le mummie egizie: tecniche di imbalsamazione

28 Gennaio 2018 0 Di Alessandro Livi

E’ il XV secolo quando viaggiatori  europei esplorando le rive del Nilo si imbattono per la prima volta nelle sue meraviglie: le mummie.  Da quel momento diventerà una moda portarsi a casa souvenir a base di statue, amuleti, sarcofagi contenenti anche la mummia. Il secolo successivo le mummie si ritroveranno anche sugli scaffali degli speziali sotto forma di polvere e raccomandate come rimedio miracoloso contro tutti i mali.

Leon Cogniet: La spedizione in Egitto sotto gli ordini di Bonaparte. Un soldato di Napoleone vigila sul trasporto di un sarcofago. Affresco del 1835 eseguito sul soffitto di un salone del Louvre, allestito per accogliere la collezione egizia acquistata da Champollion.

Nel 1798 Napoleone inizia la Campagna d’Egitto partendo da Tolone con 10.000 marinai e 36.000 soldati, portandosi al seguito anche 167 savantsartisti e scienziati appartenenti alle più disparate branche del sapere e della tecnica (ingegneri, matematici, astronomi, chimici, geografi, musicologi, orientalisti), selezionati dallo stesso generale e riuniti allo scopo di indagare e studiare ogni aspetto dell’Egitto, dalle antichità faraoniche e greco-romane alla geografia, dalla fauna e flora agli usi e costumi delle popolazioni arabe, turche e copte che abitavano il paese al momento dell’invasione. Ne verrà fuori un dossier monumentale che verrà pubblicato in più riprese tra il 1809 ed il 1828.

La prima edizione dell’opera “La description de l’Egypte” fu denominata  “imperiale”. I mobili per la conservazione dei libri sono stati realizzati in stile egiziano dall’ebanista Charles Morel. Ne furono stampate 1000 copie.

Per contenere La Description de l’Égypte, questo il titolo dell’opera, fu progettata una libreria di mogano su misura; l’opera era costituita da dieci volumi “in-folio” di tavole che misuravano 50 per 65 centimetri e due atlanti, di 65 per 100 centimetri, contenenti 837 incisioni su rame (50 delle quali a colori e molte con più illustrazioni), un terzo atlante con una carta topografica dell’Egitto e della Terra Santa in 47 fogli e nove volumi di testo al cui confronto una enciclopedia attuale farebbe una figura decisamente modesta.

La Sfinge e sullo sfondo la piramide di Chefren.

Questi volumi comprendono all’incirca 7000 pagine di memorie, descrizioni e commentario, il tutto diviso in tre parti: Egitto antico, Egitto moderno e storia naturale.

Una data importante sarà anche quella del 1822 anno in cui Jean Francois Champollion comunica al mondo scientifico di essere riuscito a decifrare i geroglifici facendo emergere, in questo modo, la terra dei faraoni da 15 secoli di silenzio. La Stele di Rosetta, lastra in granito scuro di 114 x 72 cm che pesa circa 760 kg,  contiene un testo con tre differenti grafie: geroglifico, demotico e greco (dall’alto in basso) e conosciuto come il “Decreto di Menfi” risalente ai tempi di Tolomeo V Epifane (204-108 a.C.). Champollion, che conosceva alla perfezione nove lingue antiche (latino, greco, ebraico, arabo, siriaco, caldeo, copto, persiano e sanscrito),  fu in grado di decifrare i geroglifici grazie anche alla stele.

Il tenente Bouchard, responsabile della demolizione, capì immediatamente che l'iscrizione bilingue di questa pietra poteva fornire, dal testo greco inciso sotto, la chiave per decifrare i geroglifici.

La stele di Rosetta conservata al  British  Museum di Londra

Il 1800 sarà anche il secolo della grande depredazione delle opere egizie, non solo mummie, che andarono a finire ad alimentare le collezioni private e pubbliche di mezzo mondo, mentre molte altre venivano  distrutte o perdute, come è il caso del sarcofago di Micerino, sesto faraone della IV dinastia, finito in fondo al mediterraneo per il naufragio nel 1838 della goletta Beatrice che lo stava trasportando al British Museum di Londra.

Si deve all’archeologa Margaret Murray la prima “autopsia” su una mummia eseguita nel 1908 presso l’Università di Manchester. In realtà si trattò di una mera osservazione clinica, ma l’episodio risultò di notevole importanza in quanto rappresenta il primo vero approccio scientifico allo studio di una mummia.

Le prime testimonianze di processi di imbalsamazione risalgono alla III dinastia ovvero intorno al 2500 a.C.. La tecnica raggiunse  la perfezione durante la XVIII dinastia  (1800 a.C.). Questo dimostra come la padronanza del procedimento fosse stata acquisita dopo numerosi tentativi.

In epoca predinastica (dal 3900 al 3100 a.C.) i morti si seppellivano direttamente in fosse ovali poco profonde, scavate nella sabbia. Il cadavere veniva steso rannicchiato sul fianco sinistro, con la testa rivolta verso sud ed il volto verso ovest, in direzione del sole calante.

Ginger, mummia del periodo predinastico scoperta nella sabbia del deserto di Gibbelein. Conservata  al British Museum di Londra.

Sul corpo nudo erano disposte pelli di animali o stuoie ed il corredo funerario era per lo più costituito da vasellame da mensa e da armi per la caccia. La fossa, alle volte, era segnalata da un tumulo o da una fila di pietre. L’effetto essiccativo della sabbia assicurava alla salma una buona conservazione in assenza di qualsivoglia intervento umano.  Il deserto egiziano ha infatti un clima caldo e secco. Le temperature in estate raggiungono molto facilmente i 43-45°C, con punte oltre 50°C; le precipitazioni sono molto scarse per non dire assenti, soprattutto nella zona interna sahariana. E’ probabilmente alla fine di questo periodo che si hanno le prime possibile manipolazione del cadavere che veniva inizialmente deposto nella sabbia fino al termine del ciclo naturale di mummificazione quindi estratto da questa,  privato degli eventuali residui organici, disarticolato e poi inumato definitivamente.

Dalla I dinastia (3150 a.C.) l’apprendimento di alcune tecniche unito al desiderio di dare maggiore protezione ai defunti porta a edificare tombe sempre più elaborate. Alle funzioni protettive si aggiunge quindi l’esigenza del culto funerario. I primi tentativi vedevano l’avvolgimento della salma in bende di lino, la testa coperta da un cesto affinché la sabbia non entrasse dagli orifizi e, sotto di essa, la disposizione di un cuscino.

Schema di una mastaba. Il sarcofago trova posto in una camera sotterranea in fondo ad un pozzo.

Per il sovrano ed i più alti dignitari si predisponevano strutture (mastabe) in grado di accogliere la salma con il mobilio, il vasellame e  gli oggetti più cari al defunto. Questo tipo di sepoltura tuttavia determinava il deterioramento del cadavere perchè non più protetto dall’azione essiccante della sabbia. Occorreva quindi trovare una soluzione che permettesse al corpo di mantenersi integro nel tempo.  

A partire dalla III dinastia (2700 a.C. circa) entrava in uso l’eviscerazione addominale abbinata alla disidratazione.

Le visceri contenute all’interno dei vasi canopi sono protette dai quattro figli di Horo le cui caratteristiche fisiche determinano la conformazione dei coperchi.

Per  la conservazione degli organi venivano utilizzati degli speciali vasi detti “canopi”. Si deve a Champollion la prima descrizione dei vasi canopi e del loro contenuto:” …tessuto fibroso.. odore animale. Trovato in fondo al vaso. L’oggetto impregnato e ricoperto di uno spesso strato di balsamo è avvolto in semplice stoffa. Si tratta di fegato, di cervello o di cervelletto.

Le prime tracce certe d’imbalsamazione sono state rinvenute nel 1925 a Giza da G. A. Reisner nella tomba della regina Hetepheres, madre del re Cheope (IV dinastia). Era presente un sarcofago in pietra, sigillato, con all’interno quattro vasi canopi contenenti i visceri imbalsamati immersi in una soluzione di “natron”.

Depositi di natron all’interno del cratere del Monte Emi Koussi Tibesti, Ciad.

Si scoprivano quindi anche le virtù del natron un miscuglio naturale di cloruro e di carbonato basico usato per disidratare i tessuti. Il natron era anche  utilizzato per gli usi più diversi. Largo uso se ne faceva per la conservazione del cibo ( carne e pesce secchi); veniva addizionato al cibo degli ovini nell’allevamento per produrre latte e formaggi più saporiti. Fu utilizzato anche come rimedio medico usato da solo o addizionato ad altre sostanze naturali (erbe, oli, miele, …) contro ulcere, dolori della bocca, delle orecchie e degli occhi (veniva aggiunto ai colliri), per eliminare pustole, vesciche, verruche, foruncoli e persino usato su soggetti affetti da lebbra, da tenie, da psoriasi, da asma o da tonsillite; come calmante contro il prurito e i dolori dei nervi (anche per la paralisi); bevuto mescolato con acqua ed aceto, serviva per provocare il vomito in caso d’intossicazione da funghi; garze di lino imbibite con soluzioni di sale servivano per disinfettare le ferite ed i morsi di animali che venivano anche causticati direttamente con il sale secco. Era impiegato nella produzione dei tessuti come sbiancante, come detergente per lavare gli abiti e per la pulizia personale. Il suo impiego piu importante rimaneva tuttavia quello di ingrediente fondamentale nel procedimento di disidratazione dei corpi.

Si ritiene importante prima di procedere nella descrizione dei metodi di imbalsamazione fare delle opportune precisazioni sul significato da attribuire alle parole mummificazione e imbalsamazione. La parola mummificazione ha origine dal persiano mum che passò poi al latino medievale mumia e all’arabo mumiyya. Il vocabolo mum, il cui significato è cera, indicava un tipo di bitume estratto in Persia (attuale Iran) e precisamente dalla “Mummy Mountain”, una montagna nota per le sue colate di materiale nero bituminoso che si credeva avesse proprietà medicinali; furono alcuni viaggiatori greci, arrivati in Egitto in epoca tarda, che definirono i corpi mummificati degli Antichi Egizi “mummie” in virtù della somiglianza del colore con il catrame proveniente da quel luogo e che, per questo, si pensò essere impiegato nel processo di conservazione dei cadaveri.  La mummificazione rappresenta però un fenomeno naturale che impedisce al corpo di decomporsi. Il termine imbalsamazione proviene dal greco bàlsamom, balsamo. Con questo termine si indicano i processi chimici e l’impiego di composti che impediscono la putrefazione di un corpo. L’imbalsamazione ha dunque le stesse finalità della mummificazione, ma è ottenuta attraverso la manipolazione del cadavere con l’impiego di sostanze chimiche ed una procedura ben definita.

Un commerciante di mummie sta sonnecchiando in attesa di compratori (Felix Bonfils 1875).

Il termine mummia è pertanto usato impropriamente ed indistintamente per indicare sia corpi mummificati sia corpi imbalsamati.

Fino alla VI dinastia  l’imbalsamazione era riservata al sovrano e alla sua famiglia, per gli altri si procedeva con la fasciatura in bende di lino ricoperte da uno strato di gesso sul quale si dipingeva l’immagine del defunto con particolare attenzione al viso ed agli organi genitali. I sarcofagi che inizialmente erano in legno e di forma quadrata assumevano una forma rettangolare e venivano costruiti in granito o calcare.

Nel Medio Regno (2060 – 1786 a.C.) è attestata in tutti i casi la rimozione degli organi. A partire da quest’epoca la testa e le spalle del defunto venivano protette da una maschera (realizzata in oro per i sovrani) che ne riproduceva le fattezze. Il materiale tradizionale era un composto a base  di strati di lino o di papiro pressati e rinforzati con gesso o resina.

Dalla fine  della XVII dinastia fecero la loro comparsa i sarcofagi antropomorfi che avevano l’intento di comparare il defunto ad Osiride. I sovrani venivano sepolti in tre bare (di cui la più interna in oro massiccio), chiuse in un grande sarcofago di pietra; a sua volta esso era chiuso in quattro o cinque sacrari in legno dorato, ricoperti da immagini e testi sacri.

Con il Nuovo Regno (1552 – 1069 a.C.) l’arte dell’imbalsamazione raggiunse un altissimo livello di raffinatezza. Venne introdotta l’ablazione del cervello ed i visceri imbalsamati (polmoni, stomaco, fegato ed intestino) erano posti nei vasi canopi che subirono un mutamento estetico in funzione del loro concetto teologico: il vaso con coperchio antropomorfo, rappresentante Imseti, custodiva il fegato; Hapi, il babbuino, conteneva i polmoni; Qebehsenuf, il falco, racchiudeva l’intestino; Duamutef, lo sciacallo, proteggeva lo stomaco. Il cuore veniva lasciato al proprio posto in quanto sede del pensiero e delle emozioni.

La mummia di Ramses II; si può osservare la bendatura delle singole dita delle mani.

L’apposizione delle bende di lino  era estremamente puntuale; venivano fasciate tutte le parti singolarmente (dita incluse). La città di Sais era ritenuta il centro dove venivano fabbricate le bende. Nel papiro di Boulaq si riporta che il bendaggio delle dita delle mani e dei piedi della mummia, dopo l’inserimento dei ditali d’oro, doveva essere effettuato con un lungo pezzo di stoffa di lino rosso. Per eseguire la fasciatura completa di una mummia venivano usati vari tipi di bende, con misure e caratteristiche diverse; dalle fonti scritte è possibile risalire ai nomi di alcune fasce ο pezzi di tessuto utilizzati nel corso delle operazioni di bendaggio. Di solito negli strati più interni erano disposte le bende più larghe, senza orlo, sfilacciate sulle bande longitudinali, in quanto non tagliate ma strappate abilmente; negli strati più esterni erano invece impiegate bende più strette, sistemate in modo assai uniforme, con andamento a spirale a volte così serrato da sembrare disposte in senso orizzontale. Oltre alle fasce, per meglio proteggere la mummia ed isolarla dall’ambiente esterno tenendola soprattutto fuori dal contatto con l’aria, c’era tutta una serie di lenzuoli, asciugamani e teli ripiegati che avevano anche la funzione di riempire le parti avvallate dall’eviscerazione, ridando forma al corpo; queste imbottiture erano tenute a posto da altri giri di bende che, uno sopra l’altro, costituivano un’ulteriore protezione per la mummia.

Scene di fasciatura del corpo di Thay scriba reale dei dispacci del Signore delle due Terre (XIX dinastia). La mummia è sorretta da due cavalletti così da permettere agli operatori di passare e ripassare senza ostacoli le fasce intorno al corpo. Al di sotto del defunto vi è il contenitore con i resti della mummificazione (  frammenti di bende, natron, scarti di materiali vari).

Le bende utilizzate nel processo di imbalsamazione, ricavate spesso da vesti e tessuti indossati in vita dal defunto ο appartenenti ad amici ο parenti, erano fornite agli operatori dagli stessi familiari; venivano contrassegnate da particolari marchi, disegni magici ο iscrizioni, scene mitologiche ο di divinità che permettevano di distinguerle rapidamente nel corso delle operazioni di fasciatura assai lunghe e complesse.
Il lavoro minuzioso includeva il posizionamento nelle cavità oculari di occhi artificiali ottenuti da involti di stoffa dipinti o tramite piccole pietre bianche nelle quali venivano incastonate pietre più piccole nere. Le operazioni di fasciatura del corpo erano condotte dal “Cancelliere divino” sotto la guida del sacerdote  che ricopriva il ruolo del dio Anubi  (il dio sciacallo imbalsamatore per eccellenza del dio Osiride). Altri cerimonieri erano incaricati sia di leggere le formule che dovevano accompagnare il rituale sia di svolgere altre attività richieste nel corso del processo di imbalsamazione.

Non sono disponibili fonti egizie che riportino esattamente le diverse operazioni condotte nel processo d’imbalsamazione anche se esiste una copia incompleta  di un papiro indicato come il Rituale dell’imbalsamazione sorta di manuale che l’operatore utilizzava nella pratica. Di questo manuale ci sono pervenuti alcuni paragrafi che descrivono alcune fasi del processo di imbalsamazione come la profumazione del corpo, la collocazione dei visceri in un vaso, il massaggio del dorso, la collocazione del sudario e delle bende etc. Notizie più complete ci sono  pervenute da testi greci e latini di alcuni secoli successivi oltre che da scarne iscrizioni presenti sui sarcofagi e sulle pareti delle tombe. Lo storico greco Erodoto  nel V secolo a.C. descrive nel Libro II delle sue Storie le tre tipologie d’imbalsamazione utilizzate a seconda delle disponibilità economiche della famiglia del defunto, delineando tutti i passaggi. Ulteriori informazioni si hanno da Diodoro Siculo (I secolo a.C.)  Plutarco (I secolo d.C.) e Porfirio (III d.C.).

Operazioni previste per l’imbalsamazione più curata e costosa

1. Ablazione del cervello: il corpo veniva innanzitutto lavato con una soluzione di natron per ripulire la pelle da ogni impurità. L’imbalsamatore procedeva con la rimozione del cervello inserendo un uncino in bronzo, lungo da 27 a 34 cm e terminante con una spirale, in una delle narici; spingendo verso il cranio, sfondava l’osso etmoide e, con movimenti ripetuti, estraeva la massa cerebrale in pezzi.
Un’alternativa era di estrarlo dalle orbite dopo aver rimosso gli occhi. Alle volte si optava per la decapitazione del cadavere e dunque la rimozione avveniva attraverso il foro occipitale; la testa veniva poi infilata su un bastone e ricollocata sul tronco con l’ausilio di bende (procedura impiegata per il primo faraone della XVII dinastia Ahmose). La cavità cranica veniva riempita con una resina  che veniva liquefatta con una fonte di calore e che  tendeva a solidificarsi molto rapidamente. L’ablazione del cervello era effettuata solo per persone di rango elevato, negli altri casi veniva lasciato al proprio posto.

Il bastoncino di legno ritrovato nel cranio di una mummia dal Dott. Cavka (RSNA RadioGraphics).

Jackowski nel 2008 e Cavka nel 2012 hanno rilevato la presenza di bastoncini di legno all’interno del cranio di due mummie accreditando pertanto la tecnica di estrazione del cervello.

2. Eviscerazione: uno scriba tracciava sul  fianco sinistro la linea lungo la quale un paraschista, sacerdote chirurgo specializzato nella preparazione dei cadaveri, effettuava l’incisione di circa dieci centimetri mediante un coltello rituale che doveva essere assolutamente di selce. Era praticata verticalmente o obliquamente o, ancora, orizzontalmente a seconda del periodo storico.

strumenti in bronzo usati nelle varie fasi di eviscerazione

Attraverso essa venivano estratti, introducendo una mano, gli organi interni nell’ordine: intestino, stomaco, fegato, milza e, alle volte, i reni. La vescica rimaneva al proprio posto. Si sfondava poi il diaframma per asportare la trachea e l’esofago, per poter estrarre i polmoni.
Il cuore, come detto, permaneva nella sua collocazione originaria. Un altro modo di procedere, meno frequente e per persone meno abbienti, era l’introduzione di oli nell’ano affinché producessero il parziale dissolvimento degli organi;

3. Primo lavaggio del corpo: il cadavere veniva lavato esternamente ed internamente con acqua e vino di palma per eliminare ogni residuo. Poteva essere depilato con pinzette in bronzo al fine di restituirgli la giovinezza;

4. Trattamento dei visceri: l’intestino tenue, lo stomaco con l’intestino crasso, il fegato ed i polmoni venivano lavati e coperti di natron che ne provocava l’essicazione. Erano poi cosparsi di resina calda e avvolti in bende e deposti nei quattro vasi canopi (o all’interno del corpo per il periodo della XXI dinastia);

5. Disidratazione del corpo: veniva utilizzato il natron che ha la capacità di eliminare l’acqua e di sciogliere i grassi. Questa operazione veniva effettuata dal “taricheuta”. È ancora aperta la questione sull’ipotesi che venisse utilizzata una soluzione di acqua e natron e non natron secco. La maggior parte degli studiosi è comunque concorde nel ritenere che il cadavere venisse ricoperto da uno spesso strato di natron per una durata minima di 40 giorni (e non di 70 giorni come riporta Erodoto). All’interno del corpo erano inoltre  deposti dei sacchetti contenenti la stessa sostanza che dovevano favorire l’essiccamento dall’interno e impedivano l’afflosciamento della parete addominale.

6. Secondo lavaggio del corpo: una volta completata la disseccazione, il corpo veniva deposto entro giare nelle quali veniva lavato dentro e fuori con grandi quantità d’acqua. Si procedeva poi con l’asciugatura;

7. Riempimento delle cavità: si riempiva la cavità cranica colando la resina  calda attraverso l’orifizio del naso; l’addome e il torace venivano riempiti con licheni secchi, segatura, resina e tamponi di lino che ricostituivano la forma originale;

8. Trattamento di unghie, occhi e genitali: le unghie, prima del trattamento  con il natron, venivano legate con un filo affinché non si staccassero; esso poteva essere eventualmente rimosso e le unghie tinte con l’henné. Gli occhi, che si scioglievano a causa del natron, venivano sostituiti da involti di stoffa dipinta o da pietre bianche e nere. Degli organi genitali femminili venivano asportate le parti interne e quelle esterne venivano chiuse con tamponi di lino o spalmate di resina. Gli organi genitali maschili erano lasciati al loro posto ed il pene bendato e posto in una  statuetta cava rappresentante il dio Osiride;

9. Unzione e massaggio del corpo: al termine dell’essiccamento la pelle era dura ed aveva l’aspetto del cuoio. Si procedeva con un massaggio con olio di olibano (ricavato dall’incenso) iniziando dalla testa e procedendo lungo il corpo;

10. Trattamento del corpo con la resina: l’imbalsamatore poneva degli involti di tela nella bocca, rimodellava il naso e ne chiudeva le narici con cera o grani di pepe. In epoca tarda veniva apposta sulla lingua una placca d’oro. Il corpo era dipinto di rosso per gli uomini e di giallo per le donne. Si procedeva a versare all’interno del corpo della resina con cui si cospargeva anche l’esterno (dopo il punto 11) che causava fragilità della mummia.

11. Apposizione della placca di metallo sull’incisione del fianco: alle volte era ricucita grossolanamente, altre sigillata con cera calda o, nel caso dei sovrani, si apponeva una placca in bronzo o in oro che poteva essere incisa con l’occhio di Horo, udjat.

12. Bendaggio: Prima che iniziasse il bendaggio il corpo era lasciato riposare qualche giorno.  Le bende mostrano iscrizioni: preghiere, il nome, ecc. In punti del corpo predeterminati, tra gli strati, si ponevano gli amuleti.

A partire dalla IV dinastia terminato il bendaggio si apponeva una maschera riproducente i caratteri  fisionomici del defunto, costituita da un materiale simil cartapesta e denominato cartonnage.

Mummie avvolte da cartonnage

Questo materiale veniva realizzato dalla sovrapposizione di strati di stoffa di lino o di papiro, pressati e resi compatti dal gesso che li ricopriva. Il gesso si otteneva mescolando della polvere di carbonato di calcio con della colla (prodotta dell’ ebollizione in acqua di pelle, ossa e cartilagini animali).  A partire dalla  XXII dinastia (945-754 a.C.) il cartonnage comincia ad essere utilizzato anche nella costruzione degli involucri delle mummie.

La seconda tecnica di mummificazione, più modesta, prevedeva il lavaggio del corpo ed il trattamento con natron ma non l’eviscerazione che veniva sostituita da un trattamento a base di olio di cedro che veniva introdotto per via anale. Il suo potere fermentante determinava lo scioglimento degli organi interni che quindi venivano espulsi dall’ano grazie all’effetto fermentante dell’olio di cedro. Quindi si procedeva  alla fasciatura, meno accurata rispetto alla tecnica precedentemente descritta.

La terza tecnica d’imbalsamazione, la più economica, prevedeva il semplice disseccamento del corpo con il natron ed un bendaggio grossolano.

Diverse erano anche le varie sostanze (oli e resine) che venivano impiegate nel corso della imbalsamazione tra cui resine di conifere come pino e cedro, provviste di proprietà antibatteriche ed antifungine, oppure il mastice che si ricava dalla pistacia lentiscus ed anch’esso provvisto di proprietà antibatteriche. Altre sostanze utilizzate erano i licheni e l’hennè.

Con l’inizio del I millennio a.C. l’imbalsamazione s diffonde a tal punto che per poter rispondere alla domanda si ricorre sempre di più a metodi piuttosto sbrigativi . Ha inizio una fase di declino, anche se relativo, dal momento che, di questo periodo restano mummie di fattura perfetta. Anche dopo l’arrivo dei Greci e dei Romani si continua ad imbalsamare. La diffusione del Cristianesimo in Egitto a partire dal III secolo d.C. non interrompe l’usanza dal momento che probabilmente la conservazione  del corpo non era incompatibile con la fede cristiana.

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