il “rapporto su auschwitz” di primo levi

25 Settembre 2017 0 Di Alessandro Livi

Il 27 Gennaio 1945 l’Armata Rossa sovietica liberò ciò che era rimasto della rete di campi di concentramento, lavoro e sterminio nei pressi di Auschwitz  nella Polonia meridionale. La prima parte del campo in cui si imbatterono fu Buna-Monowitz, la cosiddetta  Auschwitz III, un campo satellite del complesso di Auschwitz-Birkenau  gestito dai nazisti in collaborazione con l’industria chimica IG Farben.

Vista della Buna-Werke, La Buna, l’impianto chimico della IG Farben tedesca per la produzione di gomma sintetica ‎che sorgeva a Monowitz, accanto ad Auschwitz, dove il prigioniero Primo Levi fu costretto a ‎lavorare dal 1943 fino alla liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa.

Fino a pochi giorni prima vi erano rinchiusi in condizioni a dir poco agghiaccianti 12.000 detenuti , per la maggior parte ebrei. Tra le centinaia di malati e morenti abbandonati dai nazisti in ritirata, vi erano 2 ebrei italiani: il medico Leonardo De Benedetti ed il giovane laureato in chimica Primo Levi. Sia De Benedetti che Levi erano lì giunti, come deportati, undici mesi prima probabilmente  sullo stesso vagone bestiame dopo un orrendo viaggio durato cinque giorni partendo dal campo di concentramento   di Fossoli provincia di Modena insieme ad altri 650 tra uomini donne e bambini.

Da questa tragica esperienza prende origine la prima opera scritta di Levi  “Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria del campo di concentramento per Ebrei di Monowitz”  che  verrà pubblicata sulla rivista scientifica “Minerva Medica” nel novembre del 1946  nella sezione relativa agli articoli originali. Il “Rapporto”  rappresenterà  il primo resoconto apparso in Italia sulla realtà dei campi di sterminio nazisti.

Il risultato è un documento che suscita interesse e turbamento ricco di dettagli spesso drammatici. Veniamo a sapere per esempio che sul convoglio che trasportava i deportati venivano distribuiti quotidianamente pane, formaggio e marmellata ma niente acqua; come la teutonica disciplina del triage (smistamento dei malati) si accompagnasse a lunghe code o alle corse completamenti nudi  sotto la neve.

Significativa è anche la rappresentazione della ossessione dei tedeschi per le apparenze: i letti più vicini alla porta di ingresso dei blocchi erano puliti ed in ordine mentre tutti gli altri risultavano  lerci ed  infestati da parassiti. Il  corredo degli indumenti dei prigionieri di Monowitz nella stagione invernale era composto  di una giacca, di un paio di pantaloni, di un berretto e di un cappotto di panno a rigoni, di una camicia, di un paio di mutande di tela e di un paio di pezze da piedi, di un pullover, di un paio di scarponi a suola di legno. Già nel mese di aprile, quando il freddo non era ancora scomparso, indumenti di panno e pullovers venivano ritirati e pantaloni e giacca sostituiti con analoghi capi in tela, pure a rigoni; e solamente verso la fine dell’ottobre gli indumenti invernali venivano un’altra volta distribuiti. 

Il vitto, insufficiente come quantità, era di qualità scadente. Esso consisteva in tre pasti: la mattina, subito dopo la sveglia, venivano distribuiti 350 gr. di pane quattro volte la settimana e 700 gr. tre volte la settimana, quindi una media giornaliera di 500 gr. quantità che sarebbe stata discreta, se nel pane stesso non fosse stata contenuta una grandissima quantità di scorie, fra le quali, visibilissima, segatura di legno; inoltre, sempre la mattina, 25 gr. di margarina con  una ventina di grammi di salame oppure un cucchiaio di marmellata o di ricotta. La margarina veniva distribuita soltanto sei giorni la settimana; più tardi, tale distribuzione veniva ridotta a tre giorni. A mezzodì, i deportati ricevevano un litro di una zuppa di rape o di cavoli, assolutamente insipida per la mancanza di qualsiasi condimento e la sera, al termine del lavoro, un altro litro di una zuppa un po’ più consistente, con qualche patata o, talvolta, con piselli e ceci; ma anche questa era totalmente priva di condimenti grassi. Raramente vi si poteva trovare qualche filamento di carne. Come bevanda, la mattina e la sera era distribuito mezzo litro di un infuso di surrogato di caffé, non zuccherato; soltanto la domenica esso era dolcificato con saccarina.

I prigionieri erano costretti a fare la doccia da due a tre volte la settimana. I lavaggi  però non erano sufficienti a mantenere pulita la persona, poiché la quantità di sapone che veniva distribuita era molto parsimoniosa: una sola volta al mese il sapone era distribuito in misura di una saponetta da 50 gr.; la sua qualità era pessima. Si trattava di un pezzo di forma rettangolare, molto duro, privo di sostanze grasse, ricco invece di sabbia, il quale non produceva schiuma e si sgretolava con estrema facilità, cosicché dopo un paio di bagni esso era completamente consumato.

I lavori, ai quali era adibita la grande maggioranza dei prigionieri, erano di manovalanza e tutti assai faticosi, inadatti alle condizioni fisiche e alla capacità dei condannati; ben pochi di questi erano impiegati in lavori che avessero qualche affinità con la professione o i mestieri esercitati durante la vita civile.

Dalla descrizione della vita quotidiana all’interno del Campo i due autori passano  al racconto di ciò che rappresenta  lo scopo primario del “Rapporto” e cioè la  descrizione  delle malattie tipiche che colpivano i deportati ed il loro trattamento e dei  servizi medici del Lager (gli ambulatori e l’infermeria) .

Le malattie vengono classificate da Levi e De Benedetti nel seguente  modo:
1) malattie distrofiche;
2) malattie dell’apparato gastro-intestinale;
3) malattie da raffreddamento;
4) malattie infettive generali e cutanee;
5) malattie chirurgiche;
6) malattie da lavoro.

La alimentazione fortemente  deficitaria sia quantitativamente che qualitativamente determinava nelle persone forti dimagrimenti e predisposizioni a contrarre malattie di ogni genere. Le ferite che spesso si procuravano, anche per via del tipo di lavoro a cui erano costretti, tendevano alla cronicizzazione con formazioni di ulcere, piaghe suppuranti maleodoranti. Al dimagrimento ed alla perdita di forze contribuiva anche la diarrea  della quale soffriva la maggior parte dei poveretti.  Essa per lo più esplodeva all’improvviso in seguito a qualche causa occasionale, che rappresentava il fattore determinante accidentale, come, ad esempio, una prolungata esposizione al freddo o l’assunzione di cibi avariati (spesso il pane era ammuffito) o di difficile digestione.  

Molti prigionieri per calmare gli stimoli della fame mangiavano  bucce di patata, foglie crude di cavolo, patate e rape andate a male che raccoglievano fra i rifiuti della cucina. I colpiti presentavano numerose scariche diarroiche liquide da un minimo di cinque o sei fino a venti e forse più al giorno, precedute  e accompagnate da vivaci dolori addominali, molto ricche di muco, qualche volta accompagnate a sangue. L’appetito poteva essere conservato, ma in molti casi i pazienti presentavano un’anoressia ostinata, per cui rifiutavano di alimentarsi: questi erano i casi più gravi che evolvevano rapidamente verso l’esito fatale.

Esisteva sempre una sete assai intensa. Chi nonostante tutto andava incontro a guarigione ne usciva sempre mal ridotto, con un notevole aggravamento dello stato generale e con un più accentuato  dimagrimento per l’importante disidratazione dei tessuti. La cura, standardizzata, era duplice: alimentare e medicamentosa. Chi veniva ricoverato all’ospedale del Campo veniva trattato con una alimentazione più appropriata e con l’aggiunta di un astringente come la  tannalbina e con il carbone.

Bronchiti, polmoniti, broncopolmoniti erano all’ordine del giorno anche durante la stagione estiva; ma, come è naturale, infierivano particolarmente durante l’inverno, l’autunno e la primavera. Esse venivano curate in modo molto semplice: impacchi freddi sul torace, qualche compressa antipiretica e, nei casi più gravi, sulfamidici in dosi assolutamente insufficienti; contro i congelamenti  non si praticava alcuna cura se non l’amputazione della parte ammalata quando il congelamento era di una certa gravità.

Tra le malattie infettive le più frequenti  erano le malattie esantematiche,  e in particolar modo la scarlattina, la varicella, l’erisipela e la difterite. Si manifestavano anche saltuariamente casi di tifo addominale. Coloro che venivano colpiti da una di  queste  malattie erano ricoverati in un padiglione di isolamento, ma in modo promiscuo, senza cioè che vi fosse una separazione fra gli ammalati delle diverse forme morbose. Era quindi molto facile che un ammalato, entrato in infermeria con una forma infettiva, vi contraesse il contagio di un’altra; tanto più che né le coperte né le scodelle in cui era distribuita la zuppa erano mai disinfettate.

La scarlattina e l’erisipela venivano combattute con i sulfamidici somministrati però sempre in dosi ridotte; i difterici erano abbandonati a loro stessi per la mancanza assoluta di siero e la loro cura era limitata a gargarismi e alla somministrazione  di qualche compressa di panflavina. Si capisce quindi come la mortalità per difterite raggiungesse il 100%, poiché chi riusciva a superare il periodo acuto soccombeva in seguito per complicazioni cardiache o per la sovrapposizione di un’altra forma morbosa. 

In quanto alla sifilide, alla tubercolosi e alla malaria gli autori non possono riferire dati sulla loro frequenza, poiché luetici, tubercolotici e malarici , questi ultimi anche se guariti da molto  tempo e accidentalmente  scoperti per loro incauta confessione, venivano senz’altro inviati a Birkenau e quivi soppressi nelle camere a gas.

La scabbia, veniva curata con una frizione quotidiana di mitigal in un padiglione speciale, dove gli ammalati venivano  ricoverati soltanto la sera per passarvi la notte, mentre durante il giorno essi dovevano continuare regolarmente  il loro lavoro nella squadra cui erano aggregati; continuando  essi a lavorare in mezzo ad individui non ancora infestati, i contagi erano molto frequenti per l’uso comune degli attrezzi e per la stretta comunanza di vita.

Correntemente venivano praticate operazioni anche di alta chirurgia, prevalentemente addominale, come gastroenteroanastomosi per ulcere gastroduodenali, appendicectomie, resezioni costali per empiemi, eccetera; e interventi ortopedici per fratture e lussazioni. Se le condizioni generali del paziente non davano sufficienti garanzie per la sua resistenza al trauma operatorio, gli si praticava, prima dell’intervento, una trasfusione di sangue; queste venivano eseguite anche per combattere anemie secondarie a emorragie gravi da ulcera gastrica o da traumi accidentali. Come donatore, si ricorreva a qualche deportato, giunto di recente e ancora in buone condizioni generali; l’offerta del sangue era volontaria e il donatore veniva premiato con quindici giorni di riposo in ospedale, durante i quali riceveva un vitto speciale. Perciò le offerte di sangue erano sempre numerose.

Non risulta che nell’ospedale di Monowitz venissero praticate operazioni a scopo di ricerche scientifiche, come venivano eseguite su vasta scala in altri Campi di concentramento.

Durante la permanenza dei due autori nel Campo funzionavano vari  ambulatori tra cui quello di medicina generale, chirurgia generale, otorinolaringoiatria, oculistica, odontoiatria, neurologia; vi era un “padiglione di riposo” nel quale erano ricoverati i distrofici, gli edematosi e certi convalescenti. Tra gli strumentari i tedeschi possedevano anche un piccolo apparecchio per l’elettroshock.

Da questa descrizione si potrebbe ritenere che si trattasse di un ospedale, piccolo sì, ma completo quasi in ogni servizio e ben funzionante; in realtà vi erano molte deficienze come la mancanza di medicinali e la scarsità di materiale da medicazione, data la grave situazione in cui già fin da allora si trovava la Germania. Nei padiglioni era molto grave l’insufficienza del numero dei letti: ne derivava la necessità che ogni giaciglio servisse per due persone, qualunque fosse la malattia da cui queste erano affette e la sua gravità; altissima perciò la possibilità dei contagi, tenendo anche conto del fatto che, per la mancanza di camicie, gli ammalati in ospedale restavano nudi: infatti, all’ingresso in ospedale, ciascun ammalato metteva nella camera della disinfezione tutti i suoi indumenti.

Le coperte e i sacconi dei giacigli erano addirittura lerci, con macchie di sangue e di pus e spesso di feci, che ammalati in stato preagonico perdevano involontariamente. Le regole igieniche erano completamente trascurate, così, ad esempio,  essendovi deficienza di scodelle  i pasti erano serviti in due o più turni  e gli ammalati del secondo o del terzo turno erano costretti a mangiare la zuppa in recipienti malamente risciacquati nell’acqua fredda contenuta in un secchio.

Nei padiglioni di chirurgia, le medicazioni venivano eseguite la mattina e, poiché la camerata era divisa in tre corsie e ogni corsia medicata a turno, ne derivava che ogni degente era medicato soltanto ogni tre giorni. Le medicazioni erano fissate con bende di carta, che nel giro di poche ore si laceravano e si disfacevano; perciò le ferite, asettiche o no, restavano sempre scoperte.
I farmaci  erano ridotti al minimo; mancavano assolutamente molti prodotti, anche i più semplici e di uso corrente, mentre di altri non ne esistevano che quantità esigue: c’era un po’ di aspirina, un po’ di piramidone, un po’ di prontosil (sulfamidico), un po’ di bicarbonato, qualche fiala di coramina e qualcuna di caffeina. Mancava l’olio canforato, mancava la stricnina, mancavano l’oppio e tutti i suoi derivati, eccetto piccole quantità di tintura; mancavano la belladonna e l’atropina, l’insulina, gli espettoranti, come pure i sali di bismuto e di magnesia.
Il personale veniva reclutato esclusivamente fra i deportati medesimi. I medici venivano scelti, previo esame, fra coloro che, all’ingresso al Campo, avevano denunciato di possedere la laurea in medicina. I loro servizi venivano ricompensati con un miglior trattamento alimentare e con migliori abiti e calzature.
L’affluenza degli ammalati era sempre grandissima e superiore alla capacità dei diversi reparti; perciò, per far posto ai nuovi arrivati, un certo numero di ammalati veniva giornalmente dimesso ancorché non completamente  guariti e sempre in condizioni di grave debolezza generale.
Coloro poi che erano affetti da malattie croniche o il cui ricovero  in ospedale si prolungava oltre un certo periodo di tempo, che si aggirava sui due mesi, o che ritornavano con troppa frequenza in ospedale per ricadute della loro malattia, erano avviati a Birkenau dove venivano soppressi nelle camere a gas. La medesima sorte subivano coloro che, essendo troppo deperiti, non erano più in grado di lavorare.

Agghiacciante risulta la descrizione  delle camere a gas presenti nel vicino campo di Birkenau. Il funzionamento delle camere a gas e dell’annesso crematorio era a carico di un gruppo di uomini che lavorava giorno e notte in due turni; vivevano a parte, accuratamente segregati da ogni contatto con altri prigionieri o col mondo esterno. Dai loro abiti emanava un odore nauseabondo; erano sempre sporchi e avevano un aspetto assolutamente selvaggio, veramente di bestie feroci. Essi erano scelti fra i peggiori criminali condannati per gravi reati. La camera a gas ed il forno crematorio erano composti di tre parti: la camera di attesa, la «camera delle docce», i forni.

Forno crematorio di Birkenau in fase di costruzione. Si riconoscono 4 unità di incenerimento.

Al centro dei forni si ergeva un’alta ciminiera, attorno alla quale erano 9 forni, con 4 aperture ciascuno ed ognuna di queste permetteva il passaggio contemporaneo di tre cadaveri. La capacità di ciascun forno era di 2000 cadaveri al giorno.

Le vittime, introdotte nella prima sala, ricevevano l’ordine di spogliarsi completamente, perché, si diceva loro, dovevano fare il bagno;  per accreditare maggiormente l’inganno venivano loro consegnati un pezzo di sapone e un asciugamano; dopodiché erano fatte entrare nella “camera della doccia”. Era questa un grande camerone, nel quale era sistemato un impianto di docce posticce, sulle pareti del quale spiccavano scritte del seguente tenore: «Lavatevi bene, perché la pulizia è la salute», «Non fate economia di sapone», «Non dimenticate qui il vostro asciugatoio!»; cosicché la sala poteva dare l’impressione di essere veramente un grande stabilimento di bagni. Sul soffitto  della sala c’era una grande apertura, ermeticamente chiusa da tre grandi lastre di lamiera che si aprivano a valvola. Delle rotaie attraversavano  la camera in tutta la sua larghezza e portavano da essa ai forni.

Entrate tutte le persone nella camera a gas, le porte venivano chiuse (erano a tenuta d’aria) e veniva immessa, attraverso le valvole del soffitto, una preparazione chimica in forma di polvere grossolana, di colore grigio-azzurro, contenuta in scatole di latta; queste portavano un’etichetta con la scritta «Zyclon B –Per la distruzione di tutti i parassiti animali» e la marca di una fabbrica di Amburgo. Si trattava di una preparazione di cianuro, che evaporava ad una certa temperatura.

Nel giro di pochi minuti, tutti i rinchiusi nella camera a gas morivano; allora porte e finestre venivano spalancate ed il personale addetto, munito di maschera, entrava in funzione  per il trasporto dei cadaveri ai forni crematori. Prima di introdurre le salme nei forni, appositi incaricati recidevano i capelli a coloro che li avevano ancora, e cioè ai cadaveri di quelle persone che, appena giunte con un trasporto, erano state subito portate al macello, senza entrare nel Campo, ed estraevano i denti d’oro a quelli che ne avevano. Le ceneri venivano poi sparse nei campi e negli orti, come fertilizzanti del terreno.

Con l’inizio del 1945 in seguito alla grande offensiva dell’esercito russo i tedeschi evacuarono i campi di concentramento. Anche quello di Monowitz, come tutti gli altri della regione di Auschwitz, fu fatto sgombrare e i tedeschi si trascinarono dietro circa 11.000 prigionieri, che, secondo le notizie ricevute più tardi da qualcuno miracolosamente scampato, vennero quasi tutti trucidati a raffiche di mitragliatrice pochi giorni dopo, allorché i soldati di scorta si accorsero di essere completamente circondati dalle armate rosse e di non aver quindi più nessuna via aperta alla ritirata. Nel Campo intanto non era rimasto che un migliaio di prigionieri inabili, ammalati o convalescenti, incapaci di camminare, sotto la sorveglianza di alcune SS, le quali avevano ricevuto l’ordine di fucilarli prima di abbandonarli.

Quest’ultima disposizione per fortuna non fu eseguita.

Il Rapporto rimarrà a lungo nel “dimenticatoio” finchè Alberto Cavaglion, studioso dell’ebraismo, lo fece riscoprire a tutti presentandolo ad un convegno nel 1991. A buona ragione lo possiamo considerare una anteprima di “Se questo è un uomo”  che uscirà nel 1947 (un anno dopo la pubblicazione del Rapporto).

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