il mercurio nella cura della sifilide

26 Giugno 2017 0 Di Alessandro Livi

Tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500 si hanno per certo le prime notizie sulla comparsa in Europa  di una nuova malattia avente le caratteristiche della sifilide. Inizialmente fu definita “grande vaiolo” (great pox) per via delle manifestazioni cutanee che la facevano assomigliare a quelle del vaiolo.

Particolare di una incisione attribuita a  Dürer che raffigura l’arrivo della sifilide in Europa, malattia nuova portata dalle “stelle” in quanto ritenuta conseguenza di una maligna congiunzione astrale avvenuta  nell’anno 1484

La prima descrizione di un caso di sifilide ci viene riportata nel 1493 da un medico spagnolo che visitò dei marinai della  “la Pinta”, una delle caravelle con cui Cristoforo Colombo era di ritorno dal suo viaggio dalle Americhe, per una fastidiosissima affezione erosiva a decorso bizzarro.

Oggi la sifilide si cura con sicurezza ed efficacia  con la penicillina e per le forme di recente insorgenza ne basta una sola iniezione.

Ma come veniva curata la Sifilide prima dell’avvento della penicillina?

Sappiamo che durante i primi anni si assistette addirittura al rifiuto da parte dei medici di curare la nuova malattia tanto che i poveretti venivano respinti dagli stessi ospedali.

Successivamente intorno al 1497 fu intrapresa la terapia con mercurio.

L’impiego terapeutico dei composti di mercurio risale a epoche antichissime. Il mercurio era già noto in tempi antichi in Cina e India; fu anche rinvenuto in tombe dell’antico Egitto risalenti al 1500 a.C. In Cina, India e Tibet si riteneva che il mercurio prolungasse la vita, curasse le fratture ed aiutasse a conservare la buona salute. Si narra che il primo imperatore della Cina, Qin Shi Huang Di, sia impazzito e quindi morto per l’ingestione di pillole di mercurio che nelle intenzioni avrebbero dovuto garantirgli vita eterna. Gli antichi greci e romani lo usavano negli unguenti  per la cura di malattie della pelle e come cosmetico. Nomi utilizzati anticamente per indicare il mercurio erano  “argento vivo” e “idrargirio” che derivano dalla parola latina hydrargyrum, a sua volta derivata dal greco ydrargyros, (motivo per cui il simbolo chimico è Hg) parola composta dai termini corrispondenti ad “acqua” e “argento”, per via del suo aspetto liquido e metallico. L’elemento prese quindi il nome del dio romano Mercurio per via della sua scorrevolezza e mobilità.

All’inizio della epidemia di sifilide il suo uso fu talmente inappropriato da causare praticamente solo danni.

Veniva  utilizzato  mediante applicazioni sulla pelle e praticando frizioni (metodo delle frizioni). Questo metodo veniva già  da tempo utilizzato per la cura di molte malattie della pelle come la scabbia, la psoriasi, l’eczema etc, ed i medici, rispettosi del precetto di Celso (secondo il quale non bisognava andare alla ricerca di nuovi rimedi ma di utilizzare per le nuove malattie rimedi già in uso con successo per manifestazioni simili) lo misero in pratica anche per la cura delle manifestazioni cutanee della nuova malattia.

Veniva proibito l’ uso della carne e del vino e si era costretti  alla più rigorosa clausura. Guai a chi avesse osato esporsi  all’aria: le finestre dovevano  restare chiuse giorno  e  notte senza che l’ammalato potesse uscire all’aria aperta. Inoltre prima del trattamento era abitudine essere chiusi in stanze a temperature altissime tanto che Hutten narra di 3 poveretti che erano morti a causa delle alte temperature a cui erano stati sottoposti. I malcapitati dovevano subire anche le conseguenze delle ferree diete a cui erano sottoposti perchè i medici seguivano la massima Ippocratica di non nutrire gli ammalati perchè così non si nutriva il male. Ai pazienti purgati ed anche  salassati veniva dato per vitto qualche brodo, delle zuppe e solo eccezionalmente  qualche tuorlo di uovo.

E che dire dell’unguento che veniva utilizzato?

Al semplice unguento di mercurio e grasso venivano aggiunte le più disparate sostanze dette “correttivi” (mirra, mastice, bolo d’Armenia,  corallo,  minio, grasso d’oca o di orso, euforbia, canfora, pomice, terra ect); fu usata perfino la saliva umana, e si prescriveva anche che fosse di uomo a digiuno. Il celebre “unguento  di Vigo” conteneva non meno di diciannove di tali  sostanze, fra cui non mancava la saliva! Con unguenti così fatti i poveri sifilitici, martiri del capriccio di questi ciarlatani venivano strofinati da una a quattro volte al giorno , per mezz’ ora o più, in una camera ermeticamente chiusa davanti ad  un fuoco divampante e talvolta anche fra due fuochi. Ma ciò non bastava ancora: essi, dopo la frizione venivano messi a letto , dove del resto era prescritto che passassero tutta la giornata avvolti per di più accuratamente in parecchie coperte di lana.  In  più i poveretti venivano obbligati   a restare per trenta o quaranta giorni, e talvolta  di più , senza mai cambiare la biancheria affinchè il mercurio producesse i suoi benefici effetti.

La cura non era giudicata  efficace se non aveva come effetto la salivazione che all’epoca si riteneva fosse il mezzo attraverso il quale “il virus” veniva eliminato dal corpo; si era convinti  infatti che  il mercurio,  penetrando nell’organismo,  agisse solo meccanicamente “scacciando il male senza entrare in combinazione col virus”,  il quale veniva espulso, attraverso  l’urina  ma soprattutto attraverso la sudorazione. Perciò  questo triste periodo della terapia antisifilitica, fu detto “della salivazione“.   Oggi sappiamo invece che la salivazione è il sintomo più comune causato dalla intossicazione da mercurio.

I guai del mercurio, o meglio dell’abuso del mercurio furono talmente tanti che a partire dal 1517 fu pian piano sostituito dal decotto di guaiaco o “legno santo” pianta che  all’epoca cresceva solo in America e che gli  indigeni del luogo utilizzavano per la cura delle lesioni della sifilide.

Un’officina farmaceutica dove si lavorava il Guaiacum o Lignum vitae

Il decotto di guaiaco si preparava facendo macerare una libbra di questo legno macinato in 8-10 litri di acqua per circa 24 ore. Poi si faceva bollire l’ infuso  fino a che si otteneva una riduzione fino ad un quarto; quindi si dava da bere questo decotto ogni 3-4 ore per un periodo variabile e non superiore ai 40 giorni.

Anche qui passati pochi anni e l’entusiasmo della moda si assistette al tramonto del guaiaco ed alla nascita di nuove  terapia a base di china, di sassofrasso e quindi salsapariglia: tutti ebbero vita breve e a loro volta vennero sostituiti da altri effimeri rimedi.

Per curiosità si riporta la ricetta del “decotto dello Zittman”:
salsapariglia grammi 375 in acqua bollente litri 24.  Far digerire per 24 ore ed aggiungere zucchero di allume gr. 45 , mercurio dolce gr. 15, cinabro gr. 4. Ridurre ad 8 litri e  verso la fine aggiungere sena gr. 9, liquirizia gr. 45, anice gr. 15, finocchio gr. 8,  dose : 1 / 2 litro mattina e sera.

Si passò quindi a rimedi del mondo animale come il veleno della vipera ed addirittura la carne della tartaruga.

Nel ‘500 veniva consigliato, soprattutto dalla Chiesa, anche il metodo  della prevenzione del “contagio dell’amore” attraverso  l’astinenza sessuale o l’uso di un “lintoleum ad mensuram glandisil profilattico del tempo fatto di fodere di lino immerse in una soluzione di sale e di erbe , tra cui il precipitato di mercurio. Gabriele Falloppio consiglia in alternativa di lavarsi dopo il coito e in seguito di coprire il glande con un pezzo di stoffa macerata   in un preparato di vino, trucioli di guaiaco, pagliuzze di rame, mercurio precipitato, radici di genziana, corallo rosso, cenere d’avorio, corno di cervo bruciato… Il tutto  doveva restare sul pene per 4/5 ore.

Visto comunque  l’insuccesso dei nuovi rimedi ed il brancolare nel buio più totale si assistette al ritorno, verso la meta del 1500, alla cura a base di mercurio.  Accanto alle frizioni cosiddette forti che arrivavano fino alla salivazione, sorsero quelle cosiddette deboli, che si arrestavano ai primi segni. In questo periodo si ricorda  Girolamo Mercuriale, professore di medicina di Padova, che nel 1587 coraggiosamente mitiga la cura mercuriale prescrivendo per ogni frizione solo  due “dramme”  (circa 7,5 grammi) di mercurio; stabilisce inoltre  un periodo di tre giorni di frizioni alternati  da un giorno o due di riposo e fa durare ogni periodo completo di cura non più di quindici giorni.

E’ in questo periodo che accanto alle frizioni compare un altro mezzo di somministrazione del mercurio che è quello delle fumigazioni; esse  venivano praticate  ponendo il paziente all’interno di una  “botte” (v. foto), una specie di stufa mercuriale con all’interno uno sgabello, sul quale il paziente veniva fatto sedere, in attesa della cura. Questa consisteva nel versare, in un braciere che si trovava pure all’interno della stufa, la relativa dose di cinabro da cui, per sublimazione, esalavano dei vapori di mercurio, che erano poi assorbiti dal corpo del paziente in piena sudorazione. 

Le tre botti di Campailla conservate al Museo a lui dedicato a Modica

Il Campailla introdusse l’aggiunta di incenso all’interno della botte,  in una dose che consentiva, ai vapori sprigionati, di essere più “respirabili” per un certo lasso di tempo, variabile dai 10 ai 20 minuti circa, a seconda delle condizioni soggettive del paziente. Il Campailla modificò anche la forma della botte; queste infatti avevano un foro che consentiva ai malati di tenere fuori la testa e di non respirare i vapori di mercurio. Campailla, ritenendo importante che venissero respirati questi vapori, eliminò il foro costringendo i pazienti ad essere rinchiusi completamente all’interno di queste botti. Questo strumento prese il nome di “botte di Campailla” o “botte di Modica” dal nome della cittadina in cui il medico visse.

E dopo le fumigazioni, ed anche prima, purganti e digiuni come abbiamo visto per le frizioni.

Le fumigazioni tuttavia finirono dopo poco con l’essere ritenute dannose per il polmone, per il cuore e per il cervello e perciò furono quasi del tutto abbandonate.

Sempre in questo periodo Andrea Matteoli inaugurò per primo il cosiddetto metodo gastrico che consisteva nella somministrazione delle pillole mercuriali del Barbarossa dal nome di un pascià turco, che di esse si era molto giovato contro la sifilide e che perciò volle farne un presente al suo amico ed alleato Francesco I.  Ma anche queste  ebbero vita breve.

Il 1600 si caratterizza per il consolidamento della terapia a base di frizioni utilizzando però pomate depurate sempre più di quelle sostanze che ne rendevano la formula complicata e maggiormente dannosa.

Il 1700 vede l’introduzione  del metodo detto per estinzione. La scoperta della circolazione del sangue fatta da Harvey aveva aperto nuovi orizzonti non solo alla fisiologia, ma a tutte le branche della scienza medica. La terapia delle malattie ne risentì in modo positivo. La nuova scoperta fece cambiare idea circa  l’assorbimento  e la eliminazione dei  medicinali, che immessi nel circolo non dovevano solamente espellere meccanicamente i “virus morbosi”, come si era ritenuto fino ad allora, ma, interagendo con essi  dovevano dapprima distruggerli  per poi espellerli. Queste nuove conoscenze  segnarono la caduta della teoria umorale e quindi della salivazione nella cura mercuriale mentre veniva in auge  il metodo gastrico in particolare con l’utilizzo  del sublimato corrosivo causa tuttavia di importanti effetti collaterali: “il sublimato, e in generale tutti i sali mercuriali, hanno un sapore acre, metallico, stitico. Suscitano un senso di costrizione alla gola, ansietà, singhiozzi, soffocazione, acerbi dolori allo stomaco ed a tutto il tubo intestinale, sete ardente, implacabile nausea, vomiti d’un liquido non di rado sanguinolento,  che non fa effervescenza sui mattoni e non inverdisce il siroppo di viole: diarrea, talvolta dissenteria, frequenti voglie di orinare, con impossibilità di riuscirvi; lipotimie, sudori freddi, crampi agli arti, una sensibilità universale, convulsioni, colle quali la morte pone termine a questa orribile scena di ambasce”.

Il sublimato corrosivo si utilizzava per spennellature sulle lesioni cutanee

Per questo motivo Domenico Cirillo raccomanderà quello che in seguito venne chiamato “il Cirilliano”, vale a dire il sublimato corrosivo unito a grasso di maiale a creare una pomata da applicare a gambe e piedi. Questo rimedio non provocava, almeno apparentemente, un peggioramento del quadro clinico dovuto ai gravi effetti collaterali della terapia orale. Il metodo delle frizioni rimase ancora qualche anno a contendere il campo al metodo gastrico fino ad essere quasi del tutto abbandonato. Come diceva  il Sigmund,   « la cura della strofinazione veniva  quasi esclusivamente esercitata da qualche medico militare e da pochi specialisti, ed anche da questi era limitata solo alle forme di malattie gravi e croniche e già con altri mezzi trattate senza successo ».

Il 1800 si caratterizza per la seconda crisi del mercurio (dopo quella della prima metà del 1500). Fu il Fergusson,  chirurgo dell’armata inglese a proclamare nel 1813 la guarigione della sifìlide senza mercurio , con la sola igiene. Occorre però sottolineare come ancora in quel periodo vi era la tendenza a confondere la sifilide con altre malattie veneree che avevano un decorso clinico del tutto benigno  come la gonorrea e l’ulcera venerea,  anzi spesso queste ultime venivano rappresentate come aspetti diversi della stessa malattia ossia della sifilide. Si deve a Ricord nel 1835 il merito di far chiarezza sulla differenziazione delle 3 malattie riabilitando in tal modo il trattamento con mercurio della sola sifilide.

Frizioni e cura mercuriale per via gastrica tornarono a dividersi  in tal modo il terreno,  riuscendo ad avere la meglio anche sul  metodo detto  della sifìlizzazione  che  si proponeva di guarire la sifilide con inoculazioni multiple del  virus dell’ulcera molle, nella speranza di esercitare una specie di vaccinazione dell’ organismo infetto.

Nel 1863 fu introdotta, accanto alle frizioni ed alla terapia per via gastrica anche quella con sali di mercurio somministrati con  iniezioni per via ipodermica, intramuscolare o endovena.  I vari metodi venivano utilizzati in base alla gravità della malattia; per cui in presenza di manifestazioni importanti venivano preferite i preparati mercuriali “energici” che erano le frizioni  e le iniezioni di sali di mercurio insolubili, tra cui il calomelano, mentre nelle forme di sifilide meno gravi si ricorreva ai preparati di mercurio ” leggeri” rappresentati dalle iniezioni di sali di mercurio solubili e dalla somministrazione per bocca (via gastrica). In questo periodo si ricorreva all’utilizzo anche dello ioduro di potassio  tra un ciclo e l’altro a base di mercurio.

Una lozione classica utilizzata nel 1900 era “l’unguento napoletano“:  10 parti di mercurio e 10 parti di grasso; il grasso a sua volta era costituito da 7 parti sugna + benzoino e 3 parti di grasso di montone.

In questo periodo i  pazienti non venivano più sottoposti a frizioni su tutto il corpo ma si prediligevano aree cutanee dove la pelle era più sottile e priva di peli.

In genere venivano preferite la superficie laterale del torace, dell’addome e degli arti superiori ed inferiori avendo cura di modificare la zona trattata ad ogni frizione.  Certo anche nel XX secolo non mancavano modi curiosi di somministrare l’unguento; così vediamo che alcuni medici frizionavano con il mercurio il pene  pensando che la cura fosse più efficace se veniva praticata nella zona di ingresso del “virus sifilitico”.  Oppure c’era chi, basandosi sul concetto dell’alto potere assorbente delle  mucose, introduceva l’unguento nell’ano  o nelle cavità nasali; Schrumps, mostrando  un certo grado di inventiva,  consigliava dei bastoncini di burro di cacao detti “Asyph” nei quali veniva incorporato del mercurio metallico e che dovevano essere inseriti nel solco balano-prepuziale e lì tenuti per alcune ore. La pasta di Metshnikoff  a base di calomelano spalmata sul pene  si riteneva invece avesse  una funzione profilattica.

Anche per il dosaggio venivano stabilite delle quantità precise dell’unguento (3-4 grammi per frizione nell’adulto e 1-2 grammi nel bambino). Ogni frizione non doveva interessare una superficie superiore ai 15 cm quadrati. Le frizioni dovevano essere praticate in modo energico per almeno 20 minuti ed in genere fino ad avvenuto essiccamento dell’unguento.

Nel 1910  al mercurio fu abbinato anche un trattamento a base del “Preparato n. 606” , un composto arsenicale sintetizzato da Ehrlich, Bertheim, Hata e commercializzato come  Salvarsan successivamente soppiantato dal “Preparato n. 614”,  il Neo-Salvarsan; anch’esso però ebbe vita breve per i frequenti e gravi effetti avversi.

Dalla metà degli anni ’40 la Sifilide inizia ad essere curata con la Penicillina antibiotico scoperto da Fleming nel 1928. Un fungo microscopico, il Penicillum  notatum,  invase le colture di microbi che  stava usando per le sue ricerche. Lo studioso poté così osservare che le sostanze prodotte da questi funghi impedivano la crescita dei batteri, ed anzi li distruggevano.

Il regno del mercurio finisce così dopo oltre 450 anni di predominio quasi ininterrotto.

Ancora oggi la penicillina conserva  intatta la capacità  di uccidere il batterio (Treponema Pallidum) che causa la sifilide; per le forme di recente insorgenza basta una sola iniezione per sconfiggere la malattia.

Il mercurio invece  lo si può  trovare solamente  in alcuni  disinfettanti  locali per uso esterno (ad esempio la Merbromina contenuta nel”Mercurocromo”) che trovano ancora impiego in numerose nazioni, benché in altre siano stati messi al bando.

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