quando il barbiere era anche chirurgo

11 Aprile 2019 0 Di Alessandro Livi

Io sono suo barbiere, suo chirurgo e suo speziale… La mia bottega è a quattro passi, tinta celeste, vetri impiombati con 3 bacili sopra attaccati; v’è per insegna un occhio in mano: consilio manuque.

Manoscritto autografo di Giovanni Paisiello del Barbiere di Siviglia

Così si esprime Figaro nel Barbiere di Siviglia opera lirica tratta dalla commedia di Caron de Beaumarchais che Giovanni Paisiello musicò e portò in scena per la prima volta a S. Pietroburgo nel 1782.

Interessante notare come il bacile aveva una  duplice  funzione per il barbiere, serviva per essere posto intorno al collo del cliente al quale radeva la barba oppure vicino al  braccio di chi doveva essere sottoposto a salasso; l’insegna che riproduce un occhio nella mano riflette invece le qualità che deve possedere un bravo barbiere-chirurgo: consilio manuque cioè conoscenza e destrezza.

Antica insegna posta all’ingresso della bottega di un barbiere.

Intanto, già prima dell’uscita di Solera e Fortini, era venuto al mio povero Maroncelli un tumore al ginocchio sinistro. In principio il dolore era mite, e lo costringeva soltanto a zoppicare. Poi stentava a trascinare i ferri, e di rado usciva a passeggio. Tutto fu tentato dal medico. Sanguisughe, fontanelle, pietre caustiche, fomenti or asciutti, or umidi. Erano accrescimenti di strazio, e niente più. Dopo i bruciamenti colle pietre si formava la suppurazione…I chirurghi vennero alfine: erano due. Uno, quello ordinario della casa, cioè il nostro barbiere, ed egli, quando occorrevano operazioni, aveva il diritto di farle di sua mano, e non voleva cederne l’onore ad altri. L’altro era un giovane chirurgo, allievo della scuola di Vienna, e già godente fama di molta abilità. Questi, mandato dal governatore per assistere all’operazione e dirigerla, avrebbe voluto farla egli stesso, ma gli convenne contentarsi di vegliare all’esecuzione.

Piero Maroncelli mentre subisce l’amputazione della gamba sinistra da parte del barbiere del carcere. Illustrazione di anonimo

Il malato fu seduto sulla sponda del letto colle gambe giù: io lo tenea fra le mie braccia. Al di sopra del ginocchio, dove la coscia cominciava ad esser sana, fu stretto un legaccio, segno del giro che dovea fare il coltello. Il vecchio chirurgo tagliò, tutto intorno, la profondità di un dito; poi tirò in su la pelle tagliata, e continuò il taglio sui muscoli scorticati.. Il sangue fluiva a torrenti dalle arterie, ma queste vennero tosto legate con filo di seta. Per ultimo si segò l’osso.

Così Silvio Pellico descrive  ne “Le mie Prigioni” l’episodio occorso al suo amico di sventura, Piero Maroncelli, che durante la prigionia nella fortezza  dello Spielberg, dove soggiornò dal febbraio del 1822 fino all’estate del 1830, viene sottoposto ad amputazione della gamba sinistra da parte del barbiere del carcere.

Sappiamo per certo che le origini del mestiere di barbiere sono antichissime; durante i loro scavi in Egitto, gli archeologi hanno rinvenuto oggetti che sono inconfondibilmente  rasoi in bronzo risalenti ad almeno cinquemila anni fa.

La cosiddetta  “Satira dei mestieri”, la più antica nel suo genere, risalente al Medio Regno ed opera di uno scriba di nome Kheti a proposito dell’arte del barbiere riportava “Il barbiere fa la barba fino a tarda sera: si reca in città, si mette agli angoli e sui cantoni, va di strada in strada a cercare chi possa radere; rende forte il suo braccio per riempire il ventre, come l’ape che mangia in proporzione con quanto lavora“.

Se è vero quindi che la  figura del barbiere si può dire che sia nata con l’uomo è altrettanto verificato che non in tutte le epoche e non presso tutti i popoli veniva data uguale importanza all’arte del taglio della barba e dei capelli. La Chiesa, per esempio, a più riprese nel corso del Medio Evo si pronuncia contro i capelli lunghi e i monaci, fin dal VI secolo, erano obbligati alla tonsura dei capelli come segno di umiltà. Nel 1073 papa Gregorio VII, l’autore della riforma della Chiesa, vietò al clero di portare barba e baffi e anche al popolo veniva raccomandato di radersi. Nel 1096 l’arcivescovo di Rouen emana la scomunica a coloro che portano la barba e un provvedimento simile viene adottato anche a Venezia dalle autorità ecclesiastiche nel 1102. Ruggero II,  re di Sicilia nel XII secolo tra il 1140 e il 1142 promulgò l’Assise di Ariano, un complesso di leggi stabilite nel corso di un’assemblea di vassalli in Ariano (oggi Ariano Irpino). Tra le varie disposizioni Ruggero II emana una legge a favore di coloro che nel regno portavano la barba e qualora ad uno qualunque del popolo sia stata deliberatamente e consapevolmente strappata la barba, il reo di tale atto subisca una pena di questo tipo, sei soldi d’oro, cioè reali; se invece il fatto sia avvenuto involontariamente e senza premeditazione, nel corso di una rissa, tre dei medesimi soldi. Per approfondimenti si può consultare il Dizionario delle date di D’Harmonville (1842) e Barba, capelli e baffi nel Medio Evo di G. Cimma.

Tornando ai barbieri possiamo affermare che sarà stato per la dimestichezza nell’uso dei rasoi ed in generale di utensili da taglio, che i barbieri un pò per volta si specializzarono, tra  servizi di taglio capelli e di rasatura,  anche in alcuni compiti chirurgici.

Un barbiere all’opera nella sua bottega. Ryckaert, David, 1612-1661

Tra questi, anche quello di effettuare salassi per togliere le “impurità” dal sangue. Il salasso, pratica medica diffusa nell’antichità fino alla fine del diciannovesimo secolo, consisteva nel prelevare quantità spesso considerevoli di sangue da un paziente al fine di ridurre l’apporto di sangue nelle sue arterie. Inoltre effettuavano estrazioni dentarie, l’unica cura dentistica del tempo, così come medicazioni di ferite, di ascessi ed altre operazioni di “bassa chirurgia”.

Se per gran parte del Medio Evo il mestiere della medicina  è appannaggio di  monaci e chierici  essendo questi gli unici con un sufficiente patrimonio culturale derivatogli dal libero accesso alle biblioteche monastiche, i vari Concili che si succedettero nel corso del tardo Medio Evo ( Reims (1131), Tours (1163), Montpellier (1195), Parigi (1212), Lateranense (1215) e Le Man (1248)  imposero a più riprese  il divieto assoluto ai religiosi di professare le pratiche mediche e soprattutto chirurgiche, poichè ritenute cruenti (ecclesia abhorret a sanguine) ed avverse ai principi religiosi. Questa idea rimase così radicata nella mente della Chiesa universale, che la chirurgia fu ritenuta disonorevole per centinaia di anni. Considerando quindi la posizione della Chiesa in materia e l’analfabetismo che imperava in tutte le classi sociali, compresa quella nobiliare, si può facilmente immaginare come i barbieri che già avevano pratica di piccoli interventi di chirurgia, furono particolarmente avvantaggiati nel vedersi riconoscere come gli unici affidatari di questo mestiere.

Nel Medio Evo, dunque, la “bassa” chirurgia è una pratica minore lontana dalla medicina ufficiale e avversata dai medici e dagli stessi chirurghi, tanto che, presso alcune scuole di medicina, come a Parigi, è addirittura proibito occuparsi di questo tipo di interventi. L’inquisizione stessa censura severamente gli interventi “cruenti” sul corpo umano che prevedono la fuoriuscita di sangue come avviene per esempio nel corso di un salasso. Contrariamente infatti a quanto comunemente creduto l’Inquisizione difficilmente  fece ricorso ai truci arnesi di supplizio che la letteratura moderna spesso è portata a rappresentare.  Vi si opponevano infatti due veti ferrei. Il primo era la proibizione di versare sangue di cui si è fatto già riferimento. Il secondo era quella di  uccidere direttamente il prigioniero, compito demandato alla giustizia civile. I tipi di tortura più utilizzati dalla Inquisizione erano principalmente tre (la corda, l’acqua e il fuoco), e nessuno di essi comportava fuoruscita di sangue.

Nella letteratura del XVI e XVII secolo si reperiscono un maggior numero di  riferimenti alla figura del barbiere. Abbiamo per esempio L. Fioravanti che nella sua opera Dello specchio di scientia universale (1583),  parlando dell’arte del barbiere, afferma che questi servono per cavar sangue agli ammalati, tanto dalle vene quanto eziandio con ventose. Medicano i feriti e gli fanno le stoppate. Cavano i denti, e fanno mille altri servigi…, notizie e attestazioni che ritroviamo scritte anche da  T. Garzoni nel suo notissimo libro La piazza universale di tutte le professioni del mondo (1586).

Ma l’attenzione che la produzione scientifica del periodo denota nei confronti della pratica dei barbieri non si limita a questi brevi cenni; numerosi Autori, infatti, indirizzano le loro opere a tutta la categoria dei barbieri in modo diretto ed esplicito.

Un barbiere impegnato nella imbalsamazione di un cadavere

E’ il caso di Gabriel Fallopio che nel sottotitolo della sua Chirurgia (1620) specifica trattarsi di un’opera non pur utile ai medici, ma molto necessaria ai Barbieri e a qualunque altro eserciti essa Chirurgia per poter methodicamente e brevemente con molti facili rimedi e nobili screti dell’Authore, sanar ciascuna di dette infirmità. E’ un trattato di chirurgia minore  nel quale oltre a descrivere come meglio eseguire i salassi, le medicazioni delle ferite, l’imbalsamazione dei corpi etc., dedica alcuni capitoli al trattamento dei denti e delle gengive, in particolare al modo di mantenere i denti saldi, bianchi e senza tartaro: Si sogliono in tal guisa le gengive relassare chi denti talhora se ne cadono, il che da una grandissima humidità da quelle o dal cerebro o dallo stomaco distillata, o da qualche caduta o da percosse di pietra suol cagionarsi, nel cui caso il seguente bagno farossi, il quale ha virtù di astringere e d’essiccare, astenendosi però da soverchio cibo, e dal mangiare cose che apportano e producono abbondanza di flemma, e soprattutto dal bere soverchiamente.

Guy De Chaulliac, chirurgo francese, nella sua opera dal titolo Chirurgia Magna stampata a Venezia nel 1493 fa riferimento  per la prima volta alla figura del dentista come “professionista” delle malattie dei denti: iste operationes sunt particulares maxime appropriate barbitonsoribus et dentatoribus. Continua ricordando che i “dentisti” dovrebbero essere provvisti di strumenti appropriati, tra i quali: rasoriis, raspatoriis, et spatuminibus rectis et curvis, et levatoriis, simplicibus et cum duobus ramis, tenaculis dentatis, et probis diversis, cannulis, scaipis et terebellis, et etiam limis. . .  .

Il primo libro in lingua italiana in cui la materia odontoiatrica è trattata indipendentemente dalla medicina generale e dalla chirurgia, pur limitandosi all’aspetto igienico-estetico, è proprio opera di un barbiere, Cintio d’Amato che lo pubblicò a Napoli nel 1669 dal titolo Prattica nuova et utilissima di tutto quello, ch’al diligente barbiero

Importanza nell’inquadramento e nel riconoscimento ufficiale del mestiere di barbiere la si riconosce alle varie forme di aggregazione, tra cui le confraternite devozionali e le corporazioni di mestiere che cominciarono a diffondersi nelle varie città italiane già a partire dal XII secolo. Strutturate in modo abbastanza simile, queste forme associative si distinguevano da Comune a Comune per il diverso rapporto dialettico che instauravano col potere politico e lo Stato.

Frontespizio degli Statuti dei barbieri, Roma 1783

Le corporazioni medievali liberamente costituitesi all’interno delle varie categorie artigianali, designavano i propri capi e si davano regolamenti interni (statuti), ai quali dovevano obbedire tutti gli iscritti in un apposito elenco (matricola).  Tra i fini principali di una corporazione vi era quello di regolare la vita dell’associazione e di garantire il rispetto delle disposizioni statali e dello statuto. Gli statuti  costituivano l’ordinamento interno  e ne stabilivano le modalità di funzionamento. Le corporazioni  erano finanziate dalle multe e dalle tasse di iscrizione, e gli iscritti avevano degli obblighi ben precisi: assistevano i poveri e provvedevano alla loro sepoltura, partecipavano al banchetto sociale, intervenivano ai funerali delle mogli degli iscritti, elargivano elemosine.  Alla corporazione spettava anche il culto del santo protettore dell’arte nella chiesa o presso l’altare a lui dedicato. Infatti, le varie confraternite artigiane erano poste sotto la protezione di un santo, al quale veniva dedicato un altare nella chiesa sita nella contrada dove risiedeva la maggior parte dei lavoratori di un determinato settore, e vi riunivano i propri soci, ossia i membri dell’arte, per lo svolgimento di riunioni, assemblee e cerimonie di vario tipo.

A Roma nel 1440 sorse l’Università dei Barbieri anch’essa   corporazione di “professionisti” specializzati nel taglio dei capelli, rasature, salassi, estrazioni dentarie e piccoli interventi di bassa chirurgia (medicazioni di ferite da arma da taglio e composizione di fratture). I barbieri  fissarono la sede in una piccola chiesa oggi scomparsa, dedicata ai due santi protettori Cosma e Damiano prossima a quella di S. Lucia del Gonfalone a via dei Banchi Vecchi, nel rione Ponte. A ordinare nel complesso lo svolgimento dell’attività era l’insieme di regole definite dagli Statuti (foto sopra) susseguitisi dal 1478 al 1846, di volta in volta riformati sul modello dei precedenti per introdurre le disposizioni di bandi ed editti  emanati al fine di ristabilire con fermezza le norme contro i frequenti abusi e l’osservanza degli obblighi sulla correttezza professionale.

Il barbiere si appresta ad eseguire un salasso mentre l’aiutante gli sostiene il bacile.

La licenza per aprire la bottega era concessa dopo il superamento di un esame di abilitazione fatto davanti ad una commissione di maestri della Corporazione per dimostrare che il barbiere possedeva  anche una conoscenza teorica di base del corpo umano derivatagli da un periodo di pratica ospedaliera e dallo studio di alcuni manuali. Un capitolo degli Statuti fissava  modalità per la concessione della patente ai lavoranti barbieri che dovevano essere provvisti dei seguenti requisiti: avere compiuto 25 anni, termine richiesto per il raggiungimento della maggiore età, avere concluso un apprendistato decennale presso un maestro barbiere e svolto un biennio di praticantato presso una pubblica istituzione sanitaria.

Gli statuti veneziani erano conosciuti con il nome di  “Mariegola della Schola” (Corporazione). La Mariegola (dal latino “matricula”), o Regola Madre o Capitolare, nelle Scuole di Venezia definiva quindi diritti e  doveri degli aggregati mentre il Capitolo era l’organo che riuniva tutti i confratelli. Tramite la Mariegola le Corporazioni erano  tenute al pagamento di tasse in base ai guadagni degli iscritti  e impegnavano i loro membri a prestazioni gratuite nei confronti degli indigenti. Lo statuto dell’Arte dei Medici e Speziali di Venezia risale al 1258 mentre quello dei Barbieri al 1270; quest’ultimo in particolare definisce  il campo di attività inquadrando i barbieri quali “chirurghi minori”, attribuendo loro la cura/estrazione dei denti e il salasso …extrahendo et aptando dentes et sanguinem minuendo…. In questo statuto, è previsto tra l’altro l’obbligo di iscrizione alla scuola per poter esercitare il mestiere e l’obbligo del riposo festivo (quod nullus de dicta arte, tam in dominicis diebus quam in festo Nativitatis, audeat radere).

La nascita delle Corporazioni contribuì quindi non solo al  riconoscimento ufficiale della classe dei medici e dei chirurghi ma impose loro anche l’obbligo dello studio attraverso la partecipazione attiva all’insegnamento delle scienze mediche per  il  rilascio di diplomi indispensabili per l’abilitazione all’esercizio. Anche il barbiere era vincolato al possesso di una licenza e sottostava alle norme di polizia e all’autorità del Protomedico in un quadro legislativo differente da città a città, da stato a stato, ma comunque riconducibile a principi regolatori molto simili, volti in linea di massima alla regolamentazione del mestiere ad alla  repressione  dell’attività abusiva.

Sappiamo anche, seppur indirettamente, come erano arredate le botteghe dei barbieri; a tal proposito ci viene in  aiuto Domenico di Giovanni poeta e letterato noto nella   prima metà del 1400, di professione barbiere. E’ soprannominato il “Burchiello”  per descrivere il suo modo di poetare  alla “burchia” e cioè  raccogliere senza ordine nei propri testi immagini, parole e concetti non legati da un contenuto logico (la burchia era infatti una barca su cui si caricavano alla rinfusa le merci). I sonetti “burchielleschi” ci descrivono  i  vari rasoi, colatoi (vasi utilizzati per filtrare l’acqua bollente mista a cenere che diventa così «ranno» o liscivia), secchie, sciugatoi, seggiole, fornelli e naturalmente bacili.  Si tratta di articoli che non devono mancare mai tra le masserizie necessarie per l’esercizio della professione.

Nela botegha ch’io tengho», dichiarava nel gennaio del 1431  il barbiere Cambio di Marco, ò in sustanze 25 fiorini a ragione di maserizie, cioè di ciughatoi e bacili e segiole e altri fornimenti da barbiere. La cifra in sé non era proibitiva, ma  per un giovane all’inizio della sua attività   poteva costituire un capitale non indifferente. E qualche anno prima un altro barbiere, Agnolo di Bartolomeo detto Rosso, scendendo in maggiori dettagli, riferiva di avere con sé tra bacili, segiole, sciughatoi, rasoi, forbicine, spechi, pettini, cholatoi e chaldaie, pietre d’arotare e altri difici atti a l’arte del barbiere 20 fiorini di maserizie. L’organizzazione interna della bottega, dove era del tutto normale che due o tre «maestri» si mettessero in società, dividendo le spese e i guadagni, prevedeva la presenza di altre figure, come lavoranti a salario, garzoni, e fattorini, che si avvicendavano con grande rapidità.

Piace infine riportare quello che possiamo definire un “manuale del perfetto barbiere”  esposto  da Pietro Paolo Magni Piacentino nel suo Sopra il modo di sanguinare (1673): Manifesta cosa è, si come l’arte del barbiere è una delle più utili, e più necessarie alla vita dell’huomo, così essere delle più pericolose ancora, e conseguentemente richiedersi ne gli artifici molto giuditio e molta circospezione. Per la qual cosa ho giudicato bene il dimostrar alcune qualità, o conditioni più principali, e necessarie a chi desidera utilmente e con honore esercitar quest’arte. Dee adunque il barbiere sopra tutto hauer il timor di Dio, che è principio d’ogni scienza e che lo renderà sempre costanta, e incorrotto in ogni occasione; tal che non peccherà giamai per malitia nell’honore, o nella vita, o nella robba di alcuno, essendo cosa chiara, che al Barbiere capita alle mani, non solo ogni sorte di persone, e di ogni stato, così religiose o secolari, e di necessità vede loro tutte le parti del corpo, senza altri secreti molti, che vede e ode tutto dì; ma gli capitano denari ancora, gioie e robbe, e altre cose, e che può con la lancetta, o col rasoio dar la morte a qualch’uno, o renderlo stroppiato di qualche membro. Dee oltre ciò esser presto, e diligente, perchè tutte le operationi del barbiere sono noiose e dispiaceuoli a i patienti; onde, quanto più presto se ne ispedirà, tanto più sarà grato, e ne hauerà lode. Conviene ancora molto che sia pulito, così della persona, come dei vestimenti, ma però senza affettatione. Sia affabile e modesto, perchè con la piaceuolezza sua farà che gli amalati l’ubidiranno sempre, e si acconcieranno come a lui piacerà, che altramente bene spesso non lo farebbono. Sia costumato, alieno da brutti gesti, e da da sporche parole; non bugiardo, non curioso di vedere, o di intendere minutamente le conditioni delle persone, e delle case doue egli praticherà, ma discreto e circonspetto in tutte le cose; e sopra tutto non porti odori e profumi di niuna sorte, per la diversa complessione de cervelli; e molto più poi dee guardarsi di non rendere odor cattivo in alcun modo; onde oltre il tenersi netto e pulito della persona, come s’è detto sopra, fuggirà ancora tutti quei cibi, che fanno puzzare il fiato, e ne gli altri anderà sempre sobrio e così nel bere come nel mangiare; non solo, perchè il fiato, che nasce da repletione di stomaco, o da cibo putrefatto e indigesto non è buono, ma ancora, perchè potrebbe incorrere in molti errori e pericoli; massime quando servisse Principi; perchè il Barbiere ad un certo modo è secretario delle persone loro, si che gli si richiede grandemente hauere il cervello e gli spiriti purgati da superfluità di vapori. Ma non si persuada alcuno di poter esercitar ques’arte bene, se non è dalla natura dotato di bonissima vista e della mano leggiera; massimamente che quando in alcuni ricercasse di aggrauare la mano, può ben ottimamente farlo colui che l’ha leggiera, ma chi l’ha naturalmente grave, non la potrà mai allegerire. Non dirò niente intorno all’altre cose appartenenti al Barbiere, si come è il tosare e il lavar il capo, far le chieriche picciole e grandi, acconciar la barba con giudizio, e conforme al viso, hauendo rispetto e consideratione all’habito, e qualità delle persone; poichè la barba le più volte fa l’huomo bello o ver difforme; lascierò ancora, come dee fa per maneggiar bene e con leggiadria il rasoio e feruir tutti di maniera, che con la persona o con le mani non dia loro alcuna noia; perchè cosi fatte cose non si possono insegnare se non con l’isperienza, oltrechè farebbe un dilungarsi troppo dal proposito nostro. Dalle sopradette cose adunque si può conoscere quanto dee il Barbiere esser diligente e da bene e per conseguente quanto si faccia male hoggidì permettendosi che quaes’arte sia esercitata da alcuni Barbieri ignoranti e da stufaroli, che invero non si dovrebbe comportare se non da huomini esperti e intelligenti essendo cosa di sì grande importanza, onde son degni di gran lode i Francesi i quali non permettono che sia esercitata simil arte se non da quelli che sono addottorati in Chirurgia e più volte esperimentati in questa operatione della sanguigna (salasso ndr) la quale a mio giuditio è una delle belle operationi  che si possa fare da un Chirurgo.

Con il tempo ed il progredire delle competenze mediche, vennero promulgate delle leggi per ridurre considerevolmente i servizi medici che i barbieri-chirurghi potevano fornire. Inizialmente fu permesso loro di praticare solo i salassi e la rimozione dei denti, successivamente anche queste attività vennero loro impedite, anche se la rimozione dei denti continuò ad essere praticata   fino agli inizi del XX secolo.

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