l’uomo che si asportò un calcolo vescicale
Nicolaes Tulp, titolare della cattedra di Anatomia dell’Università di Amsterdam dal 1628 al 1652 lo si ricorda principalmente per il dipinto di Rembrandt che lo ritrae nell’atto di dissezionare il braccio sinistro di un criminale giustiziato per impiccagione mentre colleghi attenti osservano il suo operato. Non molto conosciuto risulta invece il suo principale lavoro scientifico, Observationes Medicae, che viene pubblicato nel 1641 in latino, la lingua scientifica ufficiale dell’epoca, così come oggi lo è l’inglese.
Nicolaes Tulp mentre esegue la dissezione del corpo di un giustiziato del quale, grazie ai documenti, conosciamo l’identità: Adrian Adrianeszoon detto “Het Kindt”, famigerato criminale impiccato nel gennaio del 1632. (Rembrandt, olio su tela 1632).
La particolarità di questo testo, comprendente la descrizione di 164 casi clinici, è la estrema bizzarria che ne contraddistingue alcuni tra i quali la storia di Ian de Doot risulta sicuramente tra i più singolari. Ne è già una conferma il titolo con cui viene aperta la illustrazione di questo caso clinico: “Aeger sibi calculum praecidens” ossia il malato che si asportò da sè un calcolo, per la precisione un calcolo della vescica. All’epoca e parliamo del XVII secolo sottoporsi ad un intervento chirurgico rappresentava una decisione oltremodo coraggiosa se si pensa che ancora non vi era la possibilità di ricorrere alla anestesia e le tecniche chirurgiche per di più erano agli albori ed affidate a ciarlatani che professavano i più vari mestieri che con la medicina nulla condividevano. Ciò che tuttavia lascia più sconcertati è il fatto che il malato abbia preso la decisione ed il coraggio (meglio dire sconsideratezza) di operarsi da solo. I dolori causati dal calcolo alla vescica lo tormentavano già da tempo. Per ben due volte Ian de Doot aveva visto la morte in faccia quando un chirurgo aveva tentato di asportare il calcolo, ma entrambe le volte l’intervento non era riuscito. Ai giorni nostri potremmo chiamarlo fallimento ma all’epoca uscire ancora vivi da due operazioni chirurgiche, seppur non riuscite, era considerato un quasi successo se si pensa che la mortalità raggiungeva anche punte del 50%.
Sappiamo da abbondante documentazione che nel Medio Evo soffrire di calcoli alla vescica era una evenienza molto comune. Contribuivano alla loro formazione soprattutto le scarse condizioni igieniche. Si pensi al fatto che l’abbigliamento era costituito dagli stessi vestiti pesanti che rimanevano addosso giorno e notte per chissà quanto tempo: nei ritratti di Rembrandt, per rimanere in Olanda patria di Ian de Doot, si vedono persone con pellicce e cappelli. Non si aveva la possibilità di fare il bagno tutti i giorni con acqua pulita. L’acqua a disposizione era quella dei canali, praticamente acqua di fogna, dove si vedevano galleggiare ratti morti e dove la gente defecava e rovesciava qualsiasi tipo di rifiuti. Impossibile fare un bagno decente nelle sue acque, o lavarvi gli indumenti intimi. Così le parti intime delle persone, coperte da spessi strati di vestiti, erano perennemente sporche. Tutto questo favoriva la formazione di infezioni vescicali la cui ricorrenza rappresentava un ottimo motivo per la formazione di calcoli. Sia le infezioni della vescica che la presenza di calcoli erano responsabili di dolori che rendevano impossibile la vita a questi disgraziati e giustificavano il ricorso ai rimedi più estremi ivi compreso quello di sottoporsi alle operazioni chirurgiche.
La litotomia, l’operazione di rimozione dei calcoli vescicali, è una delle procedure chirurgiche più antiche, lo stesso Ippocrate la menziona nel IV secolo a.C. quando, considerata la estrema delicatezza della procedura, consiglia ai medici di non tentare mai di rimuovere le pietre (così venivano indicati i calcoli), ma piuttosto di fare in modo che tale pratica venga eseguita da persone esperte ossia da quelli che comunemente venivano chiamati “tagliatori di pietre“.
Una delle prime immagini che raffigura un tagliatore di pietre proviene da una rivista, Ortus sanitatis (1491), edita da Jacob Meydenbach, all’epoca popolare compendio di conoscenze mediche e di erboristeria.
L’operazione, così come rappresentata, appare chiaramente rozza ma certamente attesta sia la longevità della procedura sia l’esistenza di tagliatori di pietra itineranti in quanto dalla raffigurazione si vede una coppia di ruote in primo piano. Questo particolare fa supporre che il tavolo anatomico veniva utilizzato anche come mezzo viaggiante così da permettere un più facile spostamento da una città all’altra alla ricerca di un maggior numero di “pazienti” senza dimenticare che questa caratteristica permetteva di effettuare una ritirata precipitosa a cui spesso si doveva ricorrere per evitare le “rimostranze” dei pazienti o, molto più spesso, dei loro familiari.
Era necessario che l’operatore praticasse l’intervento in modo rapido sul paziente disteso sul dorso, a cosce flesse e con il perineo (zona compresa tra lo scroto e l’ano) ben esposto (cosiddetta posizione litotomica).
Veniva introdotto nell’ano l’indice della mano sinistra spingendolo verso l’alto mentre le dita della mano destra posta ad uncino sopra il pube premevano verso il basso, manovra che serviva a spingere il calcolo verso la parete e a tenerlo fermo.
A questo punto, mentre gli aiutanti del chirurgo tenevano ben immobilizzato il paziente (in genere uno per ogni gamba ed un terzo sopra il paziente che spingeva nella zona sovrapubica), veniva praticata un’ampia incisione tra base dello scroto ed ano attraverso la quale veniva ricercato ed estratto il calcolo. Nel caso esso fosse particolarmente grosso, si provvedeva prima a frantumarlo con pinze apposite per facilitarne la espulsione. Se il paziente era un bambino occorreva un solo aiutante che, tenendolo ben fermo sulle proprie ginocchia, e con le gambe flesse contro il petto, faceva in modo di esporre la zona perineale.
Questa tecnica operatoria, rimasta praticamente inalterata fino al XIX secolo (anche se con opportune modifiche dovute alle esperienze acquisite nel corso dei secoli), è in pratica la stessa che è stata descritta per la prima volta nel De Re Medica (libro VII sez XXVI) da Aulo Cornelio Celso (I sec. d.C.) da cui prende il nome di “metodo celsiano”: si deve operare nella primavera sui calcolosi dal 9° al 14° anno (secondo Celso, infatti, questo metodo era indicato soprattutto negli adolescenti), e quando essi sono arrivati a tale da non poter trar ristoro dai rimedi né potersi condurre innanzi senza pericolo (l’operazione veniva infatti giudicata l’extrema ratio considerata l’elevata mortalità). Prima di ridursi all’atto della operazione bisogna preparar l’ammalato, facendogli bere acqua e dandogli cibi nutrienti e ordinandogli di passeggiare, affinchè il calcolo scenda giù verso il collo della vessica, ciò che si può riconoscere introducendo il dito nel retto. Serbato il digiuno nel giorno precedente alla operazione, questa deve farsi in luogo caldo e nel modo che segue. Un uomo forte e pratico a questo ufficio, seduto sopra una sedia elevata, prende supino l’operando sulle sue proprie ginocchia, e facendogli piegare le gambe e passare le mani di dietro ai popliti (parte posteriore delle ginocchia), ei le afferri di dentro, perchè le estremità inferiori restino quanto è possibile lontane ed aperte. Nel caso che il paziente sia molto robusto, allora si avvicinino due sedie, e ci si facciano sedere due persone vigorose: si leghino insieme le sedie e le cosce interne delle due persone; il paziente riposi con una natica sopra il ginocchio dell’uno, e coll’altra su quello dell’altro, appoggiandosi indietro sul petto di entrambi. Due aiuti tengon ferma la sedia o le sedie perchè non vacillino. In questa posizione la parete del basso ventre del malato resta tesa, e la pietra si spinge in basso ove più agevolmente può esser presa. L’operatore, postosi in faccia al perineo, untasi la mano sinistra, ed avendo le unghie diligentemente tagliate, insinui nell’ano l’indice e quindi il medio dito, coi quali ricerchi la pietra; e trovatala, e volte ambo le dita ad uncino in avanti, la conduca al collo della vessica e la fissi, aiutandosi con delle delicate pressioni fatte sopra il pube con le dita della mano destra, ed in modo che la vessica non ne patisca offesa.
Tenuto fermo il calcolo nel luogo conveniente si fa sulla cute presso l’ano una incisione semilunare fino ai collo della vessica, con le punte alquanto rivolte verso l’ilei: poscia , dalla parte media della curvatura della ferita, sotto la cute si fa un altra incisione trasversale che apra il collo della vessica e metta allo scoperto il canale orinario (uretra) ed in guisa che la ferita abbia un apertura alquanto maggiore della grandezza del calcolo, essendo, e per le convulsioni e per la emorrogia e per la fistola consecutiva, pericoloso stracciar il collo della vessica, più che se fosse inciso.
Quindi, continua Celso, aperto il collo della vescica si mette allo scoperto il calcolo che, se è piccolo, viene rimosso spingendolo verso l’esterno, altrimenti l’operatore si può aiutare con un uncino (foto a sinistra).
Raffigurazione schematica della incisione semilunare con la parte convessa rivolta verso lo scroto e le due estremità A e B verso l’ano.
Il metodo Celsiano appena descritto prende il nome anche di apparatus cum methodo parvu per il limitato numero di strumenti utilizzati oppure di metodo bilaterale ad indicare l’incisione semilunare che interessava sia il lato sinistro che il destro del rafe mediano cioè la linea che unisce il centro dell’ano con lo scroto (foto a destra).
Anche se con varianti nel metodo e negli strumenti utilizzati, il metodo Celsiano rimase in auge fino alla seconda metà del XIX secolo quando ancora insigni clinici lo utilizzavano. Ricordiamo Guillaume Dupuytren che lo utilizzò in 80 pazienti riportando 61 guarigioni e 19 decessi, oppure Auguste Nelaton illustre chirurgo francese che nel 1858 lo descrisse nel suo Éléments de Pathologie Chirurgicale, dove, in particolare, riferisce di prediligere la incisione semilunare tipica del metodo celsiano.
Contribuirono al suo declino le percentuali troppo alte di complicazioni post operatorie, prime fra tutte la eccessiva lentezza della cicatrizzazione della ferita che condizionava l’insorgenza di infezioni spesso mortali e fistole urinarie e non ultimo il limite rappresentato dalla controindicazione ad essere eseguita negli individui ultra quarantenni nei quali la ipertrofia della prostata determinava una percentuale ancora più alta di insuccessi.
Nel XVI secolo cominciò a diffondersi anche un nuovo metodo di litotomia perineale descritto la prima volta da Mariano Santo da Barletta nella sua opera De lapide renum, et de vesicae lapide excidendo pubblicata a Venezia nel 1535. il quale tuttavia ne attribuì la paternità al proprio maestro, Giovanni de’ Romani. Il trattato di Mariano fu il primo documento scritto e stampato relativo a questa operazione e per tale motivo il metodo prese il nome di Sectio Mariana.
Per il diverso accesso alla vescica l’intervento fu anche ricordato come litotomia mediana o apparatus cum methodo magno perchè, al contrario del metodo Celsiano, era necessario ricorrere ad un numero maggiore di strumenti tra cui una fistola o siringa tentativa, un catetere o siringone scanellato, una novacula o coltello litotomo, un esploratorio, i conduttori o guide simili a due piccole spade, lievemente curve alla punta e lievemente incavate a doccia utilizzati per facilitare l’introduzione del dilatatore in vescica, un aperiente o dilatatore della prostata, un forcipe, due laterali (latera) utilizzati insieme al forcipe in caso di calcoli grossi, un verricello o bottone utilizzato per ricercare la presenza in vescica di piccoli calcoli o loro frantumi, un abstergente o cucchiaia utile per eliminare dalla vescica materiale di piccole dimensioni.
Sempre con il paziente in posizione litotomica l’operatore introduceva una sonda guida (il siringone) metallica scanalata in vescica passando per l’uretra. Mentre un assistente teneva ferma la sonda con una mano e con l’altra manteneva sollevato lo scroto, l’operatore praticava una incisione verticale lungo la linea mediana del perineo di 4-6 centimetri con un coltello a punta affilato (novacula) fino ad arrivare al collo della vescica. Successivamente veniva introdotto un dilatatore (aperiente) che permetteva di dilatare oltre all’uretra anche la prostata ed il collo vescicale; Attraverso questa via e avendo come punto di riferimento la sonda scanalata precedentemente introdotta nella vescica, veniva inserito il “gorget”, uno strumento cavo attraverso il quale il calcolo poteva essere estratto o, nel caso troppo grosso, frantumato con l’aiuto di forcipi e uncini.
Alcuni degli strumenti utilizzati nel corso di una operazione di litotomia perineale con il metodo Mariano





