Sigmund Freud: la malattia dell’ideologo della psicanalisi

31 Luglio 2017 0 Di Alessandro Livi

Sigmund Freud, vissuto a cavallo tra il XIX secolo e il XX secolo, ha senza dubbio rappresentato una delle menti più illuminate ed innovative nel campo della scienza medica, avendo saputo creare una corrente di pensiero sfociata in una vera e propria dottrina scientifica, fondata sulla rivoluzionaria concezione che molte delle patologie neurologiche, classificate fino ad allora come organiche, fossero in realtà da ricercarsi nell’inconscio dell’uomo, fatte cioè risalire ad eventi psichicamente traumatizzanti ma repressi.

Sigmund Freud ritratto nel suo studio con l’inseparabile Jofi, il suo Chow Chow femmina. Freud considerava la sua presenza durante le sedute di psicanalisi imprescindibile, perché rassicurante per il paziente.

La teoria, in particolare, che imputava la costituzione e l’equilibrio della personalità umana all’evoluzione della propria sessualità, suscitò enorme scandalo e stentò ad affermarsi, dovendo affrontare lo scetticismo ed il rigore della classe medica dell’epoca ed il radicato puritanesimo della società di allora. La sua opera ed il suo movimento trovarono tuttavia una fase di appannamento a partire dagli anni venti per motivi, rispettivamente,  di natura personale, legati ad una infermità che l’abbatté nel fisico e nella mente e che attraverso indicibili sofferenze l’avrebbe  accompagnato fino alla morte, e di ordine generale, relativi all’invasione  dell’Austria da parte dei nazisti. La malattia cominciò a manifestarsi improvvisamente nel 1923, all’età di 67 anni, con brevi ma ricorrenti gengivorragie interessanti l’arcata alveolare superiore destra, alle quali  non diede particolare importanza, fino a quando non notò in corrispondenza della sede della emorragia una tumefazione che dopo un po’ cominciò ad estendersi verso il palato.  Decise allora di consultare il prof. Hajek, eminente otorino di origini slave, direttore della Clinica Rinolaringoiatrica  dell’Università di Vienna, il quale gli diagnosticò una lesione leucoplasica dovuta al fumo, consigliandone l’asportazione chirurgica. Qualche giorno dopo fu effettuato il primo dei numerosi interventi a cui sarebbe dovuto ricorrere, seguito da cicli di terapia radiante, avendo l’esame istologico rivelato la natura maligna della lesione, risultata un tumore maligno.

Quattro mesi dopo, a seguito di una recidiva, si predispose un intervento radicale che fu affidato al prof. Pichhler di Vienna, uno dei più insigni specialisti europei di chirurgia orale, al quale Freud si rivolse in quanto impressionato negativamente da alcuni atteggiamenti poco professionali del prof. Hajek.

L’intervento, effettuato in due tempi, fu demolitivo; il chirurgo, per estirpare il tumore, fu costretto ad estrarre molti denti e ad asportare parte del palato duro, del palato molle e della mandibola destra;   fu applicata  una protesi in modo da permettergli una alimentazione ed una vita di relazione soddisfacente.

Dopo questo importante intervento, cominciarono 16 anni di disagi e sofferenze, costellati dal ripetersi della malattia e da innumerevoli altre operazioni. Esse richiedevano il rimaneggiamento continuo della protesi palatina ed il ricorso ininterrotto a cicli di terapia radiante generale o locale. In questo lungo calvario durante il quale fu sottoposto complessivamente a ben trentatré interventi di chirurgia orale, sotto il controllo di illustri specialisti dell’epoca egli ebbe comunque sempre  la forza di seguire il suo lavoro scientifico ed avere il contatto prezioso con i suoi pazienti. A tal proposito si rammenta il famoso divano sul quale Freud  era solito avere i colloqui con i suoi pazienti.

La storia narra che il divano, coperto da un tappeto persiano e definito dai pazienti come estremamente confortevole, sia stato usato per la prima volta nel 1890 da una sua paziente, tal madame Benvenisti che gliene fece dono. L’idea di far stendere i pazienti sul divano, gli venne ai tempi nei quali praticava l’ipnosi e scoprì che era più facile far andare le persone in trance se erano distese. Il divano è conservato nel Freud Museum di Londra ubicato in quella che fu la sua abitazione nel quartiere di Hampstead   nel suo ultimo anno di vita e nella quale continuò a vivere la figlia Anna fino al 1982, anno della sua morte.

Freud soffriva anche di ripetuti e terribili attacchi di mal di testa. Dalla lettura dei suoi racconti e da altre testimonianze si è dedotto che soffrisse di emicrania che lo stesso Freud cercava di curare con la cocaina.
Freud scoprì la cocaina, allora quasi sconosciuta, a 28 anni. Iniziò a usarla per le terapie contro l’ansia (e anche per lenire i suoi mal di testa), ma ne divenne dipendente, almeno fino ai 40 anni. «Ho bisogno di un sacco di cocaina. Il tormento, la maggior parte delle volte, è superiore alle forze umane» scriveva nel 1895, cioè un anno prima di abbandonare la droga.

Nel corso degli ultimi anni, le sue condizioni generali di salute peggiorarono  progressivamente tanto da portarlo ad un intenso dimagrimento ed a segni sempre più marcati di astenia. Nonostante tutto, seppur a ritmo ridotto, egli continuava a visitare i pazienti avvalendosi della collaborazione della figlia Anna, data la sua ormai grave difficoltà ad articolare le parole, ai limiti della incomunicabilità verbale e una ipoacusia destra che  lo costrinse tra l’altro a cambiare la posizione  del divano  per poter prestare l’orecchio sano ai suoi pazienti, il che aggravò molto lo stato di disagio essendo egli un tipico abitudinario.

Quando durante la seconda guerra mondiale, la Germania si annesse l’Austria, i nazisti, dopo aver bruciato i suoi libri, fecero irruzione nel suo appartamento, arrestando la figlia Anna. Il padre della psicanalisi era ebreo, ma soprattutto ai nazisti  non erano piaciuti i suoi studi sull’inconscio. Fu grazie all’intercessione di un’altra sua paziente, la principessa Maria Bonaparte, che Freud con moglie e figlia trovò esilio a Londra. Ma 4 delle sue sorelle, Rosa, Marie, Adolfine e Pauline non ce la fecero e perirono in un campo di concentramento nazista. Ma quella di Freud non fu una fuga nottetempo, in realtà secondo alcuni storici Freud riuscì ad accordarsi con alcuni nazisti per salvaguardare il suo archivio e parte del suo patrimonio.

Nel corso di un’ennesima visita specialistica, un’ulteriore recidiva di tipo ulceroso aveva interessato ancora la guancia e la base dell’orbita di destra, tanto che la vasta diffusione per contiguità del cancro aveva indotto il dott. Schur, l’ultimo dei medici dai quali fu assistito, a giudicare inoperabile il tumore.

Ad 83 anni  la sua salute si era deteriorata al punto che il suo mondo era diventato “una piccola isola del dolore, che galleggia su un mare di indifferenza” . L’odore della necrosi alle ossa e ai tessuti molli era così cattivo, che il cane prediletto di Freud non voleva più rimanere nella stanza con il suo padrone.

Il Dott. Schur, il medico che lo seguiva, quando ritenne che il momento fu arrivato, iniettò  al suo paziente, come da precisa richiesta di Freud,  una dose contenente due centigrammi di morfina. Freud si sentì sollevato e cadde in un sonno tranquillo. L’espressione del dolore e della sofferenza erano sparite. Il medico ripeté questa dose dopo circa dodici ore. Freud, che era ovviamente così vicino alla fine delle sue riserve, entrò in coma senza più risvegliarsi. Era il 23 Settembre del 1939.

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