quale considerazione avevano gli antichi romani per i loro medici?

9 Maggio 2020 0 Di Alessandro Livi

Al tempo dell’antica Roma la figura del medico professionista  non era ancora  affermata. La medicina veniva essenzialmente praticata dal “pater familias” al quale appunto, tra le varie funzioni, spettava anche quella della  cura della salute del proprio gruppo familiare, schiavi compresi. Accanto alla “medicina domestica” ne esisteva anche una di tipo “ieratico”, praticata dai sacerdoti,  che aveva ricevuto un forte impulso nel 292 a. C. quando sull’isola Tiberina fu costruito un tempio in onore di Esculapio, il dio greco della medicina.

Particolare della colonna di Traiano – un medico militare fascia la gamba ferita di un soldato romano

Le pratiche curative si limitavano a rimedi “naturali”, che impiegavano quanto si poteva facilmente reperire in campagna, la cui presunta efficacia si tramandava oralmente.

L’arte medica intesa come attività  basata sul possesso di una tecnica e di un sapere acquisito sia teorico che esperenziale possiamo dire che muove i suoi primi incerti passi  a partire dal II secolo a.C. con l’arrivo nella capitale dell’Impero dei greci provenienti principalmente da Alessandria da lì fuggiti per le politiche persecutorie attuate  nei loro confronti  dal faraone Tolomeo VIII con conseguente diaspora della gran parte della popolazione di origine greca.

E’ in quel periodo che la medicina  comincia ad essere inquadrata come un mestiere proprio di artigiani  il che significa che ancora non era un’attività adatta o appropriata per i rappresentanti delle classi più elevate della società. 

Nei confronti di questi medici di origine greca la letteratura latina  dal II secolo a.C. fino alla caduta dell’Impero Romano di Occidente, in particolare  quella satirica, epigrammatica e favolistica, si caratterizza  per  un ricorrere più o meno insistente, di resoconti pregni  di motivi polemici con sfumature di varia virulenza  e di rappresentazioni  che arrivano fino alla loro ridicolizzazione.

Sappiamo dalla Naturalis Historia di Plinio il Vecchio che nel 219 a.C. (anno urbis DXXXV)  il primo greco venuto a Roma ad esercitare l’arte medica fu Arcagato figlio di Lisannia (Archagathum Lysaniae filium) il quale iniziò ad esercitare stabilmente in un vero e proprio ambulatorio medico (tabernam) acquistata con soldi pubblici (emptam ob id publice) ed ottenne la cittadinanza romana. 

Una serie di strumenti chirurgici dell’epoca romana

Fu un chirurgo egregio (vulnerarium eum fuisse egregium) e all’inizio del suo arrivo fu straordinariamente gradito (mireque gratum adventum eius initio) poi per la crudeltà di tagliare e cauterizzare fu soprannominato “carnefice” e l’arte e tutti i medici furono trasformati in odio (mox a saevitia secandi urendique transisse nomen in carnificem et in taedium artem omnesque medicos).

Arcagato  fu quindi  il primo medico professionista della storia di Roma. 

Plinio fa della sua breve storia della medicina, premessa al libro XXIX della Naturalis Historia, un  accurato resoconto sui gravi difetti e negligenze di cui, a suo dire,  si rendevano responsabili   i medici.

Nel paragrafo 11 per esempio  li accusa di omicidio per troppo orgoglio nel non ammettere i propri errori (hinc illae circa aegros miserae sententiarum concertationes, nullo idem censente, ne videatur accessio alterius); da questi comportamenti, scrive Plinio, trova motivo l’epitaffio sulla tomba di un poveraccio: “morto per la schiera dei medici” (turba se medicorum perisse). 

L’accusa di omicidio colposo per ignoranza non doveva essere, in molti casi priva di fondamento, all’epoca  non esisteva, per il medico  un curriculum di studi fissato dalla legge, né, tanto meno quello che oggi potremmo definire “un esame di stato”.  Non esistevano ancora delle scuole e laddove erano presenti erano private e la formazione  fornita da queste poteva essere molto diversa sia nella qualità che nella durata e ciò poteva dipendere sia dal maestro che dalle possibilità economiche del discepolo. Conferma dei casi di morte o danneggiamenti gravi della salute dovuti a errori od incuria del medico si ha nelle disposizioni, già di età repubblicana,  conservate nei Digesta di Giustiniano laddove viene trattata  la eredità dei beni in caso di morte del padre di famiglia dovuta ad incuria del medico (Ubi quis incuria necatus est vel medici insidiis, adiri quidem hereditas potest, sed heredi defensio mortis incumbit).

Nel paragrafo 22 Plinio si spinge a dire che commettono omicidio premeditato quando, intenzionalmente, somministrano veleni (non deseram Catonem tam ambitiosae artis invidiae a me obiectum aut senatum illum, qui ita censebat, idque non criminibus artis arreptis, ut aliquis exspectaverit quid enim venenorum fertilius aut unde plures testamentorum insidiae).

Anche nei Digesta (48,9,2) viene prevista la condanna del medico per omicidio volontario.  (Frater autem eius, qui cognoverat tantum nec patri indicaverat, relegatus est et medicus supplicio affectus).

Celebre rimane l’odio nei confronti dei medici greci che Marco Porcio Catone affida alla sua opera  Libri ad Marcum filium. In un frammento che ci è pervenuto  raccomanda al figlio “di diffidare dei greci che sono una razza perversa e indocile (vincam nequissimum et indocile esse genus illorume); il giorno che costoro porteranno qui la loro scienza tutto sara’ corrotto e ancor di più se arriveranno i loro medici (quandoque ista gens suas litteras dabit, omnia corrumpet, tum etiam magis, si medicos suos hoc mittet). Hanno giurato fra di loro di sterminare tutti i barbari con l’uso della medicina e per questo si fanno anche pagare al fine di carpire anche la fiducia e per poterci più facilmente rovinare (Iurantur inter se barbaros necare omnis medicina, sed hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit et facile disperdent). Guardati dai medici (Interdixi tibi de medicis).

I greci solevano definire barbari tutti coloro che non si esprimevano con la loro lingua, da qui l’appellativo di “barbari” (coloro che si esprimono con linguaggio incapibile)  rivolto ai Romani. 

Interessante appare anche il riferimento all'”onorario” (mercede) che i medici greci richiedevano. Era spregevole infatti per gli antichi Romani che Ia vita potesse dipendere dal pagamento di un salario considerando anche che la richiesta stessa di denaro  era ritenuta propria delle professioni servili tanto da far dire a Plinio: “Gli antichi non condannavano l’attività, ma la pratica, soprattutto poi rifiutavano che si ricavasse guadagno a prezzo della vita” (non rem antiqui damnabant, sed artem, maxime vero quaestum esse manipretio vitae recusabant).

Puro sarcasmo condito da passaggi al vetriolo caratterizza gli scritti,  sotto forma di epigrammi,  di Valerio Marziale letterato del I secolo d.C. di origini spagnole. I medici, per il celebre poeta, sono ora degli assassini, capaci solo di far morire i pazienti con la loro imperizia, ora dei ciarlatani, che fanno peggiorare con le loro cure lo stato di salute dei malati, ora dei ladri d’appartamento e seduttori delle mogli.

(Epig. 1, 47) Fino a poco fa Diaulo faceva il medico, ora fa il becchino; quel che fa ora come becchino, lo faceva da medico (Nuper erat medicLts, nunc est vispillo Diaulus: quod vispillo facit, fecerat et medicus).

(Epig. V, 9) Stavo male: ma tu prontamente, o Simmaco, da me sei venuto accompagnato da cento praticanti. Cento mani gelate dalla tramontana mi hanno tastato: non avevo la febbre, Simmaco, ora ce l’ho ( Languebam: sed tu comitatus protinus ad me venisti centum, Symmache, discipulis. Centum me tetigere manus aquilone gelatae: non habui febrem, Symmache, nunc habeo).

(Epig. VI, 53) Ha fatto il bagno con noi, ha cenato contento, eppure stamattina Andragora è stato trovato morto. Mi chiedi, Faustino, la ragione di una morte tanto improvvisa? Aveva visto in sogno il dottore Ermocrate. ( Lotus nobiscum est, hilaris cenavit, et idem inventus mane est mortuus Andragoras. Tam subitae mortis causam, Faustine, requiris? In somnis medicum viderat Hermocraten).

(Epig. VI, 31) Tu sai Caridemo, che tua moglie fa sesso con il medico e tu glielo permetti: vuoi morire senza essere malato (uxorem, Charideme, tuam scis ipse sinisque a medico futui: vis sine febre mori).

Ignoranza, superficialità e ciarlataneria rimprovera ai medici anche Fedro ne Il calzolaio finto medico che narra appunto la storia di un ciabattino che si improvvisa medico ma viene smascherato dal  re della  città  al quale tentava di somministragli uno dei suoi intrugli. Il re convocata la popolazione dichiarò: “di quale grave stoltezza pensate voi di essere, che non dubitare di affidare le vostre teste, a chi nessuno affidò i piedi da calzare?” Direi che questo veramente si addice a coloro, la cui stoltezza è un affare per la spudoratezza” (Quantae putatis esse vos dementiae, qui capita vestra non dubitatis credere, cui calceandos nemo commisit pedes?’ Hoc pertinere vere ad illos dixerim, quorum stultitia quaestus impudentiae est).

La superficialità e faciloneria nel passare alla professione del medico, dopo aver esercitato altri mestieri anche manuali ed infimi,   trovano sicuramente una conferma indiretta nella mancanza a quei tempi di un tirocinio di studi definito per legge e nelle numerose testimonianze di ciabattini, lavandai e fabbri che si improvvisano medici e di studenti di medicina del tutto ignoranti che non sanno nemmeno leggere oppure di personaggi cialtroneschi   come Tessalo di Tralles che si vantava, a detta di Plinio, di formare un medico in sei mesi. 

L’accusa di avidità di denaro e strozzinaggio è indubbiamente la più comune. Plinio, a riprova, elenca nomi di medici anteriori a lui o contemporanei, divenuti straricchi grazie alla loro arte. Una epigrafe rinvenuta ad Assisi ci descrive l’intensa attività benefattrice di un certo Merula prima liberto e poi medico e seviro (carica pubblica che in genere veniva rivestita da personaggi di umili origini arricchitisi):  Publio Decimio, Eros Merula medico clinico, chirurgo, oculista, seviro. Qui per la libertà pagò 50 mila sesterzi, per il sevirato versò 2 mila sesterzi, per collocare statue nel tempio di Ercole offrì 30 mila sesterzi, per lastricare strade versò nella cassa pubblica 37 mila sesterzi, prima di morire lasciò un patrimonio di 14 mila (?) sesterzi.  

E’ certo comunque che le fonti scritte non dovrebbero rappresentare il mezzo più adatto  per farsi una opinione  sulla reputazione dei medici nel mondo antico considerato  che gli autori di questi testi tramandano soltanto la loro opinione e tutt’al più quella che proviene dall’élite istruita, lontana dalla vita quotidiana dei lavoratori di cui non ci  sono pervenute considerazioni di alcun tipo.

Nonostante tutto anche tra i letterati c’è chi mostra sentimenti di affetto, di riconoscenza e di amicizia. E’ il caso di Plinio il Giovane che nel 98 d.C., come racconta nelle sue Epistolae, si fa  promotore di una richiesta all’imperatore Traiano di conferimento della cittadinanza al suo medico: “l’anno scorso, Signore, afflitto da una gravissima malattia che mi portò fin in pericolo di vita, feci ricorso a un medico, che potrei ricompensare adeguatamente per le sue cure premurose soltanto facendo ricorso alla tua benevolenza: è per questo che ti prego di concedergli la cittadinanza romana, poiché è uno straniero affrancato da una straniera. Il suo nome è Arpocrate…. (Proximo anno, domine, gravissima valetudine usque periculum vitae vexatus iatralipten adsumpsi; cuius sollicitudini et studio tuae tantum indulgentiae beneficio referre gratiam parem possum. 2 quare rogo des ei civitatem Romanam. est enim peregrinae condicionis, manumissus a peregrina. vocatur ipse Harpocras…). 

Anche Cicerone nelle Epistolae ad Atticum ci ha lasciato una toccante testimonianza del rapporto con il suo medico Alexione improvvisamente venuto a mancare: “Che tristezza per Alexio! difficilmente crederesti nella misura in cui mi ha afflitto….mi manca il suo affetto per me, la sua cultura, i suoi modi gentili….cosa c’è che non possiamo temere quando un uomo con tali abitudini temperate, di tale eminenza come un medico, viene portato via da una malattia così improvvisa? (o factum male de Alexione! incredibile est quanta me molestia adfecerit, nec me  hercule ex ea parte maxime quod plerique mecum, ad quem igitur te medicum conferes quid  est quod non pertimescendum sit cum hominem temperantem, summum medicum tantus improviso  morbus oppresserit?).

Lo studio dell’epigrafia (prevalentemente funeraria) ci mostra  quale sia stata la considerazione che gli stessi medici avevano di sè stessi, e quale fosse l’immagine che volevano trasmettere ai loro concittadini; in più ci ha fornito in molte circostanze ulteriori notizie sulle loro condizioni economiche e sullo status civile  acquisiti nel corso della loro vita. 

Le informazioni che ci fornisce l’epigrafe di Merula sopra ricordata, se da una parte servono a Plinio  per accusarlo di avidità e strozzinaggio, dall’altra  ci offrono  un esempio molto chiaro della scalata sociale ed economica di un medico d’origine umile, che grazie alla sua professione  riesce ad acquisire la fortuna sufficiente per acquistare la propria libertà e ritagliarsi un ruolo di rilievo nella società.

Da molte di queste epigrafi sappiamo anche  come alcuni di questi medici abbiano ottenuto nell’ambito municipale delle cariche pubbliche che niente avevano a che fare con la pratica medica, e che dovevano procurare loro un’alta considerazione nei loro circoli di provenienza ed anche tra la  clientela.

E’ il caso per esempio di L. Vafrus Nicephorus, che nella sua lapide funeraria, databile circa all’epoca flavia, grazie al nomen della moglie Flavia Pieris, ricorda non solo la sua professione di medico, ma anche la carica che aveva ricoperto nel municipio di Sassina come patrono del collegium centonariorum (D(is) M(anibus) (L(uci) Vafri / Nicephori / medico pa/tron(o) / c(ollegii) c(entonariorum) m(unicipii) S(assinatium) / Flavia Pieris / marito optumo / et sibi viva / posuit).

Cippi funerari a ricordo di medici romani

Una analisi condotta sul materiale epigrafico raccolto nel Corpus Inscriptionum Latinarum relativamente ai  medici che hanno vissuto ed operato a Roma e nel resto di Italia ha evidenziato la presenza  di 313 iscrizioni (delle quali 173 provenienti dalla capitale). Circa il 15% di queste  ricorda medici con un ruolo pubblico nell’ambito urbano indipendente dalla loro professione e nonostante  le  umili origini che molti dei medici  rivendicano.

Troviamo anche testi che riguardano diverse esenzioni  immunità e privilegi di cui godettero i medici in epoca romana.  Svetonio racconta  per esempio nel suo De vita Caesarum  che Giulio Cesare nel 46 a.C. con un editto  concesse, a tutti coloro che esercitavano la medicina o insegnavano le arti liberali in Roma, la cittadinanza, perché più volentieri prendessero residenza in città e ve ne attirassero altri. (Omnes quos medicinam Romae professos, et liberalium artes doctores, quo libentius et ipsi urbem incolere, et coeteri appetere, civitate donavit). Questo fatto rappresenta un decisivo passo verso l’integrazione e, in particolare, l’ellenizzazione della vita sanitaria di Roma. Indirizzo confermato successivamente da Augusto, che, come riferisce sempre Svetonio nel De vita Caesarum, in conseguenza della carestia del 6 d.C., espelle da Roma gli schiavi superflui, ad eccezione di medici ed insegnanti.

Molti medici furono oggetto anche di esenzioni da incarichi, di riconoscimenti  in ambito pubblico e di una serie di privilegi ed agevolazioni  espressione  di una politica imperiale finalizzata a far sì che i medici rimanessero nelle città ad esercitare la loro professione il che in fondo appare una dimostrazione che i servigi resi dai medici alla popolazione non dovevano poi essere così disprezzabili come una limitata classe di cittadini come i letterati, volevano far credere. Esenzioni e privilegi   se da un lato esprimono il riconoscimento della utilità pubblica della loro professione, dall’altro danno per scontato che essi abbiano un loro patrimonio, perché la concessione di un privilegio presuppone che esista un bene a cui venga applicato e, in effetti, molti medici arrivano a crearsi una vera fortuna unicamente con l’esercizio della loro professione.

Sempre nei Digesta (50,6,7) si fa riferimento alla concessione della esenzione dal pagamento delle tasse per i medici ed  altre figure professionali (Quibusdam aliquam vacationem munerum graviorum condicio tribuit, ut sunt mensores, optio-valetudinarii, medici, capsarii, et artifices et qui fossam faciunt…).

Evento importante nella evoluzione nella scala sociale da parte dei medici è quello legato alla pubblicazione dell’editto del 75 d.C. di Vespasiano “Edictum de privilegiis medicorum et magistrorum“. La lapide marmorea su cui era scritto l’editto fu ritrovata a Pergamus (Asia minore) nel 1934. Lo suo scopo era quello di migliorare le condizioni di vita di queste categorie affinché potessero dedicarsi alle loro professioni  giudicate di grande utilità sociale (Quoniam studia liberis (civibus) convenientia civitatibus publice ac privatim utilia, deisque sacra habentur..). I medici venivano esentati anche dall’onere della “hospitalitas” (obbligo di fornire alloggio a funzionari ed a truppe di passaggio). Veniva sancito anche il divieto per chiunque di vessare o di promuovere azioni giudiziarie nei loro confronti. Riconosceva a loro la possibilità di costituire proprie associazioni immuni da tributi ed oneri.

Da questo  excursus è possibile desumere come sia molto probabile che  accuse e lodi hanno entrambi fondamento rispecchiando una realtà vera ma, con ogni verosomiglianza,  a livelli diversi ed in epoche differenti. Le accuse hanno maggior possibilità di rispondere al vero per quei medici che hanno vissuto nel periodo  tardo repubblicano ed inizio  imperiale e soprattutto tra quei medici che a causa delle loro condizioni socio economiche non potevano permettersi una istruzione adeguata. Rilevanza nel giudizio negativo assume l’origine greca di questi medici che diede luogo a uno scontro tra due sistemi, medici e culturali, profondamente diversi.

Successivamente, a partire dal II secolo d.C. i privilegi concessi ai medici ed il conseguente riconoscimento pubblico dell’importanza della professione, gli stipendi assegnati  a coloro che istruivano i giovani provenienti dai ceti più poveri,  la generale salita,  nella scala sociale, anche dei ceti non aristocratici ed infine, un maggior prestigio della professione, devono aver prodotto un notevole miglioramento della categoria sia a livello di preparazione, che di moralità.

Last Updated on