messina 1743: resoconto sulla epidemia di peste e sullo spurgo generale

23 Giugno 2018 0 Di Alessandro Livi

In occasione dell’epidemia di  peste che colpì la città di Messina nel 1743  scomparve il 71,6%, della popolazione cittadina: grazie al doppio censimento operato dalle autorità locali all’inizio del morbo e un anno dopo la sua cessazione, sappiamo che da 40.321 abitanti Messina scemò a 12.480. Ai morti della città occorre aggiungere i morti dei villaggi, assommati a 14.561, di cui 9 .425 nella parte meridionale del territorio comunale e 5.316 nella parte settentrionale.

Gaspar Van Wittel, Veduta di Messina, 1714 ca., olio su tela (con il lazzaretto in primo piano).

Molti decessi fra questi si ebbero non tanto per il contagio, quanto per inedia: I’impossibilità di reperire, in particolar modo in città, qualcosa da mangiare procurò un alto numero di morti. Fondamentali per gli esiti della epidemia risultarono gli aspetti sanitari. Il “cordone” steso tutt’attorno al territorio messinese funzionò egregiamente, aiutando a limitare  il contagio che altrimenti si sarebbe sparso  per tutta l’isola. Interessanti infine sono i provvedimenti presi proprio all’inizio del 1744 per lo “spurgo” della città, sotto la guida del medico veneziano Pietro Polacco, di cui sono state ritrovate le “Istruzioni”.

Il tutto ha  inizio nel mese di Marzo del 1743 quando nel porto messinese approda  una tartana (piccolo veliero monoalbero) partita trenta giorni prima da Missolungi, piccolo paese greco situato alla bocca del golfo di Lepanto, con un carico di lana, tessuti vari e frumento. Come era d’obbligo a quei tempi il capitano, tal Aniello Bava, mostrò al responsabile portuale la patente di sanità (vedi qui le antiche misure di prevenzione nei confronti delle epidemie)  che dichiarava la presenza di 12 marinai compreso il capitano. Dalla verifica però risultarono presenti solo undici persone. Interrogato a tal proposito il capitano dichiarò che durante il viaggio un marinaio perse la vita per motivi imprecisati probabilmente conseguenza delle fatiche della traversata. Dopo aver data ampia assicurazione di non aver  avuto contatti, durante il viaggio, con altra gente, gli undici componenti della barca furono condotti al Lazzaretto della città e sottoposti ad accurata visita medica dalla quale risultarono tutti in buona salute. Il segretario della Deputazione di Sanità (organo istituzionale guidato da un magistrato con funzioni di prevenzione e controllo delle malattie epidemiche) dopo aver visionato la documentazione diede ordine di trasportare il veliero nella zona del porto dove era collocato il Lazzaretto. Vennero sbarcate tutte le merci nei magazzini del Lazzaretto dove sarebbero rimaste per  il prescritto periodo di quarantena; allo stesso tempo il capitano diede gli ordini per il disbrigo delle ulteriori pratiche al termine delle quali l’imbarcazione avrebbe ripreso la navigazione. 

Nel riquadro in basso a sinistra il lazzaretto «nuovo » così come era nel 1743 quando scoppiò l’epidemia di peste. (Parigi, Bibliothèque Nationale de France, Departement des Cartes et Plans, Ge C 16340). Si trovava sulla lingua di terra che fronteggia il porto di Messina e che prende il nome di penisola (o braccio) di S. Raineri. Era riservato alle sole quarantene di osservazione.

Il 22 di marzo tuttavia il capitano si ammalò di erisipela e dopo tre giorni morì per complicazioni neurologiche secondo quanto riferito dai medici del Lazzaretto. Passati altri due giorni giunse voce ai medici che un altro marinaio si era ammalato; giunti sulla barca lo trovarono già morto; ispezionato il cadavere lo trovarono coperto di petecchie e con un bubbone sotto l’ascella. Si decise quindi innanzitutto di portare al largo di Messina il veliero e quindi di darlo alle fiamme. Per facilitare ed accelerare  l’operazione la stiva fu imbottita di pece, zolfo e catrame. La merce che, nella fretta di portare al largo l’imbarcazione, rimase ancora nei magazzini fu trasferita in un luogo fuori  città e data alle fiamme. L’equipaggio fu posto in quarantena all’interno di un baraccone a poca distanza dal Lazzaretto. Tutti i marinai vennero fatti denudare e le vesti furono bruciate; quindi dopo una completa rasatura ed un bagno con acqua ed aceto gli vennero forniti indumenti puliti. Tutta la zona intorno al baraccone venne posta sotto stretto controllo da personale militare. Il 14 di Maggio terminò il periodo di quarantena dell’eqiuipaggio senza riscontro di  casi sospetti e con grande giubilo si rese grazie a Dio per lo scampato pericolo con un Te Deum cantato nella maggiore Chiesa della Città. La gioia fu però di breve durata perchè passata qualche ora giunge voce di persone ammalate con febbre e comparsa di bubboni nel quartiere “dei Pizzillari”. Il Magistrato della Sanità inviò subito sul luogo i medici con l’ordine di riferire il prima possibile sulla gravità della situazione. Al loro ritorno riferirono di non aver riscontrato alcun caso di malattia contagiosa. Sta di fatto che nei giorni successivi e per tutto  maggio venivano riportati un alto numero di malati tanto che alla fine del mese si raggiunse il numero di 331; alcuni di questi morirono dopo alcuni giorni di malattia. Tuttavia i sintomi che si riscontravano erano del tutto aspecifici come vomito, diarrea, mal di testa e mai furono evidenziati i classici bubboni della peste. Al congresso che si tenne il 23 dello stesso mese si decise di intraprendere misure di ordine generale come il bruciare legna ed ossa per depurare l’aria responsabile di questi sintomi e la somministrazione di alimenti come pane, carne e vino. Inoltre si ordinò di seppellire i cadaveri cospargendoli di calce. Si cercò ancora di rassicurare la popolazione  diffondendo la notizia che trattavasi di epidemia maligna ma non di malattia contagiosa in quanto i malati non trasmettevano i sintomi a coloro che li curavano ed ai familiari ed alto era il numero di chi riusciva a guarire. Inoltre simile malattia si diceva essere stata già riscontrata nella città siciliana di Bronte nel 1741.

Con il passare dei giorni e assistendo ad un numero di ammalati e di morti che invece di ridursi aumentavano sempre di più si dispose che venissero attuate tutte le cautele previste nei casi di malattia contagiosa e quindi vennero proibite adunanze pubbliche e l’ospedale della città venne attrezzato a Lazzaretto. Nei primi due giorni di giugno morirono 259 persone.  Nonostante  la gravità della situazione il popolo, con la speranza di ricevere la grazia, volle nonostante tutto, celebrare la festa di SS Maria  della Lettera il 3 di giugno.  Il 4 giugno le autorità sanitarie dichiararono ufficialmente che era in corso una epidemia di peste. Chi ne aveva la possibilità, dopo aver fatto una abbondante provvista di cibo, si rifugiò nelle campagne circostanti. Il senato della città ottenne  6000 onze dal Vicerè che servirono per gli acquisti di generi di prima necessità e per la attrezzatura necessaria per allestire come si conveniva i luoghi di raccolta degli ammalati, Venne pubblicato un “bando penale” perchè tutti gli”ammorbati” venissero trasportati nel convento di S. Maria di Gesù fuori dalle porte della città. Venne individuato il personale medico, coloro che dovevano assistere ed alimentare gli ammalati e chi invece trasportare i cadavere sopra dei carretti per essere trasportati nella fossa comune detta “de’ svizzeri” fuori Porta Imperiale. Con il passare dei giorni il numero dei morti e degli ammalati aumentava sempre di più tanto che la fossa comune risultò ben presto al limite della sua capienza. Cominciarono i primi disordini,  i carri risultavano introvabili, così come i “beccamorti” e chi era addetto alla comune manovalanza. Per mancanza di personale anche i forni avevano seri problemi nella lavorazione del pane. Scene tristissime si sovrapponevano tra di loro dipingendo un quadro apocalittico da fine del mondo. Giovani madri già decedute abbracciate ai figlioli vivi e piangenti oppure genitori che vagavano per le strade portando in braccio i corpi senza vita dei propri figli, poveracci in preda al male abbandonati dai propri familiari e cadaveri sparsi qua e là in avanzato stato di decomposizione che emanavano un lezzo indescrivibile. In mezzo a questa catastrofe chi poteva cercava di allontanarsi forzando od eludendo i controlli che erano posti tutti intorno alla città con il compito di impedire contatti tra la popolazione ed i forestieri.  Nella città regnava un tale  caos che il Senato decise di chiedere il sostegno del governatore della città che impressionato dallo stato di devastazione  inviò il 20 giugno 200 soldati che, in assenza di carretti e di luoghi adatti per la sistemazione dei cadaveri e bardati con vesti impeciate, si diedero da fare per bruciare tutti i cadaveri negli stessi luoghi dove venivano trovati, provvedendo quindi a cospargere i luoghi di pece, zolfo, bitume ed altre sostanza per disinfettare e per rendere l’aria più respirabile. La loro opera fu così incisiva che già dai primi giorni di luglio le strade risultavano sgombre di cadaveri nonostante la strage pestilenziale continuasse senza sosta. Furono impartiti ordine affinchè gli stessi  soldati provvedessero alla lavorazione del pane ed alla macellazione della carne per dare un minimo di sostegno a quelli che ancora risiedevano all’interno della città.

Con l’inizio di Agosto si assiste ad un consistente aumento degli aiuti sotto forma di generi  di prima necessità come cibo, medicine, vestiario e quant’altro necessario per risollevare il morale della popolazione decimata dalla epidemia. Da Napoli il re inviò anche  personale medico e di fatica e denaro in quantità bastevole per provvedere a tutto ciò che veniva reputato indispensabile. 

Dalla fine  del mese si assistette ad una attenuazione della epidemia finchè il 6 settembre il Senato della città informò il Vicerè che la situazione era finalmente sotto controllo, la città liberata non solo di cadaveri ma anche degli  ammalati sospetti  che erano stati inviati all’Ospedale di S. Alberto fuori Porta Imperiale mentre chi ancora era in preda ai sintomi della peste era stato indirizzato al Convento di S. Alberto trasformato a Lazzaretto, mentre l’ospedale di Montesanto (convento dei Carmelitani) era stato predisposto per accogliere i convalescenti. Veniva confermata l’assenza di nuovi contagi tranne rarissimi casi verificatisi nelle campagne vicino che venivano immediatamente trasferiti al Lazzaretto. Per mantenere queste condizioni venivano impartiti ordini severissimi ai soldati perchè nessun contatto avvenisse tra residenti e forestieri; a tal fine  vennero bruciate tutte le imbarcazioni presenti nel porto; si mantennero inoltre chiuse tutte le chiese impedendo qualsiasi assembramento che non fosse strettamente necessario. Le case infette e disabitate si mantennero sbarrate per impedire che da esse fossero trafugati oggetti contaminati; furono istituite a tal fine ronde composte dagli stessi cittadini per impedire qualsiasi effrazione. I sopravvissuti si davano invece daffare per ripulire e disinfettare le loro case impiegando tutte le precauzioni per impedire l’eventuale diffusione del male. 

Richiesta più volte dal senato della città al Vicerè, finalmente l’11 di dicembre giunse a Messina da Venezia  la squadra di specialisti deputata allo Spurgo Generale. Era costituita da tre subalterni, due camali (operai), un coadiutore ed il Dott. Pietro Polacco. La squadra sarebbe stata affiancata da un gruppo di soldati per i lavori manuali. Divieto assoluto per la popolazione di partecipare allo spurgo “affinchè senza umani riguardi s’adempissero le regole della purificazione generale delle case“. Affinchè questa fosse eseguita nella maniera più approfondita venne assicurata dalle Autorità l’impunità nei riguardi dei proprietari delle case in cui fosse stata trovata della refurtiva o di dubbia provenienza e questo per impedire che fosse nascosto qualsivoglia oggetto che, se non purificato, sarebbe potuto diventare fonte di contagio. 

Venne deciso di spurgare innanzitutto il Lazzaretto del braccio di S. Raineri perchè, una volta purificato, servisse da luogo dove poter consentire lo spurgo del materiale (mobili, coperte e suppellettili varie). Quindi si pubblicò un bando penale in cui veniva comandato alla popolazione di liberare le proprie case di tutto ciò che si riteneva da buttare accumulandolo lungo le strade. Carcerati con carretti sarebbero passati ogni giorno per prelevare il tutto e portarlo in un luogo assegnato dove sarebbe stato dato alle fiamme. Si ordinava inoltre di uccidere tutti gli animali con pelo perchè ritenuti possibili fonti di contagio. Perchè le disposizioni fossero eseguite da tutti e nel modo corretto ad ogni quartiere venne assegnato un supervisore. Non mancarono disguidi e complicazioni soprattutto nei primi giorni come ad esempio la pleurite che colpì il dott. Polacco o la scoperta di alcuni casi di peste nella zona detta “terra della scaletta”  situata nella parte meridionale della città. Ambedue si risolsero senza complicazioni.  Come Dio volle si passò alla seconda fase nella quale si sarebbe provveduto alla “disinfestazione” delle case abbandonate dove i proprietari erano morti ed alla “purificazione” delle case abitate. Per quanto riguarda la disinfestazione si stabilì che essa dovesse essere praticata da una sola persona per singola casa.  Inoltre per non dover arrecare maggior disturbo alla popolazione, venne comandato di eseguire la disinfestazione in due fasi, dapprima nella parte di città situata a sud e successivamente in quella posta a nord. All’uopo venne deciso di disporre una lunga e stretta linea di confine fatta di tronchi e rami di alberi che partendo dal muro vicino la chiesa di S. Pelagia scendesse in direzione della riva del mare  terminando in prossimità della statua di Nettuno.  In questo modo la città sarebbe stata divisa in due parti e nessuno, tranne chi doveva portare cibo e vettovaglie, aveva il permesso di passare da una parte all’altra. Gli abitanti della zona della città interessata dallo spurgo non avrebbero potuto abbandonare le loro case per tutto il periodo della disinfestazione che ogni giorno veniva eseguita dalle 8 fino alle 16,30. La campana del castello di Matagrifone del feudo di Rocca Guelfonia (foto a lato) avrebbe scandito l’inizio e la fine della disinfestazione giornaliera.

Prima di entrare nelle case  veniva acceso un fuoco dentro un braciere alimentato da pece, antimonio, zolfo, orpimento, salnitro e canfora i cui fumi avrebbero disinfettato gli ambienti. Ciascuna casa veniva quindi scrupolosamente liberata di tutto ciò che si riteneva sospetto quindi si passava ad una attenta pulitura degli ambienti, dei mobili e delle suppellitili ritenuti sicuri. Il tutto veniva lasciato   alla  ventilazione garantita dalla apertura di porte e finestre.  Una volta eseguita la disinfestazione la porta di ingresso della casa veniva segnata con vernice rossa.

Il 6 febbrraio si conclusero i lavori di disinfestazione nelle case abbandonate.

Il 18 dello stesso mese vennero pubblicate le istruzioni  della seconda fase dello spurgo che doveva essere eseguito nelle case abitate. In questo caso le operazioni sarebbero dovute essere eseguite dagli stessi proprietari.

Era da ” ..doversi in ogni casa separare i mobili più sospetti da quelli meno sospetti…, scoparsi bene le camere, nettarsi le soffitte, mura e tetti; darsi la pasta, con tre mani di calce, strempata (diluita) in acqua di mare alle stanze tutte. Lavar i pavimenti e legnami con acqua salsa. Profumar per una notte le camere, specialmente ove morirono appestati, valendosi de’ profumi di pece navale in cinque porzioni, zolfo una porzione, orpimento, antimonio ed incenso mezza porzione, ed una di bacchi di ginepro, o semi di cimino, quali polverizzatisi mescolassero con la pece liquefatta. Indi stendersi corde nelle parti più ventilate, ed ivi appendersi le robe, ricercarsi le cisterne e pozzi per vedere se in essi caduta fosse roba infetta. Nettarsi e profumarsi le stalle dopo l’inalbamento (imbiancamento)  di calce viva. Discucirsi i materassi, lavarsi con acqua di mare la lana, e così pur le coperte e coltri. Le robe di lino tuffarsi nell’acqua dolce bollente ed indi asciutte profumarsi con bacche di ginepro e foglie secche di rosmarino. Li drappi, panni, pelli, e simili in cui non vi fossero guarnizioni d’oro, o argento, appendersi e profumarsi per una notte ed indi ventilarsi per 22 giorni. Le cose però guarnite d’oro o argento dovessero ventilarsi per giorni 40. Li quadri lavarsi, ove era la pittura con acqua vite  o di dietro con aceto. Gli armari, casse e scrigni scrigni nettarsi intieramente d’ogni cosa, e lasciarsi aperti per lo termine della ventilazione. Le matasse di seta tinta, e calami filati, e simili profumarsi con la crusca e canfora e lasciarle alla ventilazione..”

Le operazioni iniziarono il 2 marzo e terminarono il 10 aprile. Successivamente si procedette alla sigillatura con “colla di  marmorajo” (marmista) di tutte le fosse comuni in cui erano stati seppelliti gli appestati. Si riesumarono inoltre tutte le salme che erano state seppellite in vicinanza del mare e si bruciarono. 

“..certifichiamo, attestiamo, giuriamo, ed al mondo tutto facciamo palese, che qui a Messina… lo spurgo generale eseguito per ordine di S.M. dal suddetto Dott. Polacco, è stato accertato, esatto e ben conchiuso e come tale consideriamo la città restituita alla sua primiera salubrità ed in attesa di ottenere la libera pratica con tutte l’altre nazioni. Oggi in Messina li 29 Maggio 1744.”

Così si concludeva il documento firmato dal dott. Polacco  in cui dichiarava che la città di Messina era stata completamente liberata dal morbo della pesta e che per tale motivo non vi era più pericolo di contagio Non vi era più quindi necessità di limitare la circolazione, tutte le attività commerciali potevano riottenuto il permesso di riaprire, le chiese di accogliere di nuovo i fedeli e  gli uffici pubblici di riprendere le loro attività. Poteva inoltre essere consentita la libera circolazione delle merci sia per via terra che per mare.

La certificazione del Dott. Polacco doveva quindi passare al vaglio del giudizio del magistrato della Generale Deputazione della Salute il quale tuttavia ritenne  non sufficiente la durata del  periodo di quarantana a cui la città era stata sottoposta ed  impose che di nuovo fossero effettuate le operazioni di purificazione in tutte le case.

Il 23 febbraio del 1745, a distanza di 9 mesi dalla conclusione dello spurgo effettuato dal Dott. Polacco e dopo ben 15 mesi di assenza di nuovi casi di contagio, finalmente  Messina ricevette “la certificazione” di città liberata dalla peste.

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