il mos teutonicus ed il trattamento dei cadaveri nel medio evo

4 Agosto 2020 0 Di Alessandro Livi

Il 27 settembre 1299 Bonifacio VIII emette la bolla papale De sepolturis nota anche come Detestande feritatis abusu dall’incipit della stessa. La Bolla viene successivamente pubblicata negli “Extravagantium” (sorta di appendice)  del Liber Sextus Decretalium D. Bonifacii Papae divenendo in questo modo parte delle leggi della Chiesa che regolano le pratiche di sepoltura.

Bonifacio VIII autore della bolla De Sepolturis con la quale proibiva il “Mos Teutonicus” pena la scomunica.

Le altisonanti parole che caratterizzano l’inizio della bolla  si adattano perfettamente alla sua appassionata denuncia nei confronti di una usanza in auge in quel periodo  che lo riempiva di orrore. In pratica quando si verificava il decesso di re, nobili, dignitari di alto rango lontano dal loro luogo di origine i loro corpi venivano  sventrati, tagliati in pezzi e  immersi in acqua bollente fino a che  la cottura delle carni permetteva di poterle agevolmente separare dalle ossa. Le interiora e le carni venivano seppellite sul posto mentre le ossa ripulite per bene erano nelle condizioni di poter affrontare il viaggio di ritorno senza l’inconveniente legato alla inevitabile decomposizione.

Questa usanza, proclama Bonifacio, non solo è abominevole agli occhi di Dio, ma  ripugnante anche per la stessa mente umana.

D’ora in poi il corpo  di chi, morto in terra straniera,  aveva espresso in vita  il desiderio di essere seppellito nel suo luogo di origine, doveva obbligatoriamente, pena la scomunica, essere  cremato  (incineratis corporibus) di modo che solo le ceneri potessero  affrontare il viaggio di ritorno  (Corpora defuntorum exenterantes ea immaniter deconquentes, ut ossa a carnibus separata ferant sepelienda in terram sua, ipso facto sunt excomunicati).

Ciò che viene definito come Mos Teutonicus (usanza teutonica) inizia a prendere piede durante le spedizioni in Terra Santa negli anni delle Crociate allorchè si era presentata l’esigenza di trasportare le salme di nobili, dignitari o re nei luoghi di origine per consentirne non solo una degna sepoltura ma anche la possibilità ai familiari o al proprio popolo di  onorarne la memoria.

Matthew Paris nella sua opera manoscritta  Historia Anglorum, una storia dell’Inghilterra che copre gli anni dal 1070 al 1253 descrive quanto avvenuto al corpo del re Enrico I morto nel 1135 a Roun.

Riproduzione di una mappa disegnata dall’abate Matthew Paris  che indica il percorso da affrontare  per arrivare a Gerusalemme partendo dall’Inghilterra.

Avendo in vita espresso la volontà di essere seppellito nella abbazia di Reading Abbey  fu deciso di seppellire cervello occhi e viscere sul posto mentre il resto del corpo, fatto a pezzi, fu avvolto in una borsa di pelle dopo essere stato cosparso di sale. Nonostante queste accortezze quando il convoglio raggiunse Caen dal contenitore filtrava del liquame e l’olezzo che emanava era talmente sgradevole da far svenire gli uomini che lo trasportavano e addirittura  causò anche la morte del suo dottore: ” This man was the last of the many victims of King Henry”, così commenta l’abate Paris. Alla fine il corpo del re giunse in Inghilterra intorno a Natale, e fu seppellito nella  chiesa che lui stesso aveva fatto costruire, alla presenza di arcivescovi, vescovi e delle personalità più influenti del regno.

Questa procedura era in fondo già ben nota se consideriamo che nel IX secolo il corpo di Carlo il Calvo subì più o meno lo stesso trattamento, eviscerazione e trattamento di muscoli ed ossa con vino e spezie; soltanto che in questo caso la putrefazione del corpo arrecò tali disagi che si decise di seppellirlo nel  paesino di Nantua anzichè a Saint Denis come da espressa volontà del re. La leggenda narra che sette anni dopo Carlo il Calvo comparve in sogno ad un monaco di Saint Denis ed a un religioso di Saint-Quentinen-Vermandois lamentandosi perchè il suo corpo non riposava nel luogo da lui scelto. Fu allora che una spedizione di monaci partita da Saint Denis  riuscì a portare in questa abbazia le spoglie del re.

Anche il cadavere dell’imperatore Ottone I (morto nel 973) subì lo stesso procedimento, le sue viscere furono sepolte a Memleben, mentre il suo corpo fu trasportato a Magdeburgo.

Nel 1167, quando un’epidemia decimò l’esercito di Federico Barbarossa in Italia, i corpi della maggior parte dei cavalieri  e dei prelati furono bolliti e le ossa separate dalle membra ossa  furono inviate in Germania. Quando Barbarossa stesso morì in crociata nel 1190 annegando in un fiume in Cilicia, il suo corpo fu eviscerato e bollito. Le sue ossa non furono portate in Germania ma a Tiro, dove l’imperatore aveva programmato di andare in pellegrinaggio.

Utilizzando la tecnica della “racemizzazione degli amminoacidi“, con la quale si può arrivare a datare un reperto biologico (al pari di quella al radiocarbonio), J. L. Bada nel 1989 ha dimostrato che il cadavere dell’imperatore Lotario II morto nel 1137 fu sottoposto al processo di eviscerazione e di  bollitura per permetterne il trasporto  fino al castello di sua proprietà, distante dal luogo del decesso circa 500 chilometri.

I resti del corpo di Lotario II (indicato erroneamente come Lotario I) al centro della foto  (da J. L. Bada, Applied Geochemistry, Vol. 4, pp. 325-327, 1989)

Il  processo attraverso il quale si verifica la racemizzazione degli amminoacidi non è costante, in particolare può variare in rapporto alla temperatura cui lo stesso reperto è stato sottoposto nel corso del tempo. Più la temperatura è stata elevata e maggiore risulterà la velocità della racemizzazione degli amminoacidi. Poiché il clima influenza la velocità a cui il fenomeno avviene, è necessario preliminarmente calibrare il metodo specificatamente per il sito indagato per mezzo di altri tipi di analisi. Il risultato finale a cui lo studioso è pervenuto è che il corpo di Lotario è stato sottoposto a bollitura per circa 6 ore.

Nel 1200 Boncompagno da Signa nella sua opera Boncompagnus descrive per la prima volta questa modalità di trattamento dei cadaveri in uso presso le popolazioni del Nord Europa: Teutonici autem eviscerant corpora excellentium virorum, qui moriuntur in provinciis alienis, et reliqua membra tamdiu faciunt in caldariis decoqui, donec tota caro, nervi et cartilagines ab ossibus separantur, et postmodum eadem ossa, in odorifero vino lota et aspersa pigmentis, ad patriam suam deportant.  Sottolinea anche il fatto che  gli antichi romani erano invece soliti svuotare i cadaveri delle loro viscere mentre  il resto del corpo  veniva trattato con acqua salata  per disidratare i tessuti.

Ci sono esempi che evidenziano come questa pratica venisse adottata anche per altri fini come nel caso dell’imperatore Enrico III il cui corpo, per suo espresso ordine, fu eviscerato e le sue viscere sepolte dove giaceva il corpo di sua figlia Mathilda morta tempo addietro  e dove, soleva ripetere,  il suo cuore era rimasto.  Il resto del corpo fu invece seppellito a Spira accanto a suo padre. In questa situazione quindi si tratta di una scelta deliberata e attuata non per fini di conservazione del corpo ma per motivi diciamo così, affettivi.

Con l’eccezione di alcuni episodi verificatisi particolarmente tra i personaggi in odore di santità è però solo verso la fine del XII secolo che la sepoltura dei corpi in luoghi diversi diventa una pratica frequente, specialmente in Inghilterra. Riccardo Cuor di Leone per sua espressa volontà subì lo stesso trattamento, il  suo cuore fu sepolto a Rouen (accanto a dove giacevano i visceri del  suo bisnonno Enrico I), il suo cervello ed i visceri  a Charroux (un monastero in cui soleva recarsi spesso a pregare), e il suo corpo a Fontevrault (dove giaceva suo padre e dove successivamente furono sepolte anche  sua madre e sua sorella Giovanna).

A partire dalla  seconda metà del XIII secolo quasi tutti i membri della famiglia reale inglese  erano soliti lasciare istruzioni relative alla sepoltura in più luoghi del proprio corpo.

Anche tra i francesi era frequente riscontrare simili comportamenti. Luigi IX re di Francia “il re santo” (fu proclamato beato  da Bonifacio VIII a Orvieto l’11 agosto 1297) morto a Tunisi nel 1270 durante il viaggio che l’avrebbe dovuto portare a liberare Gerusalemme dai musulmani, fu sottoposto, per volere del nuovo re di Francia e suo figlio, Filippo III,  al procedimento di eviscerazione, bollitura e separazione delle carni dalle ossa.

Altare-reliquario di S. Luigi nel Duomo di Monreale

Mentre le viscere, il cuore e le carni presero la strada per la Sicilia, dove allora regnava Carlo I D’Angiò, fratello di Luigi, per essere tumulate nel Duomo di Monreale, le ossa intrapresero un tormentato viaggio di ritorno e seppellite nell’abazia di Saint-Denis. Quando nel 1297 Luigi fu canonizzato da Bonifazio VIII parte del suo cranio, per ordine dell’allora re Filippo IV, fu trasferito nella Saint Chapelle di Parigi.

Al contrario dei paesi del Nord Europa in Italia nello stesso periodo è invece frequentemente impiegata, tra la popolazione altolocata, l’arte della imbalsamazione dei corpi previa asportazione degli organi interni ed impiego di sostanze ad azione conservativa come la mirra. Non solo ma all’epoca nel mondo romano si dava grande importanza alla sepoltura immediata del morto, ed era impensabile lasciare un cadavere insepolto, cosa che poteva verificarsi solo per i condannati a morte come deterrente al compimento degli stessi reati.

Certo non mancano, anche in Italia, usi, per così dire, strumentali del proprio corpo. E’ il caso per esempio di Pietro IV di Vico “prefectus urbis” e “Signore del patrimonio di S. Pietro in Tuscia” che spinto dalla paura divina e per divina ispirazione ordinò che il suo corpo venisse tagliato in sette parti come segno della sua avversione per i sette peccati capitali ai quali aveva, come da lui riconosciuto, spesso e volentieri ceduto.  Così infatti ne i prefetti di Vico  del 1887 Carlo Calisse scrive: pregò gli amici suoi che, appena morto, facessero del suo corpo sette brani, a detestazione dei vizi capitali, di nessuno dei quali conosceva esser stato mondo in sua vita. In questo caso quindi ci si serve della mutilazione del  proprio corpo come strumento salvifico e purificatorio.

Fino al XIII secolo, eviscerazione e smembramento, anche se insoliti rimanevano pratiche chiaramente ammissibile e non si trovano prese di posizione contrarie soprattutto  in seno alla Chiesa nell’ambito della quale anzi vi era la convinzione, come espresso da S. Agostino,  che l’onnipotenza di Dio avrebbe garantito la riunificazione di tutte le parti del corpo durante la resurrezione, anche nei casi in cui il  corpo era stato completamente o parzialmente smembrato. Senza dimenticare che il culto delle relique  aveva portato la Chiesa a favorire la discutibile usanza dello smembramento dei corpi dei santi o di chi era in odor di santità; una multipla sepoltura in luoghi diversi avrebbe avvantaggiato, in tal modo, più città con un maggior ritorno di “pubblicità” considerando le moltitudini di pellegrini attratti da questo o quel resto sacro.

Di S. Caterina da Siena, per fare un solo esempio di questo genere, il corpo è a Roma (Basilica di S. Maria sopra Minerva), la testa, dal 1381, anno successivo alla morte, è a Siena in San Domenico; il piede sinistro è a Venezia, mentre la mano sinistra fu tagliata nel 1487 per trasportarla nel monastero del Santo Rosario di Monte Mario a Roma. Un frammento di scapola è venerato nel santuario senese a lei dedicato, mentre una costola, a lungo conservata nella cattedrale di Siena, è stata donata nel 1985 al santuario cateriniano di Asternet in Belgio.

A partire  dalla metà del XIII secolo, con la pratica abbastanza diffusa, la divisione del corpo comincia a provocare discussioni, polemiche e nette opposizione anche in quelle popolazioni fino ad allora use a servirsene per fini diversi. E’ il caso del  vescovo Robert Grosseteste di Lincoln (morto nel 1253), rettore dell’Università di Oxford,  che proibì chiaramente   qualsiasi forma di smembramento  del proprio corpo.

I cardinali italiani  vollero sempre evitare fermamente  questa usanza.  Il cardinale Giovanni Boccamazza morto nel 1309, rampollo di una illustre famiglia romana, era talmente contrario a che il proprio corpo fosse sottoposto a questa crudeltà che nel suo testamento aveva disposto di rinunciare  alla sepoltura  a San Pietro che gli spettava di diritto, se la morte lo avesse colto in un posto la cui distanza  dalla Città Eterna fosse stata superiore a quella tra Roma e Perugia. Altri religiosi avevano optato per varie alternative nel caso di un decesso lontano dal proprio luogo di origine di cui  la più diffusa era quella della “sepoltura in due fasi” ovvero una prima, momentanea sepoltura nel luogo dove avveniva il decesso e quindi, a decomposizione del corpo ultimata, riesumazione e definitiva sepoltura nella propria città.

Ancora nella seconda metà del tredicesimo secolo c’era chi, soprattutto nella chiesa, era un convinto sostenitore dello smembramento dei corpi. E’ il caso per esempio di Olivier  Tréguier, teologo domenicano, il quale sosteneva che il potere divino era  tale che queste pratiche non avrebbero pregiudicato la dottrina sulla resurrezione della carne.

Molti storici ed anatomisti dell’epoca hanno ingiustamente  addebitato alla Bolla di Bonifacio il mancato progresso della chirurgia ritenendola contraria anche alla dissezione dei cadaveri a scopo scientifico.

E’ il caso per esempio di Guido da Vigevano che nel 1345   premetteva nella sua Anatomia che siccome le dissezioni erano proibite dalla Chiesa, ma dato che la conoscenza dell’anatomia era necessaria alla medicina, egli avrebbe illustrato questa materia utilizzando delle immagini appositamente realizzate.

L’immagine a fianco mostra la trapanazione della testa  con bisturi e martello per mezzo della quale si esponeva il cervello e le due meningi conosciute all’epoca, la dura e la pia madre, che Guido indica  con il termine di “pellicula”.

L’ illustrazione  a destra mostra, una volta rimossa la volta cranica, dapprima il cervello ricoperto dalla pia madre ed a fianco il cervello nudo cerebrum purum et discopertum.

Queste due tavole insieme alle altre ventidue inserite nel manoscritto  sono di grande interesse, perchè per quanto rudimentali, rappresentano i primi disegni anatomici nella storia della  medicina.

Nella realtà il papa  mirava esclusivamente ad impedire che si perpetuasse il rito di questa barbarie e lo stesso titolo della bolla (De Sepolturis) ne indica chiaramente il fine per il quale era stata emanata. Ulteriore conferma è che in essa non viene fatto alcun riferimento esplicito al divieto delle operazioni praticate dai medici sui corpi post-mortem.

E’ possibile anche constatare  come è proprio tra il XII e XIII secolo che la chirurgia con  le  operazioni  di  dissezione  praticate sui  cadaveri ebbe i suoi primi illustri capostipiti tra cui per importanza dobbiamo menzionare Mondino de’ Liuzzi definito il padre della Anatomia moderna.

L’apparato digerente visto da Mondino

 La sua opera dal titolo Anathomia verrà pubblicata nel 1478 a Padova e per oltre un secolo rimarrà il principale testo di anatomia. Il libro contiene numerose illustrazioni prese al naturale dai cadaveri umani. Viene descritta la prima dissezione da lui personalmente fatta nel 1315 sul cadavere di una donna. E’ fondamentale anche segnalare che Mondino insegnava all’Università Pontificia di Bologna che dipendeva dalla autorità ecclesiastica e quindi non poteva non essere al corrente di disposizioni specifiche sulla esistenza di eventuali divieti nei confronti delle dissezioni anatomiche se  effettivamente previsti.

Gli statuti della Università Pontificia di Bologna prevedevano anzi un minuzioso regolamento relativo alle dissezioni; per esempio se ad essere dissezionato era il corpo di un uomo dovevano essere presenti non più di venti studenti che potevano arrivare a trenta se invece si trattava di una donna dal momento che i cadaveri femminili erano più rari. Per i maestri di anatomia inoltre esisteva un vero e proprio obbligo a praticare dissezioni ove gli studenti rendessero disponibili i cadaveri, la qual cosa determinava veri e propri conflitti tra studenti e familiari che si opponevano a che i corpi dei congiunti venissero utilizzati a quei fini. Tutto questo portava il più delle volte a situazioni macabre con commerci di corpi umani e relativi disseppellimenti. Tali crimini durarono per lungo tempo e non solo a Bologna ma anche in altre città e nazioni; in Inghilterra addirittura si instaurò un commercio di corpi umani con relativo tariffario.  Questi turpi commerci andarono mano a mano scomparendo già a partire dalla fine del XIV secolo quando iniziò a diffondersi in molte nazioni la consuetudine di donare alle Università i corpi dei giustiziati.

Prima di Mondino altri chirurghi si cimentarono nelle operazioni di dissezione. Curiosa è la notizia che ci tramanda Salimbene de Adam cronista medievale che nella sua Cronica descrive una singolare epidemia verificatasi nel 1268 in molte parti d’Italia nel corso della quale si ebbe una mortalità elevata sia nelle galline che negli uomini. Riferisce che alcuni medici dopo aver effettuato una serie di autopsie riscontrarono sia negli uomini che nelle galline la stessa lesione ovvero un ascesso vicino al cuore (Nam in Cremona et in Placentia et in Parma et in Regio…. fuit mortalitas maxima tam hominum quam gallinarum. …Ei quidam medicus phisicus fecit aliquos aperire et invenit apostema super cor gallinorum. Fecit similiter aperire mortuum hominem quondam et super cor hominis idem invenit).

Sette anni dopo nel 1275 Guglielmo da Saliceto è l’autore di un trattato sulla chirurgia dal titolo Summa conservationis e curatione: Cirurgia.

La bolla di Bonifacio VIII certamente funzionò da freno  ma non servì ad eliminare il ricorso a questa usanza soprattutto in Inghilterra e Francia dove nobili, prelati e soprattutto re presero l’abitudine di chiedere  le necessarie  dispense ai successori di Bonifacio. Nel 1350, per esempio, Clemente VI concesse al re francese Giovanni II ed a sua moglie una  dispensa non solo per loro ma anche per tutti i loro successori.