando la sua personale esperienza.

Durante la NDE, il paziente si sentiva piuttosto euforico. Riferisce di aver udito  una voce automatica che diceva ” paziente in shock , paziente in shock “. Subito dopo presenta una OBE, “esce” cioè dal proprio corpo e fluttuando vicino al soffitto vede il proprio corpo l’infermiera e un altro uomo, calvo e “abbastanza grosso “, che indossava un cappello blu. Dal riscontro è stato possibile accertare che effettivamente era stato utilizzato un   Defibrillatore Esterno che forniva le istruzioni in modalità automatica e che l’uomo descritto corrispondeva all’anestesista che lo ha rianimato.
Purtroppo, la rianimazione di questo paziente è avvenuta in una sala che non era attrezzata  con gli scaffali e quindi non è stato possibile analizzare  ulteriormente l’accuratezza del vissuto “visivo” del paziente.

Sicuramente per ora i dati non permettono di trarre conclusioni o quantomeno indizi di una certa consistenza. Lo studio Aware continua e nei prossimi anni  si spera possa fornire ulteriori dati.

L’apparente capacità di essere in grado di mantenere la propria identità, la percezione, la coscienza, mentre si è in coma o in arresto di circolo appare certamente paradossale;

E’ possibile affermare  che per quanto ne sappiamo fino ad oggi il solo disordine cerebrale organico non sembra possa   essere  considerato  come unico meccanismo  alla base di  esperienze ben organizzate, universali e di significato essenzialmente positivo come sono le NDE. Anche i meccanismi neurobiologici finora ipotizzati possono solo parzialmente spiegare la fisiopatologia delle NDE, ma non possono fornire indicazioni sul loro significato.

E’ certo che la forte implicazione di questi fenomeni sulla conoscenza della natura umana   e della sua  stessa  coscienza   rappresenta senz’altro uno stimolo per la scienza  ad operare  ulteriori sforzi per l’approfondimento della loro comprensione.

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